Come le squadre inglesi non falliranno mai, a differenza di quelle italiane

Il 16 luglio 2018 è stato il lunedì nero del calcio italiano. Il Cesena e il Bari, due piazze storiche del nostro calcio presenti rispettivamente da 78 e 110 anni sono fallite. Non è il primo caso di una squadra italiana che non riesce ad iscriversi al campionato. Si conta che negli ultimi 15 anni sono 146 i club che non sono stati ammessi ai campionati professionistici. Un numero spropositato che diventa ancora più assurdo se paragonato ad altri Paesi in particolare, all’Inghilterra dove il 95% delle squadre attualmente iscritte ai rispettivi campionati sono le stesse dal 1923. La ragione? Esistono diversi motivi che rendono le squadre inglesi eterne o quasi e non tutti dipendono dallo strapotere della Premier League nell’ultima decade.

Tifosi del Blackburn 1929

Bisogna tornare indietro, ai primi anni in cui il calcio visse la sua prima grande crisi economica: la Grande Depressione del 1929. Nonostante la crisi più devastante del secolo scorso l’affluenza negli stadi calò solo del 12% e già nel 1932 ritornò a crescere. Un dato che ci dimostra la passione viscerale degli inglesi per il calcio, come a dire tra il pane e il mio club preferisco quest’ultimo. È un dato da non sottovalutare perché ci dimostra come alla fine il calcio per vivere ha bisogno di tifosi e che dietro tutti i discorsi di plusvalenze, ammortamenti e altre tematiche finanziarie la verità è solo una: senza tifosi una squadra non esiste. Un caso interessante è la storia dell’Accrington Stanley, un club che nel 1962 registrava debiti per $176,400. Fallita nel 1966, la squadra ritrovò la luce grazie ai propri tifosi che nel 1968 ne divennero proprietari, portandola,, tra varie disavventure nella Football League nel 2006. Per questa sua storia il presidente del club, Ilyas Khan, l’ha definito “The club that wouldn’t die”.

Ma la passione dei tifosi, per quanto elemento fondamentale, non basta a spiegare la solidità delle squadre inglesi. Uno degli aspetti più sottili è la collaborazione tra i diversi club. Nel 1931 quando l’Orient, storico club di East London, fu in guai finanziari l’Arsenal gli staccò un assegno di $13,000. Una squadra che non ha avversari sa bene che non può andare lontano. Un principio alla base di qualsiasi sport e che oggi nel calcio sta venendo sempre meno. Basti pensare al divario sempre più ampio tra le grandi del campionato italiano e le restanti squadre, costrette molte volte a fare da sparring partner.

Football is the oddest of industries. It sells one product and has ninety-two outlets for it. In any other business, if not all ninety-two outlets were doing well, there would be some talk of closing some of them down. But in football, all ninety-two outlets claim an equal right to survive.
[Ken Friar, Managing Director dell’Arsenal 1983-2000]

Durante la recessione thatcheriana, il calcio inglese visse probabilmente la crisi più importante della sua storia. La presenza negli stadi calò drasticamente dai 24.6 milioni di spettatori del 1980 ai 16.5 milioni del 1986, il fenomeno degli hooligans raggiunse il suo apice e la sopravvivenza dei club era in forte pericolo. Il calcio si pensava fosse in un declino terminale. Ma i club trovarono un modo ingegnoso per sopravvivere, l’Operazione Fenice. Ogni squadra inglese è una Public Limited Company. Ogni volta che la società era gravata da debiti e diventava insolvente veniva semplicemente… liquidata. Al suo posto, proprio come una fenice che risorge tra le ceneri, veniva creata una nuova società che ereditava tutto da quella vecchia (nome, stadio, colori, ecc.) tranne i debiti. Sebbene sia stata un’eccellente modalità di evitare i creditori, l’Operazione Fenice era una pratica del tutto immorale che permetteva a dirigenti incapaci di sfuggire alle conseguenze delle loro gestioni disastrose. 

