Ribéry, il Montecristo della Serie A

Si sta consumando sotto i nostri occhi una storia che molto probabilmente riscopriremo come una leggenda tra pochissimo tempo. La storia é quella di Frank Ribéry, Conte di Montecristo nei nostri giorni, arrivato durante l’estate a Firenze non per chiudere la carriera, ma per dimostrare quante vale un uomo. Proprio come Edmond Dantés, Ribéry ha un passato che non riesce a completamente a nascondere dietro la fama, la ricchezza e i successi. Il motivo è semplice: le sue cicatrici gridano vendetta troppo forte. Un incidente in infanzia ne ha segnato i tratti somatici irrimediabilmente, “regalando” al fuoriclasse francese il soprannome di Scarface. Sfregi che hanno segnato non solo il viso ma anche l’anima, accendo un fuoco che si nutre di sfida e amore. Sfida che in campo si chiama agonismo, bisogno di essere il migliore, bisogno quasi vitale di essere vincente. Ribéry ha somatizzato queste esigenze spirituali con il dribbling, arte difficile e promiscua di cui solo pochi possono davvero dirsi detentori. È bello vederlo giocare in campo con la sua camminata sbilenca, sembra quasi cadere ad ogni passo, un po’ Quasimodo e un po’ satiro, lasciando sul campo giovani palestrati che impiegano più tempo a pettinarsi che ad allenarsi. Caratteristica quella del dribbling che gli ha regalato e gli regalerà la fama immortale di giocatore sopra le righe.

Ma l’uomo è quello che a me piace sempre di più. Quando qualcuno smette i panni del cinico manager di se stesso per investire su qualcosa di più importante: la ricerca della bellezza, l’eternità della leggenda. E Ribéry, campione non solo affermato ma anche apparentemente sul crinale della sua storia calcistica, ancora una volta ha sorpreso tutti, entrando a piè pari nella storia della Fiorentina e della massima divisione italiana. Criticato dalla stampa, in molti si sono chiesti perché l’asso francese abbia scelto di rimettersi a giocare con foga agonistica in una squadra italiana invece che andarsi a godere la “pensione” in  Qatar. Ma la risposta non la troverete nei soldi, nella comodità o nella logica lineare di questi tempi bui in cui “il grano fa pensare ai soldi” come direbbe il Maestro Battiato. La risposta, invece, la troverete in uomo che a trentasei anni vuole ancora provare delle emozioni ed essere amato. Firenze è una città che sa come sedurre. La capitale del Rinascimento e della bellezza non poteva che accogliere con i fasti, dedicati alla famiglia Medici, Ribéry; lui del resto sta ripagando con devozione agonistica tutto l’amore ricevuto, sabato dopo una prestazione da manuale del francese la curva viola a rimasta oltre la fine della partita a gridare “Frank, Frank, Frank”.

ribéry trofei
Ribéry con tutti i trofei vinti durante il periodo bavarese

Un’altra componente che non dobbiamo trascurare in questa relazione perfetta tra il campione e la squadra viola è la caratteristica di città aperta e lussuriosa, civile e passionale, trasgressiva e tollerante di cui la bella Firenze gode da almeno settecento anni a questa parte. Convertitosi all’Islam per amore della bella moglie Wahiba Belhami, Ribéry probabilmente abbisognava di una terra colta, ricca di storia, crocevia di culture e rivoluzioni che sapesse incoronarlo Signore del calcio mondiale. Wahiba Belhami del resto è la contessa perfetta del piccolo ducato di Ribéry. Bella, spregiudicata, di fede islamica ma perfettamente a suo agio nelle logiche occidentali, Madame Belhami ha perdonato il tradimento del marito con una diciassettenne, partorito tre figli, disegnato una linea di intimo, senza esitare nel farsi ritrarre in splendidi completini bavaresi quando Frank giocava a Monaco.

Se il Conte di Montecristo partiva dal sasso a qualche chilometro dall’Isola d’Elba per chiedere vendetta all’alta società parigina e marsigliese, Frank Ribéry al contrario é piovuto sul campionato italiano con l’intento di donarci una perla di saggezza. L’uomo, e non il calciatore, dura più di trentacinque anni e precisi calcoli di marketing,. L’uomo è infinito, può sognare e sognando allungare la propria vita a mille esistenze. Come per Leonardo l’Uomo Vitruviano dovrebbe rappresentare l’immagine di un uomo olistico al massimo della sua potenzialità, Frank Ribéry sarà per il campionato italiano il simbolo di un altro modo di essere campioni, prima di tutto nel carattere.

L’uomo è infinito, può sognare e sognando allungare la propria vita a mille esistenze.

Autore

Andrea Labanca
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