Liverpool, tutta una questione di testa

Per onesta intellettuale devo ammettere che avevo preparato un pezzo di celebrazione per Lionel Messi martedì mattina, accingendomi in serata a godermi la partita con il solo scopo di aggiungere particolari di attualità al pezzo. Il pezzo consisteva in una veloce biografia di Messi, un’analisi della sua stagione straordinaria ed infine concludevo celebrando la vittoria sul Liverpool e immaginavo un possibile sconto tra Barcellona e Ajax o in alternativa il Tottenam, sono molto cauto a questo punto sulla seconda semifinale.

Quando con un ritardo di quindici minuti ho iniziato a guardare la partita, dentro di me una voce diceva che si il Barça perdeva 1 a 0, ma insomma un 3 a 0 è un’altra roba.La vocina piano si affievoliva, fino a diventare un generico auspicio di vedere una bella partita. Nel seguito della serata le emozioni sarebbero cambiate come orami tutti saprete dalla cronaca.

Questa mattina quindi a mente fredda qualche riflessione dobbiamo farla, altrimenti non riusciremo a spiegarci come sia possibile una rimonta così selvaggia e soprattutto, come è possibile che la squadra osannata sette giorni prima oggi appaia come una compagine amatoriale in un contesto internazionale?La prima riflessione va cercata nelle interviste di una settimana fa. Vi ricorderete il grande clamore mediatico provocato dai due goal si Messi? Balotelli, Lineker e tantissimi altri calciatori avevano incoronato Messi come il migliore di sempre eccetera eccetera. I commentatori erano tutti impazziti per le prodezze di Messi, pochi però avevano ricordato che nella storia della Champions League le rimonte sono all’ordine del giorno. Pensate solo alla Roma, ecco.

Barcellona-Roma
Eliminazione del Barcellona da parte della Roma, CL 2017-2018

In tutto questo Klopp, con quella sua faccia da simpaticone della compagnia ma che appena può ti ruba la ragazza, aveva elogiato il Barcellona, aveva genericamente fatto i complimenti e mantenuto un aplomb dignitoso, senza cadere nel bullismo (“Ah vedremo al ritorno”) e neanche in un eccessivo vittimismo. La partita d’andata, e Klopp lo aveva capito, non era stata tutta e solo Barcellona; furono novanta minuti in cui il Liverpool ebbe le sue occasioni, ma non brillò per concretezza. Se Salah, uno su tutti, avesse trafitto la difesa non brillantissima del Barca, saremmo partiti da un 3-1 fuori casa, risultato decisamente più agevole da ribaltare.

Insomma, il Liverpool è entrato in campo per vincere ma, va detto, con la consapevolezza che non si ribalta uno 0 a 3 tutti i giorni. Voglia di vincere sì, ma attenti soprattutto a non strafare.

E infatti a strafare ieri non è stato il Liverpool, ma il Barcellona, entrando in campo non solo con la sicurezza di vincere, ma con la certezza di essere superiore all’avversario. Una prova certa sono stati i contrasti; chi ha visto la partita non faticherà a darmi ragione: tutte le palle contese finivano ai giocatori del Liverpool, tutti i contrasti li vincevano i giocatori in tenuta rossa. E’ facile oggi dare la colpa a Messi, sta anche nel gioco di ruolo che il calcio rappresenta, ma se andaste a rivedere la partita vedreste che è uno dei pochi ad aver sempre, o quasi, manutenuto il pallone e spostato il baricentro della squadra in avanti. Poi ,è ovvio che oggi l’argento sia massacrato, del resto anche dopo la finale di Brasile 2014 avvenne un pubblico linciaggio, forse in quel caso neanche del tutto gratuito, ma ieri sera no, non è stato Messi il problema.

E’ facile oggi dare la colpa a Messi, ma se andaste a rivedere la partita vedreste che è uno dei pochi ad aver sempre manutenuto il pallone e spostato il baricentro della squadra in avanti. 

Il problema è una squadra saccente che scende in campo contro un Liverpool che vuole fare la partita, vuole regalare al proprio pubblico una serata indimenticabile, qualunque cosa succede. La vittoria è accessoria per il Liverpool, quello che conta è vendere cara la pelle. Se ci pensate il risultato per quanto inverosimile è abbastanza ristretto, tutto sommato al Barcellona sarebbe bastano un gollicchio all’ultimo minuto, ma il fatto che non sia arrivato è stato il sintomo che la partita era persa nella testa dopo il terzo goal. La triste dimostrazione della pessima mentalità del Barcellona di ieri sera è il fatidico quarto goal. Una squadra con la testa già fuori dal campo non si accorge che dall’altra parte c’è una squadra che può vincere la partita, Alexander-Arnold se ne accorge e con un colpo di genio, totalmente testa qui il calcio non c’entra nulla, li trafigge.

Poi c’è Anfield Road. Anfield del resto è dal 1892 che fa il tredicesimo uomo in campo. Cori, magliette, calore, amore puro e senso di rivalsa, tutto mischiato in un sostegno che esce dal campo del tifo e si trasforma in matrimonio eterno. Matrimonio tra una città proletaria e la sua squadra di galletti che la domenica regalano ai paganti un momento di trasgressione dalla routine quotidiana. Pubblico che di vicissitudini ne ha vissute, ricordiamoci sempre delle tragedie degli anni ottanta, ma che di sicuro ha legato il cuore alla maglietta del Liverpool come lo si fa ad una macina di mulino. Per l’eternità.

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Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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