montalbano camilleri
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Montalbano e lo sport nazionale

Camilleri non c’è più, ma spesso per i grandi l’addio è sempre meno drammatico, non fosse altro perché ci lasciano qualcosa di indelebile che rende difficile dimenticarli. Camilleri ci ha lasciato l’insegnamento del non è mai troppo tardi. Quando pubblicò il primo romanzo poliziesco di Montalbano, quello che di fatto lo lanciò nel gotha degli autori di culto, aveva 69 anni. Un successo inaspettato e per tanto, decifrabile fino a un certo punto. Un successo che, a dispetto di quanto si possa immaginare, è nato dalla coralità dei suoi personaggi, ognuno dei quali richiama il ricordo delle maschere classiche della nostra commedia. Al di là del protagonista, il duro ma buono di cuore Montalbano, si elencano (per dirla alla Gadda) personaggi come Catarella, Fazio, Augello che personificano (esagerando come tutte le maschere) specifiche caratteristiche dell’essere siciliano (e italiano). E qui arriviamo all’altro elemento di successo dei libri e della serie. La sicilianità esce dai tutti i pori, nei paesaggi, nei personaggi e nel linguaggio, il vigatese. Un dialetto un po’ annacquato, come ammesso dallo stesso autore, perché fa uso, soprattutto nella serie, di termini più facilmente comprensibili dal lettore e spettatore non suo conterraneo. Una lezione imparata da un altro grande riferimento della cultura nazionale e regionale, Eduardo De Filippo.

montalbano camilleri
La Vigata in cui è stato ambientato il Commissario Montalbano

Un linguaggio studiato e per nulla improvvisato in cui la comprensione è anche facilitata da un escamotage tecnico, l’inferenza diretta per “opposizione”. Camilleri mette il lettore in condizione di dedurre direttamente il senso di un termine dialettale attraverso una semplice operazione di opposizione di significato. I romanzi di Montalbano sono stati pensati per essere nazional-popolari pur partendo da un contesto squisitamente regionale. Ed è giusto che sia così perché lo impone la storia d’Italia, fatta di staterelli e regni in continua osmosi, finita con una guerra che più che risorgimentale, ha il sapore di guerra civile. Per questo l’opera di Camilleri è potente perché ha unito un popolo; ha fatto quello che la politica e la scuola in più di 150 anni non sono riusciti a realizzare.

Credo che l’unità d’Italia possa essere criticata quanto si vuole, ma che oggi si realizzi nel contrasto con l’avversario della squadra di calcio: in questa opposizione che si svolge sulle tribune, in realtà c’è un’unità di sentimento. Si può essere da una parte o dall’altra, ma un’unità di sentimento esiste

Detta da lui, questa frase ha tutto un altro peso. In un’ottica di sentimento nazionale Montalbano ha raggiunto il successo della Nazionale nel 2006 e credo che in fondo Camilleri ne fosse cosciente. Il calcio, non è una novità, è probabilmente l’unico strumento in grado di guidare ed educare un popolo. La guerra civile jugoslava è scoppiata durante una partita di calcio tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado in una calda domenica di 29 anni fa, lo scontro tra Palestinesi e Israeliani si sta spostando sempre più sul fronte sportivo, l’orgoglio di un’etnia si è rafforzato intorno ad una squadra di calcio, come insegna l’’Amedspor in Turchia e gli esempi sono tanti, troppi e ovunque. Lo spiegava, anche se in toni meno idiallici, nel 1945 Orwell: il calcio è il massimo esempio di orgoglio campanilistico o in un’ottica più cupa, di sciovinismo. In ogni caso, il calcio è unità. Accomuna tutti quel senso di superiorità dopa una partita vinta. Come ci siamo sentiti dopo aver battuto in finale la Francia nel 2006? Non ci siamo sentiti tutti in egual misura senza differenza di sorta più fraterni? Non ci siamo abbracciati con sconosciuti in piazza durante i festeggiamenti? Questo è il calcio, questo è ciò che lo rende universale.

Montalbano e il calcio si esprimono con lo stesso linguaggio misto, un po’ nazionale e un po’ regionale. Camilleri lo sapeva, lo aveva scoperto man mano che ritornò ad amarlo e a seguirlo.

Non è che io lo disprezzi, anzi. Il fatto è che lo praticai in gioventù, al tempo del fascismo. Era obbligatorio e questo non lo accettai: fui l’unico studente italiano, penso, rimandato a ottobre in educazione fisica nel ‘42. Poi mi capitò una, non so se definirla disgrazia o altro. E cioè: mio padre divenne presidente dell’Empedoclina, una squadretta da quattro soldi. Io ero figlio unico. Ricordo queste angoscianti domeniche sera, nelle quali mio padre non tornava a casa dopo la partita. Erano partite che finivano sempre a botte, si svolgevano tra paesi vicini. Non sapevamo, con mamma, se papà era stato arrestato, fosse all’ospedale… Credo che quelle domeniche mi abbiano allontanato dal calcio e abbiano un po’ condizionato la mia esistenza.

Ironia, e forse sarebbe più opportuno dire amarezza della sorte, in contemporanea alla mente siciliana ci ha salutati anche Luciano De Crescenzo, la mente napoletana. Anch’egli ha saputo rendere nazionale un linguaggio ed un sentimento regionale, cavalcando in maniera ancora più marcata il calcio. Perché come lui stesso ci spiega, il calcio è una testimonianza del nostro affetto, una storia in cui il goal, a differenza di qualsiasi altro sport, è qualcosa di raro e per questo è più facile innamorarsi. Ogni partita, ogni azione, ogni goal è un racconto in una storia più grande, quella del nostro Paese. Il calcio meglio di qualsiasi altra cosa può raccontare agli italiani chi sono. Alla fine tutto è racconto. Montalbano è la storia di un poliziotto siciliano che raramente esce dal suo paesino, conosciuto solo dagli stessi siciliani, ma è familiare a tutti gli italiani perché ha raccontato una parte della loro storia. Italiani non si nasce, lo si diventa con i racconti dei nonni, con le tradizioni di famiglia, le sagre di paese e i racconti dei nostri Maestri.

Se potessi, vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio cunto passare tra il pubblico con la coppola in mano.

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