tony parker

Tony Parker

Tony Parker per anni ha rappresentato, nel mondo del basket, il sinonimo di playmaker, nella sua accezione stilisticamente più raffinata. A 37 anni il cestista nativo di Bruges, in Belgio, ma di nazionalità francese (e capace di fare la storia della Nazionale transalpina di pallacanestro) ha detto basta nel suo modo sobrio e misurato, dicendo semplicemente al suo pubblico e a quello dell’NBA che lo seguiva ormai da anni:«Non posso più giocare da Tony Parker». Puro e semplice. In molti ritengono che abbia salutato il palcoscenico del grande basket l’ultimo grande interprete del suo ruolo assieme a Jason Kidd, un costruttore di gioco dalla finissima visione, lontano dagli enfant prodige del basket moderno capaci di fare tutto, spesso benissimo, ma senza dare la sensazione di poter entrare in uno specifico ruolo come una seconda pelle. Parker lascia dopo 18 stagioni in NBA e dopo essere stato per 17 anni una bandiera dei San Antonio Spurs prima di giocare una stagione, l’ultima, con i Charlotte Hornets. 4 gli anelli vinti con San Antonio, negli anni 2003, 2005, 2007, 2014.

I "Big Three"
I “Big Three”

Li chiamavano i Big Three

Per quanto riguarda il rendimento, si può ben dire che negli 11 anni che hanno portato Tony Parker alla conquista dei titoli NBA si sia dipanata la parte più importante della carriera del play francese. Sotto la guida di Gregg Popovich, Parker è andato a formare il terzetto che nel decennio scorso è stato probabilmente il più famoso del basket oltreoceano, quello dei famosi “Big Three” con Manu Ginobili e Tim Duncan, che hanno fatto sognare i tifosi dei San Antonio Spurs e tutti gli appassionati di basket NBA in generale. Un trio perfettamente assortito, con Duncan che rappresentava sul parquet un vero e proprio gemello di Parker, capaci di giocare insieme un basket di una concretezza impossibile da trovare in giro, abbinando le giocate spettacolari e la classe che si chiede a dei performer nell’NBA. Quando l’anima latina di Ginobili si è adattata alle idee di Parker e agli affondi di Duncan, la leggenda dei Big Three è divenuta realtà.

Non credo nell’inferno o nel paradiso, essi sono qui: tu scegli in quale dei due andrai ad alloggiare

Un basket oltre i numeri

Tony Parker si faceva vedere e sentire in campo molto, ma molto di più di quanto non dicessero i tabellini. La sua semplicità di gioco si poteva riassumere in una sua frase:«Non ho bisogno di grandi cose per essere felice, mi bastano solo un pallone e un canestro per cominciare a sognare». Strano a dirsi, in un basket come quello americano (ma sarebbe più corretto dire sport, considerando che le statistiche sono un feticcio di tutte le leghe professionistiche a stelle e strisce) letteralmente ossessionato dalle cifre che ogni partita sa produrre. La media assist di Parker in partita nella sua carriera recita 5.6, non una cifra da capogiro, eppure le giocate del francese incidevano costantemente nelle partite degli Spurs. E la sua intelligenza tattica si rifletteva in maniera evidente anche nel rapporto con il coach Gregg Popovich: nel basket in tutte le squadre il playmaker rappresenta la mente in campo dell’allenatore, ma fra Parker e Popovich l’intesa era a dir poco simbiotica, con i due che amavano interloquire in brevi e memorabili scambi di battute durante i time out per poi spiegare la tattica generale alla squadra ed arrivare sempre alla soluzione giusta al momento giusto. Ogni giocata poteva essere quella decisiva. Parker ama ripetere:«Non credo nell’inferno o nel paradiso, essi sono qui: tu scegli in quale dei due andrai ad alloggiare».E in campo era esattamente la stessa cosa

L’NBA attraverso due decadi

Tony Parker è stato un giocatore più grande di quanto non suggeriscano le medie statistiche, ma le cifre accumulate, oltre ai titoli, sono comunque impressionati, considerando che il francese ha preso per mano San Antonio. Parker è arrivato a raggiungere 1200 partite di stagione regolare e oltre 200 nei play off con gli Spurs, primeggiando sempre in quella Western Conference che pure presentava avversari di tutto rispetto. La media vittorie è stata altrettanto ridondante, tanto che, nell’era-Parker, Gregg Popovich è diventato il secondo coach della storia dell’NBA per media vittorie alle spalle di Phil Jackson. Ma anche il modo di giocare di Parker si è evoluto col passere del tempo, passando da una qualità quasi implacabile sul tiro dalla media distanza al perfezionamento della cosiddetta Lacrim, la sua mossa più famosa, un terzo tempo anticipato che rendeva impossibile l’intervento dei difensori e rendeva i suoi passaggi un martellamento continuo, perfetto per la manovra avvolgente studiata da Popovich.

Un ponte tra passato e presente

Il ritiro di Parker è arrivato forse al momento giusto anche considerando ciò che il francese ha rappresentato nell’NBA degli ultimi anni, di fatto un vero e proprio ponte tra passato e futuro; un giocatore che, come detto, non riusciva a vantare statistiche gigantesche in un mondo di supergiocatori, ma che riusciva a giocare spesso più con la “testa” che con la forza, una vera rarità nel basket americano moderno. Una qualità che probabilmente spiazzava, al momento dei passaggi ma anche di un palleggio sempre essenziale, mai protratto per un secondo di troppo, e che non lo portavano mai a forzare la giocata. Basti leggere la distanza nelle statistiche al tiro tra i 2 e i 3 punti, 12.6 tiri da 2 tentati in media a partita contro gli 1.3 da 3 punti; andare alla conclusione oltre l’arco per Parker era l’eccezione che confermava la regola e doveva rappresentare un’alternativa d’emergenza al passaggio giusto, il suo vero marchio di fabbrica.

Il Re di Francia

Oltre che un mito dell’NBA, Tony Parker resta comunque un idolo in patria e lo sarà ancora a lungo, difficile che la Francia riesca a produrre in tempi brevi un talento del genere. E Parker si è sempre dimostrato particolarmente legato alle sue radici, senza farsi rapire totalmente da una realtà americana che poteva fargli sentire lontano anni luce il basket europeo. Così non è stato, tanto che nel ripercorrere i momenti salienti della sua carriera al momento dell’annuncio del ritiro, Tony ha ricordato la sua Nazionale sia nel bene, sia nel male. “Giocare davanti al pubblico francese è un’esperienza semplicemente fantastica“, ha raccontato. Mettendo tra le gioie assolute l’impresa dell’Europeo vinto nel 2003 alla pari dei quattro anelli conquistati con i San Antonio Spurs, ma anche tra le delusioni il ko in semifinale con la Grecia nel 2005, un match in cui tutti si aspettavano che i francesi riuscissero a mantenere il titolo, al pari delle beffa subita nelle finals contro Miami in una gara 6 che, nonostante 4 vittorie NBA e che ancora brucia. Ma questo è il basket, quello che forse nessun altro come Tony Parker ha saputo capire nella sua essenza, controllando sempre il cuore del gioco, partita dopo partita fino ad arrivare a 1254 caps in NBA. Anche se ora, dopo la sua ultima esperienza a Charlotte, è arrivato il momento di voltare pagina.

A Charlotte mi sono divertito molto, ma a un certo punto sono diventato nostalgico. Stare lontano dalla mia famiglia ha avuto un peso specifico, credo sia arrivato il momento giusto per dire basta. Ho tanto da fare nella mia vita, ho una bellissima famiglia e dei bellissimi figli.

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Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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