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Gianni Minà, Storia di un boxeur latino

Olimpiadi messicane, anno 1968. Le Olimpiadi che iconograficamente tutti ricordiamo per quel podio e quelle braccia alzate verso il cielo di Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman in onore della difesa dei diritti civili della popolazione americana di colore. Una manifestazione dalle tinte pesanti, dai significati forti, dalle immagini indelebili. A raccontarle agli italiani era Gianni Minà, un giovane giornalista freelance (diremmo oggi) che vendeva i servizi alla Rai, prodotti di tasca sua. Il giovane Minà era in pigiama mentre ci portava dentro la storia, dopo aver ottenuto di poter alloggiare gratuitamente in una garçonnière all’interno del palazzetto dello sport grazie all’amicizia di una figura carismatica del pugilato messicano. Ed è in questa fusione di momenti storici ed intimità che si sviluppa il tessuto narrativo del meraviglioso Storia di un boxeur latino, autobiografia che non è un’autobiografia, ma forse più una biografia raccontata a se stesso, come ci fa intuire la citazione di Soriano che apre il libro.

Gianni Minà

Le foto che raccontano gli incontri di Gianni Minà, presidenti, pugili e rockstar, potrebbero trarre in inganno, si potrebbe pensare a questo libro come ad  un’agiografia scritta dal protagonista stesso. Niente di più lontano dalla reale consistenza di “Storia di un boxeur latino”, dove nulla va nella direzione della spocchia o anche del pur divertente sfoggio di cotante conoscenze. Di cosa parliamo quando parliamo di incontro? Per dirla carverianamente, visto che siamo in casa Minum Fax. E qui le risposte arrivano da tante riflessioni che emergono nel libro. Gianni Minà non vuole dire mai la verità fino in fondo anche nei racconti più sinceri, vuole che sia il lettore a farsi un’idea. Ma al lettore appassionato apparirà chiaro come la figura del giornalista sportivo Gianni Minà é una figura prima di tutto umana, esaltata dall’incontro e dallo scambio. In diversi momenti del libro Minà si interroga sul perché gli siano accaduti degli incontri così importanti e così forti e, schernendosi, si riconosce una sola qualità, quella di essere “bonario”, di ispirare fiducia. In realtà, in Gianni Minà, lo si capisce bene leggendo il libro, si ritrovano le qualità fondamentali per costruire una carriera sull’incontro: visione aperta del mondo, cultura per catalogare i fenomeni, puntualità coi momenti che contano e fiuto per gli eventi. Mi piace raccontare prima questo aspetto metanarrativo del libro perché, ossessionati come siamo dalle tecniche, dalle scuole di giornalismo e scrittura, dal mito dell’efficienza, dimenticavo ogni tanto che la narrazione é primariamente l’osservazione della realtà da parte di un uomo in grado di capirla e raccontarla, costruendosi i dati per farlo.

Minà insieme a Muhammad Ali
Minà insieme a Muhammad Ali

C’è una figura elegante e fuori dal tempo in Storia di un boxeur latino, quella di uomo piccolo che guarda con occhi curiosi i giganti del mondo combattersi sul ring della vita e che osa chiedergli cosa sognano la notte, chi sono davvero dietro la maschera. Come accadde nel primo incontro tra Minà e Muhammad Ali, dove il gigante nero dopo un’intervista scontrosa rivela al giovane giornalista che aveva capito che lui era diverso, promettendogli alla prossima occasione un’esclusiva sul  Muhammad Ali pensiero, come in effetti capitò qualche anno dopo. La timidezza e l’eleganza della musica brasiliana, che viene a più riprese citata nel libro, potrebbe far intuire l’atteggiamento leggero eppure così efficace con cui Gianni Minà ha affrontato l’arte dell’incontro. Arte, umanità e passione che si incontrano come nell’episodio in cui l’autore racconta di Chico Buarque che si cambia in mezzo alla strada e chiede palla ad un gruppo di ragazzi africani che avevano improvvisato una partitella in mezzo alla strada. Dietro ad una figura umana, ad un racconto emotivo, c’è anche un bello spaccato di società italiana, ma non solo. Un mondo diviso nettamente, la Guerra fredda, un mondo aperto, i cattolici che guidano una Rai che dà spazio anche a ciò che non condivide. Esemplare in questo senso il racconto in cui Minà prova a vendere il servizio alla Rai sull’isola di Wight e un dirigente cattolico accetta quella trasmissione con le immagini del raduno rock perché bisognerà pur essere al passo coi tempi. Un’altra Rai, come commenta lo stesso Minà nel libro, facendo trasparire un po’ di amarezza per la deriva dei tempi.

Da sx: Minà, De Niro, Alì, Leone e Garcìa Marquez
Da sx: Minà, De Niro, Alì, Leone e Garcìa Marquez

Ma non è per queste ragioni che comprerete “Storia di un boxeur latino”, sarà per quelle foto meravigliose che il libro contiene, sarà per sapere come é possibile che Gianni Minà sia andato a “baccagliare” la notte in giro con Paul McCartney e George Harrison, sarà perché volete capire come un giornalista italiano ha ottenuto l’intervista più lunga e più sincera a Fidel Castro. Vorrete conoscere i retroscena della famosa cena tra Muhammad Ali, Robert De Niro, Gabriel Garcìa Márquez e Sergio Leone. Ancora vorrete conoscere cosa si provava ad avere una mentalità “sudamericana” in un mondo pre-globalizzazione, ma dominato dall’immaginario a stelle e strisce. In questo senso vi colpirà molto il racconto L’altra faccia dell’America e in generale, la scoperta di una prospettiva diversa. Ma è sicuramente la boxe a fare la parte da padrone nel libro, del resto il titolo appare abbastanza emblematico, ma anche al calcio sono dedicati dei capitoli molto interessanti. Sono due le figure in particolare ad emergere e guarda caso entrambe sudamericane: il leggendario Garrincha e ovviamente, Diego Armando Maradona. Due figure mitiche per diversi aspetti, due figure segnate dal vizio dell’autodistruzione, due figure che si stagliano dallo sfondo di una terra magica e gigantesca. Il grande sud del mondo fil rouge dell’intero libro dall’inizio alla fine. “Storia di un boxeur latino” è un libro iniziatico come un bell’incontro con un maestro che vuole finalmente farti vedere l’ingranaggio della storia dall’interno, senza mai perdere quell’apertura di sguardo che distingue un cosmopolita che confessa di aver vissuto.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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