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Se lo sport si ferma

Difficile scrivere di sport in un periodo come questo. Difficile raccontare cosa voglia dire essere tifoso, appassionato di sport, o peggio praticante a uso personale di attività sportiva. Il coro, organizzato come un tribunale popolare, attraverso i social media vuole che di sport non si parli in questo periodo. I calciatori del resto con quello che guadagnano dovrebbero vergognarsi rispetto ai medici che in questo momento salvano la vita a tanta gente. Gonfiando (di poco) gli stipendi dei calciatori e svilendo (troppo a volte) quelli di medici e primari, i capi corifei asseriscono che é vergognoso che il calcio non si sia fermato subito, alle prime avvisaglie della diffusione del Covid-19. Difficile dar loro torto, eppure qualche riflessione dobbiamo farla, anche perché spesso in camera dei loro figli non c’è il poster di Marie Curie, ma quello di Ronaldo o Messi. A titolo personale credo che per una volta dovremmo essere proprio noi a scindere la ragione economica dalla riflessione sulla salute. Pagare i medici 500.000 dollari l’anno come accade in America (ovviamente fondazioni private, per carità) non assicura né competenza né responsabilità, tantomeno la diffusione del servizio sanitario. Se oggi in Italia il sistema sanitario regge lo fa sul senso dì professionalità di lavoratori che si sono assunti la responsabilità del Paese, non c’entrano i soldi. Non possiamo essere proprio noi a tirarci la zappa sui piedi dichiarando che é tutta una questione di soldi. Purtroppo, è con altrettanta franchezza che dobbiamo anche ammettere che far guadagnare meno soldi a Ronaldo non cambierebbe la faccenda. Per fortuna aggiungo io.

Come per i greci essere un atleta voleva dire possedere una bontà d’animo oltre ad una bellezza esteriore, per noi gli sportivi rappresentano il mito dell’eterna giovinezza, dell’invincibilità. Nulla può attaccare il corpo dell’atleta. L’atleta é protetto dagli déi, lui non può cadere.

Detto questo, c’è un motivo importante per cui fa molto scalpore il blocco delle manifestazioni sportive, con la polemica annessa sul ritardo di questo provvedimento. Misure che accomunano il campionato inglese, francese e tedesco a quello italiano. Partiamo da ciò che é più prossimo. Jürgen Klopp, iconico allenatore dei Campioni d’Europa, si era guadagnato un plauso mondiale quando un paio di settimane fa aveva risposto egregiamente che a lui non dovevano chiedere nulla sul CoronaVirus essendo un allenatore, quindi popolare, ma non certo un medico che si occupa di cose così serie. Risposta effettivamente condivisibile. Klopp però una settimana dopo, incalzato da un astuto giornalista che gli aveva chiesto cosa pensasse del fatto che si disputasse Liverpool-Atletico mentre l’allarme virus iniziava a serpeggiare in Europa, si era lasciato andare ad un’esternazione sull’ottimo stato di salute dei suoi giocatori, sottolineando però che avrebbero anche loro adottato comportamenti responsabili e preventivi. Poteva sembrare un mezzo passo falso quello dell’allenatore del Liverpool, ma in realtà nascondeva un retro pensiero che in molti condividevano. Gli atleti nella società occidentale rappresentano una versione moderna del concetto greco di kalokagathia. Il corpo allenato e giovane é la rappresentazione dell’aspetto luminoso della vita che ammanta tutto di una calda luce solare. Come per i greci essere un atleta voleva dire possedere una bontà d’animo oltre ad una bellezza esteriore, per noi gli sportivi rappresentano il mito dell’eterna giovinezza, dell’invincibilità. Nulla può attaccare il corpo dell’atleta. L’atleta é protetto dagli déi, lui non può cadere. Se questa riflessione vi sembra assurda in generale, vi risulterà lampante osservando l’atteggiamento avuto da club e calciatori fino ad una settimana fa.

In Italia, mentre tra Torino e a Milano si combatteva uno dei primi corpo corpo tra il virus e la nostra sanità, andava in scena il derby d’Italia tra Juventus e Inter. Molte le polemiche prima, molte le polemiche dopo. Ma c’è un momento della partita che oggi assume tratti inquietanti a rivederlo. Dopo aver segnato la rete del 2 a 0, Dybala corre verso la panchina, i compagni iniziano ad abbracciarlo, qualcuno lo bacia. Irresponsabilità di Dybala? Non credo, lui ha fatto esattamente quello che avrebbe fatto qualunque altra persona dopo aver segnato la rete che probabilmente assegnerà il campionato quest’anno. Il problema casomai è che una regola che valeva in quel momento per tutti gli italiani, per loro non valeva. Sottolineato da un’irriverente video dell’attore Alessandro Paci, quel momento si é rivelato sinistro quando si é scoperto che Daniele Rugani era tra i compagni corsi ad abbracciare Dybala. Daniele Rugani è risultato positivo al tampone del Corona virus qualche giorno dopo. Bisognava aspettare tanto a fermare il calcio? Ha ragione Rooney a sostenere che i calciatori sono stati trattati da cavie, parlando dello stop al campionato inglese? La risposta che ci siano degli interessi economici dietro allo stop tardivo delle attività sportive non basta, c’è qualcos’altro. La paura di ammettere che un virus invisibile metta in ginocchio la nostra società iperattiva é forse una delle cause che dovremmo investigare. Pensate solo a come in Italia la faccenda ha cambiato faccia nella vox populi, da semplice influenza e spot per un Paese che non si ferma, alla consapevolezza che siamo in guerra e dobbiamo isolarci dal nemico che sorveglia i nostri spazi quotidiani.

Nella società occidentale fondata sulla cultura greca, fermare le attività sportive ha quasi lo stesso significato di chiudere le chiese. Basti pensare alla nascita delle Olimpiadi nella lontana Grecia del 776 a.c. La manifestazione di forza e abilità olimpionica era il momento in cui tutto veniva sospeso, ogni contendere umano si piegava alla nobiltà della competizione fra póleis. Vero o meno che ogni guerra cessasse durante le giornate olimpioniche, certo é il fatto che agli atleti partecipanti venisse concesso una lasciapassare che li affrancava da qualunque contesa politica o territoriale. Ekecheiría, “le mani basse”, “le mani ferme”, era il concetto greco con cui si definiva la tregua autoimposta fra i popoli ellenici durante le manifestazioni sportive. Così chi si stava ammazzando fino ad un’ora prima, si fermava per applaudire il vincitore nella corsa o nel lancio del giavellotto. A questo concetto, ma con più modeste prospettive, si ispirò anche De Coubertin quando nel 1896 reintrodusse i giochi olimpici in Europa. Manifestazione internazionale che si arrestò una sola volta nel 1940 a causa dell’estendersi delle Seconda Guerra Mondiale. Difficile per noi ammettere la sconfitta della nostra virilità, della scienza, della nostra efficienza di fronte ad un nemico nanoscopico. Ha ragione il Papa quando dice che chiudere le chiese vuol dire una sconfitta storica dell’uomo, aggiungerei non solo di fede. Per questo oggi bisogna guardare allo stop delle attività sportive con preoccupazione e non con sollievo, proprio perché questo necessario provvedimento ci fa capire di essere di fronte ad un terremoto che ha già ucciso qualcosa di noi e della nostra cultura.

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