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The Tennis Truman Show

Servi uno slice ad uscire sul diritto di Daniil!

Deve essere stata molto persuasiva la protagonista del siparietto con Nick Kyrgios (n°40 ATP) per convincerlo, sul match point, a seguire il suo consiglio che è valso al talentuoso australiano il titolo dell’ATP 500 di Washington (winning prize $ 327.000), vinto in finale contro Daniil Medvedev (n°5 ATP). Eravamo abituati a spettatori silenziosi ed in disparte e li ritroviamo oggi protagonisti, addirittura decisivi, per le sorti degli incontri. Cosa è successo? Truman Burbank ha improvvisamente vestito i panni di un famoso tennista e noi quelli del demiurgo? O forse, il contrario? Come siamo arrivati a questo punto?

nick kyrgios
Nick Kyrgios abbraccia la fan dopo il consiglio vincente

Innanzitutto, per partecipare allo show è necessario munirsi di un biglietto e già questo può non essere banale. Per ergersi al ruolo di pubblico pagante, infatti, ci vogliono doti particolari e non sempre comuni. La rapidità d’azione, per esempio, necessaria a comprare online in meno di 120 secondi un biglietto per gli Open di Francia, più conosciuto come Roland Garros e seconda prova dello Slam. La fortuna di vincere il sorteggio (“The public ballot”) che gli organizzatori di Wimbledon (terza prova dello Slam che si svolge sull’erba di Londra) hanno riservato agli appassionati previa cauzione e, fino allo scorso anno, invio della domanda via Royal Mail con tanto di francobollo. La tenacia di chi, sempre a Londra, persa la lotteria, sfida le intemperie dormendo all’addiaccio davanti alla biglietteria. Tutto questo con la spiacevole incognita di ignorare chi giocherà, ci auguriamo non un lucky loser contro un qualificato. Inevitabilmente si finisce per mettere da parte la curiosità e l’istinto da talent scout per puntare sui cavalli vincenti, su quel manipolo di giocatori che in fondo ci arrivano sempre, senza sorprese. E, se permettete, una volta che siamo riusciti ad accaparrarci un sedile su un qualsiasi campo centrale ci sentiamo un po’ in diritto di fare come ci pare, anche di dimenticarci quelle regole non scritte di uno sport secolare come il tennis. La scorsa estate sul manto erboso londinese, tradizionalmente teatro di battaglie silenziose, scandite dal solo rumore degli impatti delle palline sul piatto corde, è andata in scena una memorabile finale tra Novak Djokovic e Roger Federer conclusasi al super tie-break (novità assoluta per Wimbledon) del 5° set in favore di Djokovic. In quel caso, sebbene il pubblico fosse sfacciatamente a favore di Federer, ci ha raccontato Djokovic di come sia riuscito, in un gioco mentale faticosissimo, a ribaltare le urla in favore dell’avversario in tifo per lui. Ci ha rivelato che quando sentiva incitare il nome “Roger” nella sua testa risuonava “Novak”. Ha saputo insomma trasformare una pressione, un’atmosfera, un’energia contraria in uno stimolo a giocare meglio. Mi sono spesso domandato come sarebbe finita quella partita se si fosse giocato a porte chiuse o con un pubblico più asettico. Certo la “pazzia” sportiva di Djokovic è unica nel circuito, altri giocatori sarebbero crollati ben prima, ma in tutti i casi credo sia stato un grande esempio di che impatto possa avere il pubblico sia per l’avversario, ma soprattutto per il favorito. Come avrebbe giocato, per esempio, Federer i 2 match point, avuti poco prima del tie-break finale,senza la pressione del pubblico a favore?

Novak Djokovic
Novak Djokovic, tutta una questione di testa

La polarizzazione degli scontri e la forzata necessità di costruire dei personaggi hanno creato nel circuito maschile situazioni in cui a parlare e raccontarsi non è più il tennis ricco di storie e di vita, ma l’evento, lo scontro cui spesso è stato attribuito anche un nome evocativo, come per esempio, il “Fedal” per indicare una partita tra Federer e Nadal. Lo spettatore a questo punto non può mancare, deve essere parte dello show anche se, in alcuni casi, non sa bene cosa sta guardando. Ora che il periodo dei fenomeni di massa Djokovic, Nadal e Federer si sta lentamente avviando alla conclusione per questioni meramente anagrafiche, ecco che è iniziata la rincorsa al pubblico, motivata dal timore di perdere presenze e fatturati. Oggi è ancora possibile festeggiare anticipatamente il successo di un torneo “convincendo” Roger Federer a partecipare, come è successo a Rotterdam nel 2018 quando lo svizzero è ritornato n°1 del mondo a 36 anni. Domani salvare i bilanci sarà più difficile e probabilmente un modo per limitare i danni è proprio rendere il pubblico protagonista, dandogli l’accesso anche a quegli spazi finora sconosciuti che riguardano, oltre ad aspetti puramente emotivi, anche aspetti più concreti come l’essere interpellati, più o meno seriamente, per una scelta di gioco.

L'Abbraccio Federer Nadal
L’Abbraccio

Il pubblico vuole più sentimento? Vuole più ardore? Ecco allora spuntare dal nulla la Laver Cup, torneo esibizione voluto nel 2017 dall’entourage di Federer, che omaggia Rod Laver, unico atleta riuscito nell’impresa di vincere il Grande Slam da professionista nel 1969, ossia primeggiare in tutti i tornei dello Slam nello stesso anno solare. Nella Laver Cup possiamo apprezzare il clima da arena grazie allo scontro tra due squadre: Europa e Resto del Mondo. Ma nell’arena c’è spazio anche per la commozione, in particolare quando abbiamo visto nell’edizione 2017 il doppio storico formato da Federer e Nadal e il loro abbraccio per celebrare la vittoria della coppa. Il pubblico vuole partite più brevi e sgranchirsi le gambe ogni tanto? Ecco pronte dal 2017 le Next Gen ATP finals in cui si giocano set brevi ai 4 giochi ed il pubblico può entrare ed uscire quando e come vuole senza preoccuparsi se questo comportamento possa disturbare o meno il gioco che, di fatto, diventa uno degli ingredienti e non più la portata principale. Sono certo che ci saranno presto giocatori che ci stupiranno, che cambieranno il gioco, che aggiorneranno i record, che affiancheranno nei libri di storia Becker, McEnroe, Borg, Edberg, Agassi. Quello che mi auguro è che scrivano la storia di questo meraviglioso sport senza doverci sedurre, senza doverci odiare, senza sentirsi minacciati da noi, senza chiederci come fare, senza costringerci ad imbarcarci su una barchetta alla ricerca del vero.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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