Alejandro De Los Santos

Alejandro De Los Santos, simbolo afroargentino

Non esiste nazione africana che non abbia subito espropriazioni, razzie e privazioni di ogni genere. La storia dell’Angola – al tempo Africa Occidentale Portoghese – coincide inesorabilmente con quella coloniale del Portogallo. Storicamente, uno degli interessi principali dei portoghesi nella regione è stato la tratta degli schiavi, ragione per la quale diverse famiglie angolane tentavano di scappare dal Paese alla disperata, consapevoli di lasciare una volta per tutte la propria terra, ma ignare di cosa avrebbero trovato altrove. Ma l’altrove, in quelle circostanze, era secondario: l’importante era fuggire, via terra o via mare. Anche perché gli schiavi angolani – al pari di quelli di Capo Verde – facevano particolarmente gola ai loro colonizzatori: grazie alla loro elevata forza e resistenza erano in grado di sopportare anche i lavori più massacranti, motivo per il quale venivano considerati tra gli schiavi più pregiati. Fu il caso di una coppia che non si sa bene come e grazie a chi riuscì a raggiungere la città di Paraná, nella provincia di Entre Rios, Argentina.

schiavitù portoghese
Carovana di schiavi africani diretti verso le coste sudamericane

Nel 1902, pochi anni dopo il loro arrivo, diedero alla luce un figlio, Alejandro, che rimase presto orfano di entrambi i genitori e si trasferì a Boedo, un quartiere periferico di Buenos Aires. Qui Alejandro coltivò due passioni: il Candombe, che guarda caso è una danza di origine africana arrivata in Argentina qualche decennio prima dal vicino Uruguay, ed il calcio, un passatempo che poteva condividere più di frequente coi propri coetanei. Passione e talento fecero si che il ragazzo approdasse alle giovanili dell’Oriente del Sud e poi, dopo una fugace parentesi nel San Lorenzo, allo Sportivo Dock Sud, un club che a molti dirà pochissimo. Era il 1921 e Alejandro, 21enne, era in rampa di lancio. Grazie ad una sua tripletta lo Sportivo Dock Sud raggiunse la prima divisione l’anno successivo. Non solo: le sue prestazioni sul campo gli valsero un record: il 10 dicembre del 1922 venne convocato in nazionale diventando così il primo calciatore afroargentino ad indossare la prestigiosa divisa dell’albiceleste. Tale primato sarebbe resistito fino al 1978, quando il portiere afroargentino Baley apparve nella rosa – senza però mai scendere in campo – della nazionale che vinse il mondiale casalingo. Solo due anni dopo De los Santos trascinò la propria squadra ad un impensabile terzo posto. Questi exploit gli permisero di presenziare con regolarità tra le fila della propria nazionale e di venire acquistato dall’El Porvenir, altra formazione sconosciuta ai più. Fu la squadra nella quale militò per più anni, dal 1924 al 1930, condividendo seppure per un breve periodo gioie e dolori del campo con uno dei più forti giocatori argentini del tempo: Manuel Seoane, La Chancha, ovvero Il Maiale, come veniva soprannominato a causa di qualche chilo di troppo. Nel 1925 l’Argentina, che presentava la coppia d’attacco dell’El Porvenir, si impose come la miglior formazione del continente sollevando l’allora Campeonato Sudamericano, un antesignano dell’odierna Copa America. Grazie ai gol di De los Santos, in alcuni casi schierato come centrocampista, l’El Porvenir raggiunse uno storico terzo posto, il miglior piazzamento mai ottenuto dal club.

Manuel Seoane

Nonostante nell’El Porvenir avesse per qualche tempo militato Seoane, un mostro sacro la cui stella avrebbe brillato di più rispetto a quella di De los Santos, in molti non nutrono dubbi: il giocatore più influente della storia del club fu senz’altro quest’ultimo. Non era difatti stato un caso che il suo arrivo avesse coinciso con la migliore epoca della storia del club. Ma come mai un giocatore di questo livello, solamente 23enne ma già titolare in nazionale, non sarebbe più apparso tra i convocati dell’albiceleste? Secondo la famiglia non ci sono dubbi: De los Santos non aveva fatto parte della selección ai Giochi Olimpici del 1928 ed alla Coppa del Mondo del 1930 a causa del razzismo strisciante che si respirava in Argentina, un razzismo inasprito ancor di più dall’imminente salita al potere di Hipolito Yrigoyen, la cui retorica nazionalista non avrebbe reso la vita semplice ai pochi calciatori di origine africana. Tuttavia, stabilire le reali cause di tali esclusioni è ardua impresa: in primis, nonostante la vittoria, alcuni media locali come la rivista El Gráfico avevano duramente criticato le prestazioni della nazionale argentina nella Copa America del 1925. Secondo loro, il successo era stato possibile solamente in virtù di una manifesta superiorità nei confronti degli avversari. La rivista aveva inoltre fatto nomi e cognomi: De los Santos, che durante la competizione non era mai andato a segno, era finito assieme ad altri tre compagni sul banco degli imputati. Bisogna anche considerare il fatto che il parterre degli attaccanti argentini del tempo contemplava nomi di prim’ordine. Lo stesso Seoane – lui si era stato protagonista assoluto nel 1925 – non era stato convocato né nel 1928 né nel 1930: nonostante fosse considerato all’unisono uno dei talenti più importanti del firmamento nazionale, l’AFA non aveva ottemperato alla richiesta – reiterata entrambe le volte – di mantenere la propria famiglia durante la sua assenza, decidendo così di pescare un altro campione dal proprio inesauribile serbatoio. L’ultima tappa della carriera di De los Santos fu l’Huracán, club al quale approdò l’anno successivo alla prima Coppa del Mondo, all’età di 29 anni. Qui ebbe l’opportunità di giocare con un altro campione sudamericano del tempo: l’allora giovanissimo Herminio Masantonio, il primo calciatore al quale fu dedicato un monumento in Sudamerica in virtù delle sue prestazioni proprio con l’El Globo.

