Khalida Popal
Khalida Popal

Khalida Popal: giocatrice dissidente

Di Khalida Popal, il calcio nostrano (e non solo) ha scoperto la sua esistenza qualche settimana fa, in seguito ad alcune sue dichiarazioni su degli abusi sessuali inflitti alle giocatrici da allenatori e dirigenti federali afghani. Secondo la ricostruzione di Khalida e di altre ragazze, che dopo il racconto del loro capitano hanno trovato il coraggio di denunciare l’accaduto, gli abusi sessuali coinvolgevano alti profili del calcio nazionale in stretti rapporti con il governo. La FIFA ha aperto un’indagine e lo scandalo è arrivato anche in Parlamento, con interrogazioni aperte nelle due camere di Kabul. Tutto questo grazie ad una ragazza che ora vive esiliata in Danimarca.

Un’infanzia tra calcio e talebani

Non è facile crescere in un paese descritto come uno dei posti più pericolosi per le donne. Non lo è a maggior ragione se decidi di fare del calcio, e dello sport in generale, la tua ragione di vita. In una società patriarcale come quella afghana, in cui la mentalità e le convinzioni talebane continuano a rimanere egemoniche all’interno del nucleo familiare, le ragazze che tentano di emanciparsi vengono subito etichettate come “prostitute”. Ciò è quello che accadde a Khalida e le sue amiche, i cui tentativi di creare una lega femminile furono continuamente boicottati. Nonostante gli insulti, la spazzatura lanciata addosso per strada e le telefonate sinistre, Khalida è andata avanti nel suo progetto e nel 2007 l’Afghan Football Association approvò la formazione della prima nazionale femminile di calcio.

The first time we stood out on the pitch in our national team jerseys, singing the national anthem… it was almost indescribable. Even before the match started, I knew I was completely uninterested in the final score. In so many ways, we had already won. We had reached our goal.

Giocarono la prima partita in Pakistan. La giocarono con la selezione femminile del Paese ospitante, ma in realtà la giocarono contro la loro cultura, contro i loro padri e fratelli, contro tutto il loro passato. Il risultato non era importante perché in effetti, avevano già vinto.

La fuga e la reclusione in un centro danese

Dopo svariate minacce di morte anche verso i familiari, a Khalida non restò che scappare da Kabul e trovare riparo e protezione nei Paesi vicini. Era il 2011. Visse per qualche mese in India, sotto copertura, con la paura di essere scoperta e riportata in Afghanistan. Incredibilmente, nonostante le enormi difficoltà continuò a gestire e ad organizzare le partite della nazionale. Poi, fu il momento di scappare in Norvergia e da lì in Danimarca, dove rimase per quasi un anno in un centro di reclusione per immigrati prima di ottenere la residenza. Non fu un periodo facile. Lontano da tutto quello che lei conosceva e amava. Lontana anche dal calcio, in seguito ad un infortunio al ginocchio che decretò la fine della sua carriera da giocatrice.

Suddenly I was losing everything. I’d lost my country, my identity, I was in an asylum centre, I’d lost my family, I couldn’t play. I felt like a doll hanging in the air. I could not fly in the sky and I could not come to the ground.

Cadde in depressione, ma con l’aiuto di uno psichiatra e dei farmaci ritornò pian piano ad essere se stessa. Iniziò a nuotare e ad andare in bici, ma soprattutto iniziò a conoscere le altre ragazze del centro. Facendo amicizia con quelle donne, la maggior parte delle quali con una situazione peggiore della sua, decise di aiutarle nel solo modo che conosceva: il calcio. Nacque Girls Power, un’organizzazione che tramite lo sport cercava e tuttora cerca di creare un ponte tra i rifugiati e i residenti locali.

Un nuovo inizio e il Challenge Award

Il lavoro con le Girls Power divenne sempre più importante tanto da portare Khalida Popal a collaborare con i top allenatori americani (collaborazione interrotta in seguito all’ostruzionismo del governo Trump) e con la Hummel, un brand danese di sportswear che realizzò la prima hijab pensata per essere indossata per giocare a calcio. Nel 2017 in occasione della Giornata Internazionale delle Donne, Khalida è stata premiata con il Challenge Award, premio consegnato da Theriworld, l’organizzazione mondiale legata all’educazione dei bambini.

La laurea in Sports Management

Khalida non si è fermata ai premi, è andata oltre. Nel 2017 ha iniziato il corso della FIFA in Sports Managament. Il suo sogno è di poter lavorare all’ interno dell’organizzazione che controlla il calcio mondiale o anche dare il suo contributo nelle Nazioni Unite. In ogni caso, Khalida continua con ostinazione il suo cammino per sensibilizzare le istituzioni sull’uguaglianza e la parità dei diritti tra uomini e donne. Un impegno che noi tutti speriamo continui a guidarla verso altri traguardi. Perché i suoi successi sono anche i nostri.

Whenever you take a decision think about the father who has a son and a daughter when he is out shopping for his kids. He always wants to buy the same-value thing for both of them because he knows otherwise there will be a fight at home. Think like a father.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<