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Bruno Neri, calciatore contro

La storia dello sport è costellata di protagonisti che hanno scelto di rischiare la loro carriera e la loro stessa esistenza pur di non inchinarsi alla propaganda di regime. Le loro scelte, i loro gesti ed il prezzo spesso corrisposto per il loro coraggio restano incisi nella memoria storica più di ogni altro riconoscimento. Il protagonista della nostra storia è Bruno Neri che il 13 settembre del 1931 fece la scelta che cambiò il suo destino.

Bruno-Neri-Nazionale

Nato nel 1910, Bruno Neri fece il suo debutto nel club della città natale, Faenza, all’età di 16 anni prima di unirsi alla Fiorentina nel 1929. Il terzino godeva di una carriera apprezzabile che gli fece conquistare per ben tre volte la convocazione nella nazionale di Vittorio Pozzo. Il suo stile di gioco era elogiato e riconosciuto come di “classe elevata”. La Gazzetta dello Sport lo definiva “un giocatore serio, coscienzioso, tenace”. Fuori dal terreno di gioco a Bruno Neri piaceva mescolarsi con una folla artistica. Di indole curiosa e sensibile alla bellezza, amava la poesia, le arti figurative, il teatro e la buona musica. Tra i suoi amici c’erano poeti, scrittori e pittori tra i più affermati dell’epoca che contribuirono a formare le sue idee su una visione del mondo contrapposta alle costrizioni di regime e alle censure. Aveva simpatie politiche di sinistra in un momento in cui tali credenze potevano costare la libertà se non la vita. Uomo del suo tempo e consapevole del rischio che andava correndo, in quell’amichevole del 1931 al Giovanni Berta (nome di un “martire” fascista locale con cui veniva chiamato l’Artemio Franchi) fu il solo a rifiutarsi di prestare il saluto fascista alle autorità presenti in tribuna.

L’inizio della guerra rese lo svolgimento delle partite meno frequente e Bruno disputò il suo ultimo campionato quando già iniziava la sua intensa attività di partigiano nel Battaglione Ravenna

Dopo sette anni complicati a Firenze, passò alla Lucchese dove fu allenato da Ernest Erbstein. L’allenatore era un ebreo ungherese che come molti finì per essere deportato a causa delle leggi razziali di Benito Mussolini. Erbstein tornò in Italia dopo la guerra e la sua sfortunata esistenza si concluse con l’intera squadra del Torino sul colle di Superga il 1949. Nel 1940 dopo un breve periodo a Torino, Neri tornò a casa a Faenza, impegnato sia nell’attività di giocatore che di allenatore. L’inizio della guerra rese lo svolgimento delle partite meno frequente e Bruno disputò il suo ultimo campionato quando già iniziava la sua intensa attività di partigiano nel Battaglione Ravenna. Camuffando la sua attività sovversiva dietro la gestione di un’officina meccanica, altra sua passione sin dai tempi dell’adolescenza, ben presto Berni (il suo nome di battaglia) fu presto promosso al grado di vice comandante. Si distese nell’operazione “Zella”, in cui si occupò di persona al trasporto in bicicletta di una radio fondamentale per la trasmissione delle informazioni tra i gruppi partigiani della sua zona. Tuttavia giocò ancora a calcio per il Faenza, prendendo parte al Campionato Alta Italia del 1944, istituito da Mussolini e dai tedeschi occupanti. Il 7 maggio Neri giocò la sua ultima partita, una sconfitta per 3-1 in casa contro il Bologna. Qualche giorno dopo la città venne pesantemente bombardata e lo stadio raso al suolo.

Il 10 luglio 1944 Neri insieme all’amico e collega Vittorio Bellenghi andò in ricognizione all’Eremo di Gamogna, nel comune di Marrani sulle montagne dell’Appennino tosco-emiliano. L’obiettivo era verificare la presenza di tedeschi nella zona. L’opera fu scoperta ed in seguito ad un’imboscata tesa da un gruppo di soldati tedeschi, furono entrambi uccisi. Nel 1946, il comune di Faenza, sua amata città natale, gli dedicò lo stadio cittadino. Pochi anni dopo nel 1955, la sua casa natale in via Garibaldi 22, venne decorata con una lapide commemorativa. Tuttavia, solo quarant’anni dopo venne posto un cippo sul luogo in cui avvenne l’imboscata nazista per commemorare un mediano, un meccanico, un partigiano, un uomo contro.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<