Johan Cruyff

Parlare di Johan Cruyff è difficile. Lo è per chi lo ha vissuto e per chi si è affidato a video e racconti per conoscerlo. Come si fa a parlare di un monumento? Quello che possiamo fare è rivivere alcuni attimi, cercare di capirne il significato e restare in silenzio per qualche minuto.

Elegante, rapido ed estremamente versatile. Queste sono solo alcune delle sue caratteristiche, ma quella più importante, quella che lo ha reso il Pitagora con gli scarpini, per citare David Winner, è la sua intelligenza. Cruyff sapeva cosa fare e soprattutto, vedeva sempre quello che succedeva… dappertutto. Si muoveva per avere il controllo del gioco con una lucidità che ha del paranormale. Non era appariscente, non accentuava dribbling, non tendeva alla spettacolarizzazione per far divertire il pubblico. Il suo era un gioco essenziale, semplice che amava la coralità. Anche la sua prima “invenzione”, la Cruff Turn, mirava all’essenziale. Un movimento fulmineo quasi brutale per la sua banalità con cui si liberava dell’avversario e per questo geniale.

Giocare un calcio semplice è la cosa più difficile

Cruyff turn
La Cruyff Turn

1965. L’Ajax viaggia in piena zona retrocessione. L’allora tecnico Vic Buckingham viene esonerato facendo spazio ad un certo Rinus Michels, un ex attaccante dei Lancieri e della nazionale olandese. Michels è un vero sergente di ferro che ha idee rivoluzionarie. Perché dividere il lavoro tattico e fisico in funzione del ruolo? E perché, gli attaccanti non possono partecipare alla fase difensiva e i difensori a quella offensiva? Questi gli interrogativi che hanno spinto Michels a sviluppare un sistema di gioco che prevedeva interpreti in grado di scambiare senza problema posizione in campo e soprattutto, di partecipare attivamente alle varie fasi. Tanto allenamento fisico per consentire ai propri giocatori di pressare, rientrare in difesa e spingere in fase di possesso. Un sistema che esaltava le caratteristiche di Cruyff e che lo resero il Profeta del Totaalvoetbal. E per capire di cosa stiamo parlando basta guardare il primo minuto della finale di Coppa del Mondo del 1974 tra Olanda e Germania Ovest.

Il primo minuto. Il momento più banale di una partita di calcio, il più insignificante. Lui lo batte e inizia ad orchestrare la sinfonia. Non corre, cammina. Prende palla da Hann che gliela lascia come un soldato semplice consegna l’ arma al suo generale, dà indicazioni con il braccio (altro gesto simbolo della sua parabola da giocatore) ed innesca la salita di Rijsbergen. Mentre i suoi compagni avanzano, lui resta dietro, fermo come un play basso. È un attaccate, ma ora nel primo minuto fa l’ultimo difensore. La palla arriva a Neeskens che la tocca indietro ancora per Rijsbergen e il difensore la ripassa al suo leader. Cruyff ha una quarantina di metri libera davanti a sé perché la Germania è tutta rintanata nella sua metà campo. L’olandese avanza e perfora tutta la difesa avversaria. Rigore e gol. Finale di Coppa del Mondo, primo minuto, Olanda in vantaggio.

Johnny Rep una volta disse che Cruyff «sapeva sempre dove muoversi perché conosceva il gioco nella sua profondità». Aveva capito come nel calcio non è solo la palla che bisogna controllare, ma anche lo spazio. La creatività non è stimolata se ha dei limiti.

Sul campo è importante dare libertà ai giocatori, anche se all’interno di uno schema… La distanza massima che un giocatore deve percorrere dev’essere di dieci metri… La libertà è ammissibile, solo se si produce il massimo rendimento dei giocatori di talento… Quello che conviene insegnare ai ragazzi è il divertimento, il tocco di palla, la creatività, l’invenzione… La creatività non fa a pugni con la disciplina.

Nel 1978 Cruijff era la principale stella del mondo del calcio eppure incredibilmente non prese parte alla spedizione Orange ai Mondiali del 1978 in Argentina.  Molto si è detto su quella sua strana decisione: diatriba con la Federazione Olandese, gesto di sfida all’allora regime vigente in Argentina, problemi legati agli sponsor e tanto altro. A circa 30 anni di distanza è stato lui stesso a chiarire la vicenda raccontando un episodio incredibile. Una notte del 1977 nella sua splendida villa a Barcellona fecero irruzione dei malviventi alla ricerca di denaro facile: «qualcuno mi punto un fucile alla testa, legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini». Fortunatamente l’asso olandese riuscì a liberarsi ma quell’episodio lo segnò profondamente: «i miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia… i poliziotti dormirono nella nostra casa per 3 o 4 mesi.. io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista… pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina». Cruyff non lasciò il calcio e l’Olanda perse la finale ai tempi supplementari per 3-1 contro la stessa Argentina e probabilmente con il Profeta in campo le cose sarebbero andate diversamente. Ma chi può dirlo.

Autore

Giuseppe "Mesh" Masciale
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