Attraverso l’Operazione Fenice i club sopravvivevano, ma a spese dei creditori che non rividero mai più i loro soldi.

Margaret Thatcher con la nazionale inglese, 1980

Poco dopo la fine della recessione, venne approvata una legge più flessibile sulla bancarotta, sulle orme di quella americana del 1979 e che in seguito venne adottata da altri paesi europei come l’Italia, la Germania e la Spagna. Essa prevedeva pene più leggere (fino ad allora la pena era la prigione), ma soprattutto, rappresentava un drastico cambiamento di approccio. L’insolvibilità non veniva più vista come il fallimento di un’azienda, ma come una fase temporanea, in molti casi anche necessaria per il successo di un business. Tutto questo trovò conferme nel 1986 con l’approvazione dell’Insolvecy Act che introduceva la procedura dell’ “Administration”. Quando una società entrava in Administration, veniva nominato un commissario esterno che per un periodo di tempo limitato aveva il compito di gestire l’azienda, avendo un duplice obiettivo: rivalorizzare il business e pagare il più possibile i creditori. I club di calcio amarono questa legge che permetteva loro dopo un breve periodo di commissariamento di ritornare ad essere competitivi. Tutto questo fino al 2004 quando per evitare un “unfair advantage”, la Lega introdusse una penalità di 10 punti per tutte le squadre che entravano in administration. Questo creò delle situazioni curiose, come quella più famosa del Portsmouth FC che nel 2010 vinse la FA Cup, ma retrocesse a causa della penalizzazione.

Portsmouth FC vince la FA Cup,

Molti club hanno vissuto e continuano a vivere una situazione di insolvenza, soprattutto nelle leghe inferiori. Una situazione abbastanza simile a molti Paesi europei come la Germania, dove si contano 105 casi di insolvenza dal 1995, principalmente dalla terza categoria in giù. Questo perché le grandi squadre in momenti di crisi si comportano come il Leeds agli inizi del 2000. “Doing a Leeds”, significa tagliare le spese e ridurre la propria competitività, andando a relegarsi nelle leghe inferiori. In questo modo, avendo sempre e comunque uno zoccolo di tifosi (gli inglesi mostrano un attaccamento al proprio club, molto più alto rispetto ai colleghi europei), possono continuare a sopravvivere. Un comportamento che in finanza viene definito “moral hazard

Non importa quanti soldi spenderai perché sai che ti salverai comunque.

In quest’ottica va letta la normativa del Financial Fair Play dell’UEFA, che mettendo limiti alle spese delle squadre vuole equilibrare il loro stato finanziario. Il problema è che il calcio non è un business come gli altri: l’obiettivo non è essere i più ricchi, ma vincere i trofei. Seppur con nobili intenzioni il FFP ha creato un divario sempre più ampio tra le squadre ricche e meno ricche, annullando di fatto la competitività. Non è un caso che i top club europei spingano per creare una SuperLega, un club dove squadre che fatturano dai 300 milioni di euro in su possono giocare alla pari. E tutte le altre? Le altre squadre, quelle che fatturano meno continueranno a ricoprire il ruolo dello sparring partner. Ciò non toglie però, che mentre al di là della Manica le squadre vivono sul sostegno delle comunità locali, supportate con ammirabile visione dalla Football Association, in Italia se non c’è un facoltoso personaggio pronto a farsi carico dei costi di una squadra, il rischio fallimento diventa elevato. Le nostre squadre non fatturano perché non ci sono investimenti e non ci sono investimenti perché non fatturano. È il continuo equivoco che dovrebbero risolvere la politica e il Coni, ma di questi tempi preferiscono battagliarsi l’un l’altro. Nonostante tutto però, continuiamo ad essere fiduciosi, male che vada inizieremo a tifare il Wigan o l’Accrington Stanley, rispettivamente i campioni in carica della League One e della League Two.

Autore

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