1914, l’anno in cui avremmo potuto dire addio al calcio

Era un prodotto tipicamente inglese, ed in ogni nazione dell’Europa continentale in cui era arrivato veniva chiamato foot-ball. A cavallo tra il 19esimo ed il 20esimo secolo i primi club di calcio dell’Europa centrale iniziarono ad emergere a macchia d’olio – un fenomeno che sarebbe cresciuto esponenzialmente fino al 1914 – e le partitelle di pallone nei giardini pubblici delle grandi e fiorenti metropolis mitteleuropee diventarono un fatto abbastanza comune. Qui, i dipendenti di società britanniche si sfidavano in incontri improvvisati che attraevano folle di curiosi intenti a carpire le regole del gioco. I bambini, pur di venire coinvolti in quell’inedita disciplina, si accontentavano di fungere da raccattapalle, e tornati a casa supplicavano le proprie madri di assemblare qualsiasi cosa avessero a loro disposizione per ricreare quel cimelio sferico sintomo di condivisione e felicità. Fu così che a Vienna iniziarono a proliferare per i viottoli, le aiuole ed i parcheggi abbandonati i cosiddetti Fetzenlaberl, palloni spesso usa e getta che guadagnarono in men che non si dica una popolarità inaspettata. Gli adulti più fortunati entravano a far parte assieme ai propri colleghi britannici di squadre di calcio e grazie a questi ultimi avevano modo di imparare e far loro le regole del gioco.

I bambini, pur di venire coinvolti in quell’inedita disciplina, si accontentavano di fungere da raccattapalle, e tornati a casa supplicavano le proprie madri di assemblare qualsiasi cosa avessero a loro disposizione per ricreare quel cimelio sferico sintomo di condivisione e felicità.

vienna calcio 1914
Vienna all’inizio del XX sec era la capitale culturale d’Europa

Fu ciò che avvenne con il First Vienna, il primo club della capitale austriaca sorto nel 1894 all’interno dei giardini del barone Rotschild. Un caso simile fu quello dell’MTK di Budapest: il club, nato inizialmente nella forma di polisportiva, aveva in seguito inglobato il calcio e pur avendo una forte identità inglese aveva deciso di contemplare fin da subito la presenza di giocatori ungheresi. In altri casi, invece, alcune formazioni assunsero un’iniziale connotazione esclusiva ed elitaria: per qualche anno, ad esempio, il Vienna Cricket and Football Club avrebbe schierato un undici interamente britannico. Tuttavia, a causa della sua matrice inglese, il pallone non aveva fatto breccia ovunque. Aveva si attecchito a Vienna, una città ricca ed aperta culla in quegli anni di diverse avanguardie artistiche, letterarie e filosofiche dove tutto ciò che era Made in England andava per la maggiore, ma altrove il suo sviluppo non aveva preso altrettanto piede. In Germania, chi si azzardava a mettere in discussione la popolarità della ginnastica andava denigrato e quando possibile boicottato. Fusslümmelei – la cui traduzione a noi più fedele è delinquenti del pallone – era l’appellativo che puntualmente ricevevano i ragazzi sorpresi a rincorrere la sfera. La stessa reticenza aveva caratterizzato gli esordi del calcio in Ungheria, dove un funzionario locale, Ágoston del Medico, aveva addirittura invocato una mozione per bandirlo dalle scuole, adducendo come motivazione l’elevato numero di infortuni gravi ed alle volte incurabili che si erano verificati in Inghilterra. Nonostante ciò, la natura collettiva, popolare e trasversale del calcio avrebbe nel giro di pochi anni avuto la meglio ed il pallone si sarebbe imposto come lo sport più popolare in quasi tutto il continente. Nacquero ovunque i primi campionati ed all’interno dell’allora impero austro-ungarico ebbe luogo un primissimo esperimento di Champions League, denominato Challenge Cup. Alla Challenge Cup prendevano parte diverse delle migliori formazioni dell’impero e la manifestazione si rivelò – sebbene le partite non erano sempre esenti da scontri – un ottimo antidoto per attutire almeno tra i giovani il sentimento anti-austriaco che si respirava all’interno delle regioni più povere riunite sotto la corona. L’aumentato entusiasmo che aveva pervaso il continente produsse un fenomeno: l’approdo nell’Europa continentale di diversi giocatori e trainer britannici decisi a puntare sul calcio ed intenti a plasmarlo secondo i crismi di quello inglese. Dal canto loro, le formazioni europee preferivano spesso affidarsi a tecnici inglesi in quanto detentori di un’esperienza consolidata e di una tradizione che era cominciata decenni prima. Non sempre però tali tentativi andavano a buon fine: succedeva non di rado che alcuni di questi presunti messia, una volta giunti in Europa, si rendessero conto che le popolazioni locali non andavano ‘evangelizzate’: in quei 10-15 anni il calcio mitteleuropeo era progredito notevolmente ed elementi basilari quali regole, ruoli e moduli erano oramai noti ai più. Veniva semmai richiesto uno step successivo: rendere i club europei vincenti ed affinarne lo stile di gioco al fine di ridurre il gap che li separava dalle formazioni britanniche, un obiettivo discretamente ambizioso e non alla portata di tutti.

