Paolo Sollier, il calciatore partigiano

16 maggio 1976, il Torino ospita il Cesena, mentre la Juventus è a Perugia. Le due squadre torinesi si giocano il titolo. A Perugia mentre i calciatori entrano in campo, uno dei giocatori alza il pugno chiuso davanti alla tribuna d’onore, proprio dove è presente Umberto Agnelli. Pare che l’industriale abbia risposto con un mezzo sorriso. Quel giocatore si chiamava Paolo Sollier.

Rompo sempre le scatole agli amici e tifosi granata. Loro non hanno riconosciuto il giusto merito per quell’impresa del Perugia. Se non avessimo battuto la Juventus all’ultima giornata, forse lo scudetto non sarebbe andato al Toro. E ancora oggi dico che fino a quando non ci riconosceranno questa cosa, pubblicamente, con una serata a tema o anche solo una cena, non vinceranno più nulla. Un semplice e pubblico grazie e l’anatema svanirà.

Ma il ricordo di Sollier non è solo legato alla sua similitudine con Béla Guttmann. La sua figura è unica. Non tanto per il suo essere calciatore, quanto per avere dato uno spessore diverso al suo ruolo. Per citare Marcuse, il calciatore è un uomo ad una dimensione, difficile sentirlo parlare di quello che gli accade intorno. Di solito, i calciatori sono egocentrici o per natura o per convenienza. Paolo Sollier è stato un calciatore per sbaglio, mediocre, una della moltitudine. Ma è stato anche il più interessante. Più che parlare del calciatore però, bisognerebbe parlare dell’uomo.

Perugia_San_Siro_con_Facchetti_1976
Paolo Sollier in contrasto su Giacinto Facchetti

Si forma culturalmente nella Torino di fine anni ‘60, dove l’impegno politico è un dovere oltremodo sentito. Abbandona gli studi per aiutare la famiglia ed il posto di lavoro è già pronto: la FIAT. Il lavoro però, non lo frena dalle sue passioni e dal suo credo. Frequenta Mani Tese, ONG che punta alla fine dello squilibrio economico e alimentare tra Nord e Sud del pianeta, si iscrive ad Alternativa Operaia e il suo quotidiano è il “Quotidiano dei lavoratori”. Ma soprattutto, continua a giocare a calcio. Come un po’ tutti inizia dal basso:  Cossatese in Serie D, Pro Vercelli per poi, approdare al Perugia di Attoma in Serie B e da lì alla massima serie. La sua carriera si evolve in positivo, in un crescendo costante, ma lui non cambia. Rimane coerente con le sue idee: un comunista in un mondo in cui i soldi iniziano ad essere tanti.

La critica principale che mi è stata rivolta è come si conciliava la mia militanza a sinistra con i guadagni da calciatore, ma il mio era lo stipendio di un buon impiegato. Se mi sentivo un privilegiato era per un altro motivo, perché facevo il lavoro dei miei sogni, il calciatore. Una fortuna che capita a pochi.

È così Sollier, un puro a suo modo. Ha le idee chiare anche sui suoi colleghi, convinto che se avessero delle idee politiche sarebbero di destra o al massimo della DC. È restio anche a godersi la fama da calciatore. Per lui tifoso e calciatore sono sullo stesso piano. Più che un calciatore Paolo Sollier è stato un ambasciatore, messaggero di un pensiero di sinistra, di parità di diritti. Anche il pugno chiuso che mostrava davanti a tutti con ferma convinzione era il tentativo di buttare giù la maschera in un mondo sempre più ipocrita. Tutto questo rischiando anche tanto. Nel 1976 durante un Lazio-Perugia compare uno striscione: Sollier boia. Il motivo? Sollier il giorno prima si concede a un giornalista de “Il messaggero”:

Parliamo di tutto: della condizione mentale del Perugia, del mister Castagner, dello schema che adotteremo a Roma, del mio stato fisico e così via, solo che prima di congedarci gli faccio una battuta stupida riferita alla Lazio: gli avrò detto un qualcosa tipo ‘Spero con tutto il cuore di battere la squadra di Mussolini’ e lui ovviamente ci fa un titolo a nove colonne sul suo giornale

Quello che mi piace di più di Sollier è la sua umiltà. Non aveva l’arroganza di fare proseliti, non voleva imporre il suo pensiero. Regalava libri ai suoi compagni ed allenatori non perché voleva sentirsi superiore, ma perché gli sembra giusto.

Era Natale e c’era l’usanza di scambiarsi i regali. Io non sapevo davvero che fare e allora presi un libro per ogni giocatore, tutti con dedica. A Castagner, il nostro allenatore, scrissi non ricordo più su quale libro, non si vive di solo calcio. La prese bene.

Ed oltre a regalarli, li ha iniziati a scrivere. Il primo e forse, più emblematico è Calci e sputi e colpi di testa. Un’ analisi autobiografica sul suo essere di sinistra e calciatore. Il libro è soprattutto, uno spaccato su quello che era il clima sociale e culturale degli anni Settanta: i conflitti ideologici che si trasformavano in violenti scontri fisici, l’autocoscienza, l’impegno civile, lo scontro generazionale, la rivoluzione sessuale, LSD, l’immaginazione al potere. Un piccolo spaccato di mondo per anime in cerca di identità.

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