Herminio Masantonio in una copertina de El Grafico
Herminio Masantonio in una copertina de El Grafico

Appesi gli scarpini al chiodo, De los Santos visse una seconda giovinezza lontana dal campo e non altrettanto ricca di successi, ma sempre all’Huracán: il più importante highlight di quegli anni fu probabilmente aver allenato un giovanissimo Alfredo Di Stefano nel 1946, anno nel quale il River lo aveva parcheggiato all’Huracán in attesa di inserirlo nei propri meccanismi a partire dal 1947. Ma al di là delle motivazioni che più o meno legittimamente avevano spinto i CT argentini tra il 1928 e 1930 ad ignorare De los Santos, una cosa balza all’occhio: la pressoché totale assenza negli annali di calciatori – o meglio, atleti –afroargentini, una peculiarità condivisa col Cile. Il problema, in realtà, si estende ben oltre lo sport: se in Uruguay, Brasile e nelle restanti nazioni del’America bolivariana l’eredità africana è per tutti cosa ovvia e scontata, l’Argentina sembra aver in parte dimenticato la sua storia. Gli studiosi tendono a coincidere su alcuni dati e date: durante il periodo coloniale, 12 milioni di schiavi africani arrivarono in Sudamerica. La stragrande maggioranza di essi fu trasferita nella parte settentrionale della regione mentre 70.000 andarono a popolare le nazioni del Cono Sur, ovvero Argentina, Uruguay e Cile. Il numero può sembrare esiguo ma bisogna tenere conto che alla fine del 18esimo secolo città come Lima o Santiago annoveravano attorno ai 40.000 o 50.000 abitanti. Ergo, l’impatto sull’economia delle nuove risorse fu estremamente rilevante. Ed è altresì risaputo che nel 1778 in diverse città argentine gli schiavi africani rappresentavano tra il 30% ed il 40% della popolazione locale e che nel 1810 circa un terzo degli abitanti di Buenos Aires vantava origini africane. Ma nel 19esimo secolo in Argentina si verificarono alcuni fatti che sarebbero ben presto finiti nel dimenticatoio: la popolazione negra, puntualmente e massivamente utilizzata tra le fila dell’esercito in occasione delle diverse guerre civili o conflitti internazionali, come la Guerra del Paraguay, venne decimata. A concorrere allo sterminio furono anche le ripetute malattie – tra le quali la febbre gialla – che si abbatterono sulle grandi città ed in particolare sui più poveri, coloro che non avevano modo di curarsi. Ma esiste anche una terza causa: la maggioranza di origine europea si prodigò al fine di cancellare l’eredità africana del Paese, facendo scomparire tradizioni ed usanze e contribuendo così a creare la narrazione di una nazione bianca o tutt’al più mista o mulatta.

“solamente due razze esistono in Cile: gli indigeni e i conquistatori europei […] la razza africana è sconosciuta. La gente africana non può prosperare nel nostro clima mite e temperato, dato che morirebbe per la mancanza di calore”

Un assurdo, a maggior ragione se si pensa che uno dei principali orgogli del Paese, il Tango, secondo diversi storici è un derivato del candombe e viene dal termine Shangó.  Shangó ha due significati: è il Dio Yoruba del tuono ed il cuoio che rivestiva i tamburi che gli schiavi erano obbligati a suonare a bordo delle navi che li conducevano in America Latina. In Cile si verificò una situazione simile: nel 1905 il Ministro dell’Istruzione educava gli insegnanti delle scuole statali sostenendo che “solamente due razze esistono in Cile: gli indigeni e i conquistatori europei”. Gli africani no, perché “la razza africana è sconosciuta. La gente africana non può prosperare nel nostro clima mite e temperato, dato che morirebbe per la mancanza di calore”. Non deve quindi stupire se nel 1916, quando Uruguay e Cile si sarebbero affrontati in una sfida del Campeonato Sudamericano, questi ultimi avrebbero lamentato la presenza in campo di due ‘africani’, Isabelito Gradin e Juan Delgado, due ragazzi in realtà nati e cresciuti in Uruguay. La storia di Alejandro De los Santos è quindi una storia atipica, dal momento che i genitori del ragazzo non erano arrivati in Sudamerica a bordo di una nave negriera ma erano riusciti a sottrarsi al loro crudele destino. Qualora non ce l’avessero fatta, una delle destinazioni più probabili sarebbe stata il Brasile, e a quel punto, forse, De los Santos, durante gli anni ’20, anni nei quali i calciatori figli di schiavi iniziavano ad affermarsi tra le fila delle formazioni brasiliane, sarebbe diventato una stella del calcio verdeoro.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<