“Ogni volta che si racconta la storia del nostro calcio, il nome di Hogan andrebbe scritto in caratteri dorati”
[Gusztáv Sebes]

Non fu però il caso di James ‘Jimmy’ Hogan, allenatore che come pochissimi altri avrebbe lasciato un’impronta indelebile sulla storia dello sport più popolare al mondo e che nel 1912 aveva assunto la guida della nazionale austriaca dopo una prima esperienza in Olanda. Ma poi, il 28 luglio del 1914, era scoppiata la Grande guerra: per Hogan si trattò di una vera e propria doccia fredda, dato che solamente ventiquattro ore prima della chiamata alle armi il Consolato Austriaco di Vienna lo aveva incoraggiato a proseguire il proprio lavoro, sostenendo che non vi fossero pericoli all’orizzonte. Due giorni dopo, però, Jimmy e famiglia furono svegliati nel cuore della notte dalla polizia viennese che prelevò ed incarcerò il tecnico. Questi avrebbe raccontato in seguito di aver condiviso la cella con ladri ed assassini. Sarebbe poi stato liberato nel 1915 grazie al provvidenziale intervento dei fratelli Blyth, due suoi connazionali, uno dei quali co-fondatore del Vienna Cricket and Football Club, che avevano ottenuto la libertà sborsando una cifra pari a 1000 sterline alla Croce Rossa austriaca. Per qualche tempo l’allenatore lavorò alle loro dipendenze svolgendo una serie di piccoli incarichi, in primis l’istruttore di tennis per i figli. Ma dal momento che la Federazione Austriaca aveva rotto il suo contratto, Hogan non aveva modo di continuare ad allenare in quella città che tanto aveva adorato in confronto al grigio Lancashire dal quale proveniva. Chiese così aiuto ad Edward Shires, esportatore del ping pong in Ungheria e a quel tempo giocatore scozzese dell’MTK approdato a Budapest attraverso la Underwood, l’azienda di macchine da scrivere per la quale lavorava. Shires lo mise in contatto con Alfred Brüll, presidente del club. Tra coloro che lo conoscevano Brüll era rinomato per la sua bontà d’animo, ma la ragione che lo indusse a contrattare Hogan andava ben al di là di istanze caritatevoli: Hogan era un allenatore di fama mondiale ed avrebbe vinto sette titoli nazionali interrompendo così il dominio locale del Ferencvaros. Qualche decennio più in là, Gusztáv Sebes, allenatore della Grande Ungheria, si sarebbe espresso con le seguenti parole: “Ogni volta che si racconta la storia del nostro calcio, il nome di Hogan andrebbe scritto in caratteri dorati”. Solamente due anni prima Hogan, che aveva preso parte con la nazionale austriaca alle Olimpiadi di Stoccolma – la prima edizione con le fattezze di una manifestazione davvero globale – aveva avuto modo di conoscere i primi giocatori europei internazionali, alcuni dei quali sarebbero poi deceduti al fronte. Qualcuno di questi Hogan lo aveva pure allenato, come ad esempio, Karl Brausteiner e Robert Merz. E non sarebbero stati gli unici a perire al fronte: il neonato movimento calcistico avrebbe pianto anche altri atleti olimpionici tra i quali i tedeschi Krogmann e Bosch, i francesi Jenicot, Fenouillière e Bach ed il compatriota di Hogan Joseph Dines.

