Borraccia e gregari

1919-2019: centenario della nascita di Fausto Coppi. Il Giro d’Italia non poteva che essere dedicato, naturalmente, al Campionissimo. Le immagini di apertura ne sono l’emblema: un ponte che viene gettato tra il passato e il presente permette all’occhio dello spettatore di goderne i meravigliosi dettagli, come da una panoramica aerea sospesa nel tempo e nello spazio.

28 maggio 2019, nella tappa icona del Giro si è ricordato più che mai un evento, un gesto, durato pochi secondi, ma che ha lasciato – e lascerà – un’impronta indelebile nella storia del ciclismo e dei suoi valori sempiterni. Tutti sanno di cosa stiamo parlando, ciclisti e non.

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Chi ha passato la borraccia a chi?

Correva l’anno 1952, e nell’ascesa all’Alpe d’Huez si staglia l’immagine di un corridore che leva il suo braccio verso un altro, che lo segue a ruota, sul suolo nero dell’asfalto; si tratta del passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali. O tra Bartali e Coppi? Non è dato sapersi, ma non è questo l’importante: questo gesto, colto dall’occhio di una macchina fotografica di passaggio, è diventato l’immagine più famosa della storia del ciclismo. Non v’è dubbio. E oggi, come ieri, gli appassionati di ciclismo hanno rinnovato la loro promessa d’amore; per alcuni, forse, l’emozione è sgorgata improvvisa, come un pianto che ha rigato il loro volto di gioia, vestiti, per un secondo, di un abito senza tempo, incollato indelebilmente alla loro pelle. Così è accaduto nuovamente, in quei cinque secondi di ascesa al Mortirolo, dove Ventoso ha porto la propria borraccia a Nibali, d’istinto, senza pensarci. Lo ha visto arrivare e subito l’ha estratta, l’ha consegnata al suo amico incurante delle conseguenze, del tempo che avrebbe dovuto aspettare per averne un’altra. Magari subito, magari no. A lui di certo non importava e l’ascesa era ancora lunga, irta, bagnata e fredda.

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Ventoso e Nibali come Coppi e Bartali

Tutto questo è successo poco avanti al gruppo maglia rosa, mentre in testa alla corsa c’erano gli straordinari e audaci fuggitivi, tra i quali il gregario Damiano Caruso. L’uomo che ogni capitano vorrebbe avere in squadra, colui che alla comunicazione dello scatto di Nibali ha impostato il proprio fine tappa per aiutarlo e scortarlo fino all’arrivo, per strappare più secondi possibili al temuto Roglic. Quest’ultimo da solo, senza un Caruso, non ha potuto che affidarsi ad altri. Non si può vincere il Giro senza una squadra solida, senza un gregario. Mi spiace, Roglic.

Damiano Caruso
Damiano Caruso

In questo giorno si risponde a Bidon, l’utopia ha vinto. La storia si ripete, le carte sono state scoperte e le maschere dei pretendenti alla maglia rosa sono volate via come gli occhiali del vincitore di tappa, il giovane Giulio Ciccone. E anche se il Giro sta per finire tutti noi lo ricorderemo sempre come il più romantico perché ci ha portato alla mente tempi lontani e un gesto che sa di poesia.

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