Hemingway, lo sport per sconfiggere la Morte

Hong Kong, albergo di lusso, ultimo piano. Tra fumo di sigari, whiskey e pezzi grossi dell’esercito che sfidano ricchi cinesi a biliardo e poker c’è anche un americano. È il più ubriaco di tutti, ma la sua virilità generosa, la sua simpatia, la sua umanità gli permettono di conquistare tutti gli astanti. Qualche drink di troppo e capita che soldati e faccendieri facciano a quello yankee confidenze che non dovrebbero fare. Chi è? Ernest Hemingway, inviato speciale a Pechino dei servizi segreti americani che cercano di capire chi conquisterà il potere in Cina tra le forze nazionaliste del Kuomintang e i rivoluzionari comunisti di Mao Tze Tung. Il governo americano mette alle strette lo scrittore, gli contesta i salati rimborsi spese (che sono praticamente solo whiskey e sigari pregiati). Per farlo fuori gli fanno una domanda trabocchetto chi vincerà tra i nazionalisti e Mao Tze Tung?. Nonostante le terribili batoste ai danni di un giovane paffutello figlio di contadini che guida le truppe rivoluzionarie, la consistenza delle forse conservatrici e la scena mondiale, Hemingway punta tutto sul 7 rosso. “Vince Mao Tze Tung” scrive per telegramma. Gli americani richiamano indietro lo scrittore e gli contestano praticamente tutto il suo operato, ma lui sostiene di avere ragione. Due mesi dopo il suo ritorno in patria il giovane grassottello diventerà il leader comunista più longevo della storia, conosciuto in patria e fuori come Il grande timoniere.

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Chongqing, China, 1941 - Ernest Hemingway insieme a Martha Gellhorn e un soldato cinese

Parlando di Ernest Hemingway è impossibile non partire dal limite, dall’eccesso, dal confine, dalla trasgressione, dalla scommessa e dalla sfida che sono l’elemento centrale dello scrittore e dell’uomo. Hemingway immagina una vita dove l’uomo deve liberarsi del destino e lottare contro la natura per poter riassestare un rapporto equo con il mondo. Una sorta di giusnaturalismo primordiale. Nelle pagine dedicate a Cuba in Avere e non Avere, si legge che “a nessuno dovrebbe essere negata la sussistenza”, ecco questa è la base del comunismo riletto e personalizzato dallo scrittore americano. Le basi devono essere uguali per tutti, poi chi più avrà più darà. Una visione politica se vogliamo ingenua, semplicistica, ma ricordiamo sempre che per Hemingway ad un pensiero corrisponde sempre un’azione.

Per questo lo troviamo in Spagna durante la guerra civile e il conseguente periodo franchista, in Italia nel ‘43 dove incontrerà e conforterà Elio Vittorini per la morte del figlio in guerra, a Parigi e a Cuba a confrontarsi con Fidel Castro e Che Guevara. Ma la sfida politica è solo una delle sfide che assediano la testa rapida e fosca di Hemingway. Qualcosa di più profondo, di più grande lo minaccia dall’interno. Cioran, uomo che non sarebbe stato di certo amato da Hemingway, diceva che non si curano le paure biologiche con risposte intellettuali. Di certo, lo scrittore americano non se le faceva bastare.

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Ernest Hemingway - Havana, Cuba (1959)

E allora lo sport nella testa di Ernest diventa centrale, ma solo come metafora di qualcosa di più grande da venire. Ernest è pronto, vuole sfidare la morte. Vuole sottometterla. “Ci sono solo tre sport” dirà Hemingway “il combattimento dei tori, le gare automobilistiche e l’alpinismo. Il resto sono semplici giochi.” Hemingway pratica baseball, nuoto, pesca, alpinismo, molti giochi da tavolo, la “caccia grossa” che gli causerà molti incidenti in Africa (vedi Morte nel pomeriggio e Le verdi colline dell’Africa), ma in tutti la sfida non è l’avversario diretto, ma è sempre un simbolo che si nasconde dietro. O forse no. Il toro che uccide se non lo uccidi, la montagna che o ti uccide o la sottometti, il marlin che o lo peschi o ti farà cadere la barca, sono tutti nemici immaginari, guarda caso muti, che fanno da simbolo al vero obiettivo di Hemingway: la Morte.

Ci sono solo tre sport: il combattimento dei tori, le gare automobilistiche e l’alpinismo. Il resto sono semplici giochi.

Ed è proprio nella corrida, ben raccontata in Morte nel pomeriggio, che Hemingway sintetizza il suo concetto di sfida alla morte. Durante gli anni ‘30 i viaggi in Spagna permettono ad Hemingway di partecipare alla sfida tra il toro e il suo matador, qui lo scrittore ha la possibilità di vedere realizzata la sua concezione del tragico, dell’esistenza. Un rituale antico, gesti codificati e soprattuto il coraggio vitale che sfida la forza del destino. Lo spadino e un uomo contro la forza cieca del toro, simbolo della brutalità della natura. Ma pensare che sia semplicemente esterno il nemico sarebbe ancora una volta un errore, una scelta semplicistica, una scorciatoia. La morte ok, ma da dove arriva questa paura? E allora risalendo le parole di Ernest Hemingway ritroviamo un altro importante soggetto di cui lo scrittore ha paura, questa volta è sotto i suoi vestiti: è il terrore di essere esseri finiti. Il vecchio e il mare apre e chiude la discussione, ci dice chi è Hemingway mentre Hemingway rinnega se stesso. La vicenda è sin troppo nota. Un vecchio pescatore investe nella caccia di un marlin la sua stessa vita. Il pesce è grosso, agile e con esperienza ed è il peggior nemico del pescatore perché gli fa da specchio riflesso, lo obbliga a guardarsi dentro e a confrontarsi con i suoi mostri. La paura di invecchiare, di perdere la forza, di non potersi guadagnare più la joie de vivre. Il libro si conclude con l’accettazione da parte del vecchio della propria condizione. Non è però  l’accettazione di Nietzsche quella di Hemingway, perché qui non c’è nulla di intellettuale, nessuna sottomissione. Il vecchio ha lottato fino alla fine, ci ha messo tutto se stesso, solo alla fine dopo una strenue resistenza ha accettato il verdetto.

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Spencer Trancy in "Il vecchio e il mare", tratto dall'opera di E.H.

Così chiudiamo con il suicidio, gesto su cui molti critici hanno dibattuto per anni senza centrare il punto, non per errori interpretativi ma per mancanza di elementi. Poco si sa ancora dei momenti vissuti dal grande scrittore americano ed è pericoloso azzardare risposte sommarie, quello che di certo possiamo immaginare è un uomo stanco che si abbandona alla sconfitta con l’ultima sfida, quella sempre chiamata in causa ma mai risolta: la morte.

Ps. Riguardo alla vicenda di Hemingway a Milano, la storia l’ho ricavata direttamente da Paolo Ciarchi che a sua volta l’aveva sentita da Ivan Della Mea, a cui era arrivato il cappotto dello scrittore americano che non stava a Vittorini. Da quell’episodio è nata la mia canzone dedicata appunto al Cappotto di Hemingway.

Autore

Andrea Labanca
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