Jimmy_Hogan
Jimmy Hogan

Così come Hogan e Dines, era inglese anche Steve Bloomer, una delle prime stelle del calcio britannico che il giorno in cui scoppiò la guerra si trovò nella medesima situazione di Hogan: viveva e lavorava in Germania, allenava il Britannia Berlin e d’improvviso diventò nemico sul suolo straniero. Bloomer era arrivato in Europa grazie ad Ivan Sharpe, ala sinistra suo compagno di squadra al Derby County. Sharpe era spesso in visita in Germania e negli anni aveva stretto contatti importanti. Nel 1908 aveva preso parte ad una tournée di una formazione amatoriale, i The Pirates, ed al termine della partita contro il Karlsruhe fu convocato a colloquio dal Principe Massimiliano di Baden, che nel 1918 sarebbe diventato cancelliere. Il principe chiese a Sharpe in quale modo, secondo lui, il calcio tedesco – che nel frattempo aveva superato i pregiudizi e le resistenze dei primi anni – avrebbe potuto fare un definitivo salto di qualità. Sharpe consigliò di mettere sotto contratto alcuni tecnici inglesi e scozzesi e probabilmente non fu un caso se tra il 1908 ed il 1914 diversi club tedeschi avrebbero assunto trainer britannici. Fu così che Bloomer, conosciuto dai tedeschi per aver capitanato nel 1901 una formazione inglese – i Professionals of England – ad una vittoria per 10-0 contro la nazionale tedesca ad Hyde Park, arrivò nel continente. Era il 14 giugno del 1914, e ciò significa che la sua avventura ebbe vita breve, dato che solo tre settimane dopo la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania. Il fatto che Bloomer avesse accettato quell’incarico in quelle delicate circostanze storiche confermava le sensazioni di Hogan: nessuno in quel momento aveva sentore di ciò che stava per accadere. Così, il giocatore divenne persona non grata e venne inviato nel campo di lavoro più vicino, quello di Ruhleben. Lì le giornate erano faticose, ma ai prigionieri venivano concessi alcuni scampoli di libertà. Ciò permise a Bloomer, assieme ad altri calciatori britannici, anch’essi rastrellati dalle proprie abitazioni come John Pentland, Fred Spiksley e Sam Wolstenholme, di dar vita a dei mini campionati di calcio e cricket capaci di calamitare l’attenzione di migliaia di spettatori. Bloomer avrebbe poi raccontato che la vita da prigioniero non era poi così terribile, anzi, alle volte aveva l’impressione che i detenuti vivessero meglio delle guardie. Sarebbe rimasto prigioniero per tutta la durata del conflitto, e solamente il 22 novembre del 1918, giorno in cui riabbracciò la moglie nel suo appartamento di Derby, si rese conto di quanto era stato fortunato: apprese che circa un milione di suoi compatrioti avevano perso la vita al fronte. Sebbene la figura di Bloomer oggi sia parzialmente finita nell’oblio, i tifosi del Derby non lo hanno dimenticato e ad ogni incontro casalingo intonano l’inno societario Steve Bloomer’s Watchin’.

Campo di Ruhleben
Campo di prigionia di Ruhleben in cui fu detenuto Steve Bloomer

Fu così che il calcio, nonostante le perdite umane e le tensioni che avevano contraddistinto gli anni della guerra, uscì dal conflitto non solo indenne, ma addirittura rafforzato. Questo perché al fronte spesso si era giocato a pallone, dato che ciò costituiva una distrazione per i soldati ed una maniera per mantenersi in forma. Così, quando fu dichiarato il cessate il fuoco del 1918, i progetti per un calcio più moderno e professionale ripresero da dove si erano interrotti, nonostante i rapporti diplomatici tra nazioni rivali avrebbero impiegato qualche anno a riconsolidarsi. Ogni nazione europea in cui il calcio si era diffuso aveva avuto un suo factotum. L’Italia Vittorio Pozzo, l’Austria Hugo Meisl e l’Ungheria Ferenc Gillemot. Per le loro rispettive nazioni i tre avevano ricoperto svariati ruoli: quello di calciatori, allenatori, arbitri, giornalisti e segretari di federazione. Se Gillemot era deceduto durante gli anni della guerra, Pozzo e Meisl erano sopravvissuti, venendo insigniti di varie onorificenze. Furono proprio loro, unitamente ad altri visionari del pallone tra i quali Jules Rimet, l’ideatore dei mondiali, a dare impulso al gioco più popolare al mondo negli anni a seguire. E fu proprio negli anni tra le due guerre che il pallone assunse definitivamente i contorni di un vero e proprio business: i calciatori iniziarono a venire remunerati regolarmente ed il calciomercato fu regolamentato. Per ragioni economiche, nel 1927 nacque una nuova manifestazione: la Coppa Mitropa, un torneo internazionale per club più inclusivo della Challenge Cup che si era disputata negli anti antecedenti alla Grande guerra. L’obiettivo della Coppa Mitropa era far si che le formazioni che vi partecipavano potessero far fronte al modello professionistico e alle relative spesse traendo un profitto da quel nuovo sistema. E sempre nel 1927 ebbe origine la Coppa Internazionale, una competizione antesignana degli odierni Europei che, così come i mondiali, avrà un ruolo non di poco conto nel ricomporre le relazioni istituzionali tra i paesi di un’Europa i cui confini erano stati drasticamente ridisegnati rispetto solo qualche anno prima.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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