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Maria Sharapova, più Carrère che Panatta

La notizia di qualche giorno fa riguardante l’abbandono al tennis professionista di Maria Sharapova non ha ancora smesso di suscitare commenti e polemiche a distanza di giorni. Complice la giovane età, la grande avvenenza, la spiccata competitività, Maria Sharapova é stata ed é tutt’oggi al centro del dibattito sportivo e non solo. Il perché di tanto clamore attorno a questa donna alta più di un metro e novanta e con un tiro da far letteralmente spaventare il pubblico del tennis, é da ricercarsi nella figura di donna che la giocatrice russa ha da sempre incarnato. Anche in Italia, con la solita grande eleganza che contraddistingue la nostra televisione nazional-popolare, si é voluto celebrare l’addio al mondo del tennis da parte di Maria Sharapova durante la trasmissione Quelli che il calcio di domenica scorsa. Sollecitato da Luca Bizzarri, Panatta ha infatti parlato della Sharapova come di una “simpaticissima”, una che “sembrava l’avesse solo lei”, minimizzando anche le capacità tennistiche della tennista russa alla sola forza fisica.

Ma perché la Sharapova ha attratto così tanto le attenzioni delle cronache mondiali? Le ragioni sono tante ma alcune sono talmente evidenti per chi abbia un minimo di conoscenza della faccenda da saltare immediatamente all’occhio. Oltre ad aver vinto a soli 17 anni Wimbledon con il primato di essere l’unica tennista russa ad esserci riuscita, Maria Sharapova ha spiccato in carriera per la sua competitività, la sua aggressività e naturalmente per l’astuta cura del proprio patrimonio. Notata giovanissima da Martina Navratilova che induce la famiglia ad investire sul talento naturale della bambina filiforme, la Sharapova ricambia in fretta gli sforzi della famiglia facendosi notare a soli quindici anni nei circuiti internazionali. Ma il passo decisivo, la grande opportunità ovviamente si presenta nel 2004 a Wimbledon, quando battendo Serena Williams in finale, vince il suo primo Slam. La notano in tanti nel mondo del tennis, addirittura John McEnroe la definisce una forza della natura, ma anche una sportiva troppo competitiva e non le lesinerà critiche quando nel 2016 sarà squalificata per un caso (molto complesso) di doping. Fatto curioso per quella squalifica non ci sarà nessuno a difendere Sharapova se non la nostra Flavia Pennetta che dirà: “Maria ha dimostrato coraggio. Non assocerò mai il suo nome al doping. Quando ho giocato contro di lei non ho mai pensato di farlo con una tennista dopata”.

Maria Sharapova ha spiccato in carriera per la sua competitività, la sua aggressività e naturalmente per l’astuta cura del proprio patrimonio.

Ma le antipatie che la Sharapova attira a sé esulano dal campo e arrivano dritti dritti dal conto in banca. Con il record di tennista che ha guadagnato di più al mondo, Maria Sharapova é stata decisamente scaltra nel gestire la propria immagine. La tennista russa ha infatti firmato contratti milionari con sponsor che vanno dalla Motorola alla Porsche, dalla Nike (70 milioni di dollari per otto anni) alla Gatorade, tutti onorari anche nei momenti difficili come durante la squalifica. Una macchina da soldi avida e poco simpatica, ma per capire qualcosa di questo carattere forse dovremmo rivolgerci al signor Carrére che alla Russia ha dedicato molti approfondimenti antropologici. Mentre sentivo le parole di Panatta infatti, mi venivano in mente le riflessioni dello scrittore francese quando in Progetto per un film russo, contenuto in Propizio é avere un posto ove recarsi, raccontando della propria vita di successo partita però già da una famiglia borghese, riflette sui destini in grado di “coprire un ampio spettro” attraversando universi apparentemente non comunicanti.

“E la Russia, dove da vent’anni tutto cambia la velocità vertiginosa, dove da un giorno all’altro nascono patrimoni colossali e di conseguenza si scavano disparità sociali abissali, la Russia, dove la storia in cammino, è il paese di tali destini”

Parole che associate alla biografia di Maria Sharapova fanno venire i brividi se pensate al percorso di una bambina nata a Soči, dopo che la famiglia era emigrata dalla Bielorussia a seguito della tragedia di Chernobyl nel 1996, arrivata però a competere coi colleghi maschi sul podio del mondo per conto corrente e potere. Il racconto di una Russia passata dal dormiente comunismo ad uno spregiudicato capitalismo in cui il successo é sinonimo di salvezza. Carrére racconta di una fantomatica Tanja che dice essere un personaggio di fantasia, ma a me viene più facile pensare che sia un accrocchio di più persone incontrate, cresciuta in ristrettezze e con un padre riciclatosi dal esercito russo alla professione di seriale killer privato.

Tanja dotata di una bellezza fuori dal normale, qui vicinissima alla figura di Sharapova, grazie alle sue doti e al suo fascino sposa un ricco Emiro e diventa imponderabilmente ricca. Certo la storia che Carrére usa per raccontare la nuova Russia differisce in molti punti rispetto a quello della tennista russa, soprattutto perché la Sharapova ha usato la sua bellezza solo come un’appendice alla sua popolarità tennistica, ma qualcosa dal fondo emerge. L’immagine di una terra in cui ogni mezzo é lecito per arricchirsi cinicamente dimostrando la propria forza. Forza che nel caso di Maria Sharapova é fisica, supremazia agonistica sfoggiata e mai sottaciuta. La Russia disegnata da Carrére, a volte romantica come nel caso di Limonov, confina con quella cruda e secca descritta da Anna Politkovskaja: una terra strappata dal comunismo e lasciata in mano ai gangster che cercano attraverso l’illegalità di arricchirsi e arrivare ad essere uomini puliti e rispettabili. Perché nella Russia post-comunista il danaro è la lingua dei giusti, dei forti, dei salvi. Per questo a noi occidentali addormentanti dal politicaly correct (di facciata ovviamente) sembra odioso che uno donna possa essere spietata e usare la propria incredibile forza fisica per farsi spazio nel mondo. Una donna che ha perso il volto rasserenante della mamma, magari anche sportiva, ma che fa un passo indietro rispetto all’uomo cacciatore. Come già sottolineato una donna che non punta neanche sulla propria bellezza, che pure é abbastanza fuori dal comune, ma sulla sua forza, sull’aggressività, sulla competizione. Successo che se non é perdonato a donne che puntano sulla sensualità o sulla bellezza, vedi anche il caso dell’americanissima Madonna per esempio, tanto meno é “simpatico” su una donna che ragiona esattamente come i grandi amministratori delegati occidentali. Una donna che non è simpatica, non é accondiscendente e forse per questo fastidiosa per l’uomo medio che sogna l’angelo del focolare. Le discussioni su Maria Sharapova non cesseranno ora che ha appeso la racchetta al muro di casa. Rimaranno i suoi record, questo è poco ma sicuro, ma siamo ben lontani dall’accettarla in quanto donna di successo spregiudicata e ambiziosa. Insomma una donna che compete con l’uomo.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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