La Vittoria di Carola

Chissà se un giorno diventerà mai un modo di dire. Chissà se invece di un passante alla Djokovic, di un diritto uncinato alla Nadal, di una volée alla Federer, applaudiremo ad una “Vittoria di Carola”, una Carola’s Victory? Carola, 11 anni, e Vittoria, 13 anni, sono due giovanissime tenniste liguri che hanno sconfitto la quarantena giocando a Tennis su una superficie che fino ad oggi nemmeno i grandiosi tornei dello Slam avevano osato sperimentare: sui tetti. Se fino a ieri il rooftop era esclusivamente il luogo degli aperitivi e delle viste mozzafiato, da oggi invece potrà essere il rettangolo da gioco dove liberare la passione e l’amore per lo sport. Mi piace pensare che Carola e Vittoria non siano salite su quei tetti con il solo pensiero di diventare un giorno come Serena Williams o Maria Sharapova, ma che non abbiano saputo resistere alla sfida di domare le leggi della fisica in un luogo fuori dagli schemi ma allo stesso tempo familiare, come il tetto di casa. Chiunque ama il tennis conosce bene quel piacere irresistibile che nasce dal riuscire a mandare la pallina esattamente dove il tuo cervello voleva mandarla. Mi immagino le due future campionesse impegnarsi per superare il cornicione, senza colpire lo stendipanni carico di vestiti o il vaso di fiori freschi. Penso al cuore che rallenta mentre la pallina transita sul vuoto della strada e riaccelera una volta udito il rimbalzo sul cemento del tetto di fronte. Un gioco di prestigio, un mistero della cinematica che le ragazze compiono con leggerezza e precisione, con amore e passione. Senza interessi, senza sponsor, senza punti in palio, senza strategie politiche. Non tutto il tennis è così, purtroppo.

Conosciamo infatti il tennis come un raffinato gioco psicologico che ai livelli più alti poggia su un piedistallo dorato, fatto da numerosi professionisti sovrastati da personaggi di fama mondiale, vere e proprie stelle che hanno segnato i libri di storia di questo sport. Ma il “circuito” non è il tennis, bensì una macchina lanciata a folle velocità che invece di cercare la migliore soluzione col minor rischio di errore, pensa di poter sconfiggere le leggi della fisica o, in questo caso, della biologia. Fino a poche ore prima dall’inizio del “quinto Slam”, il Master 1000 di Indian Wells, il Tennis professionistico sembrava sordo a quei lugubri richiami pandemici che da lì a poco avrebbero così dolorosamente colpito gli Stati Uniti, ad oggi la nazione più ferita dell’intero pianeta dal Covid 19. Il sistema, piuttosto che interpretare i segnali, leggere la storia, ha cercato fino all’ultimo, come è successo in altri sport, di negare, di non vedere. Poi è crollato, rapidamente, come un domino con le prime tessere incollate per sembrare intoccabili, ma che una volta cadute non hanno trovato resistenza. In pochi giorni, infatti, tutti i tornei in programma, dai meno blasonati Challenger fino ai più importanti, come il Master 1000 di Miami, sono stati cancellati. Molti tornei sono stati direttamente riprogrammati nel 2021, come il Master 1000 di Montecarlo, e cosa ancora più importante c’è stato il congelamento dei punti assegnati dalla ATP che ha messo probabilmente la parola fine alla stagione 2020. Anche nel lockdown del tennis ci sono state resistenze, alla guisa della reticenza anglosassone che abbiamo imparato a conoscere dalle cronache delle scorse settimane. Alcuni occhi, infatti, hanno faticato ad aprirsi e l’attenzione si è spostata dalla sicurezza sanitaria alla formulazione di nuove date. È il caso del torneo del grande slam parigino, il Roland Garros, che è stato (per ora) rimandato a settembre subito dopo un altro torneo dello slam, lo U.S. Open, che si gioca a New York, stravolgendo di fatto il calendario storico della stagione. Anche gli Internazionali d’Italia, giocati tradizionalmente a maggio al Foro Italico di Roma, hanno seguito l’esempio francese riposizionando il torneo nel mese di ottobre. In questo caso si potrebbe dire che piove sul bagnato dato che già l’edizione 2019 degli Internazionali fu molto danneggiata, in quel caso dalla pioggia che mise in seria crisi l’organizzazione del torneo. Protagonista della vicenda fu anche Angelo Binaghi, Presidente della Federazione Italiana Tennis, che riuscì nell’arduo compito di far infuriare tutti grazie ad una programmazione degli incontri che non rispettò né giocatori né pubblico; come non ricordare il misterioso ritiro di Roger Federer o le critiche del nostro italianissimo Fabio Fognini, costretto poi a smentire in fretta per evitare incidenti politici.

angelo binaghi
Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis

Ma la cecità più grave del movimento professionistico è stata probabilmente il non aver saputo prevedere, guardare avanti. Di tutti i tornei al mondo solo Wimbledon è assicurato contro la pandemia ed ha potuto annullare l’edizione 2020 senza troppi danni; tutti gli altri tornei del circuito, anche blasonati e molto importanti, non sono assicurati e sono certamente a rischio fallimento. Succede così che, come in molti ambiti della nostra società, a causa della pandemia i “lavoratori del tennis” soffrono. Ottimi giocatori, anche con una storia alle spalle, che si trovano al di fuori della top 100 e che non sono sostenuti da sponsor importanti falliscono. Non possono permettersi le spese di partecipazione (iscrizioni, pernottamenti, viaggi ecc.) ad un circuito insostenibile per tutti (ad eccezione dei top 10). Recentemente abbiamo dovuto leggere di top player che hanno donato soldi ad una “cassa comune” per sostenere i giocatori meno fortunati, ma abbiamo letto anche di qualcuno di questi grandi giocatori (Thiem, n. 3 ATP) che lamentava del dover aiutare gli altri perché i soldi se li è guadagnati col lavoro. Nei momenti di crisi emergono le difficoltà, le contraddizioni, le diverse visioni che si hanno anche in un piccolo mondo quale quello del tennis professionistico. Tutto questo ci allontana un po’ dalle pur grandi emozioni che ci regalano questi atleti, ci fa perdere il sapore delle battaglie sportive, ci fa sentire distanti. Sui tetti fortunatamente le cose vanno molto meglio. Si ritrova quel giusto sapore che caratterizza la battaglia sportiva. È il tennis in cui l’avversario diventa il compagno di magia, con cui si può vincere la sfida con la strada, con la gravità; è il compagno che devi mettere al sicuro con una palla comoda, non troppo alta, non troppo forte, giusta. Non c’è spazio per l’inutile colpo strappa applausi alla Kyrgios, ma c’è solo una danza armoniosa, un rumore sordo che speri si ripeta ancora, un respiro che si appesantisce ed un cuore che si riempie di emozioni. Un giorno probabilmente Carola e Vittoria saranno avversarie leali sul campo, per ora si preparano a quel momento esibendosi in una meravigliosa danza. Non è un caso che durante la quarantena il video delle nostre ragazze sia finito sui social ufficiali della ATP, che sia stato visto da più persone rispetto all’esercizio di stile dei “Federer” contro il muretto, alla versione chef di Nadal o alla apologia no-vax di Djokovic. Non è un caso che le protagoniste siano 2 fanciulle. Ci diceva Pascoli che se tutto nella storia si dissolve la poesia è in grado di percepire la vita segreta delle cose e riportarle alla vita. Il Tennis è poesia, decidete voi di che tipo. Carola e Vittoria sono il Tennis che amiamo.

Autore

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