lautaro marinez

Lautaro Martinez, l’uomo del destino

Lautaro Martinez, dal basket alla Coppa del Mondo, passando per Messi e l’Argentina. Ritratto di un calciatore sulla bocca di tutti, ma di cui si conosce poco e che nel suo Paese è già l’uomo del destino.

lautaro martinez messi
Li vedremo insieme anche con la casacca blaugrana?

Per chi, come il sottoscritto, in questi mesi di pausa dal calcio è stato obbligato a continuare a parlare sempre e comunque di pallone, nello specifico di Inter, non c’è stato un giorno in cui il nome di Lautaro Martinez non sia stato oggetto dei ragionamenti più o meno balzani, legati al discorso sempre attuale del calciomercato. Il motivo è stato uno solo: l’interesse su di lui non solamente del Barcellona, ma di tutto il movimento calcistico argentino che lo vorrebbe vedere al più presto in blaugrana, al fianco di Lionel Messi. Il perché di tutto ciò non risiede solo in motivazioni tecnico tattiche, ma si inserisce all’interno di un ragionamento che, per capirlo, deve scavare a fondo fino alle origini del Lautaro Martinez uomo e calciatore. Martinez è di Bahia Blanca, una città che ha tra i suoi cittadini Manu Ginobili e Rodrigo Palacio, due sportivi non comuni. Il primo, pluricampione NBA con la maglia di San Antonio, il secondo, idolo alla Bombonera con la maglia del Boca, poi una carriera ricca di complimenti, ma povera di trofei, con le maglie di Genoa, Inter e ora Bologna. C’è un elemento in comune tra Ginobili e Palacio oltre al luogo di nascita: la “palla a spicchi”. Il primo ne ha fatto una professione, il secondo si è limitato alla passione che ha alimentato anche negli anni nerazzurri andando spesso al Forum di Assago per le partite dell’Olimpia Milano.

manu ginobili

Forse ispirato dalle imprese di Ginobili, forse perché a Bahia Blanca scorrono geni più vicini alla pallacanestro che al calcio, fatto sta che il Toro, prima di diventare tale, stava per scegliere la carriera sul parquet. Non se la cavava male, nonostante un’altezza non proprio da cestista, ma in quanto a grinta, voglia di combattere e tecnica non aveva da nulla da invidiare ai migliori della sua età. Uno dei calciatori più desiderati dei giorni nostri poteva diventare un giocatore di basket. Incredibile. Una storia simile l’ha vissuta “El loco” Abreu, il leggendario attaccante giramondo uruguaiano entrato nella storia per il cucchiaio con cui mandò l’Uruguay in semifinale al Mondiale 2010. Anche lui stava per dedicarsi completamente al basket prima di sposare la causa calcistica. Lautaro non è così loco, ma sicuramente a un certo punto della sua carriera si è trovato di fronte a una scelta: o il calcio o il basket. Aveva 16 anni quando prese la sua decisione, seguendo le orme di papà Mario.

Sebastian "El loco" Abreu
Sebastian “El loco” Abreu

Mario Martinez è un nome che non dice molto. Ora è famoso per essere il papà di Lautaro, ma prima è stato anche lui calciatore. Certo, non ad altissimi livelli, ma è stato di ispirazione per il figlio Lautaro che, non a caso, ha iniziato la carriera giocando in difesa come il papà. I suoi allenatori però, capirono subito che quel ragazzo aveva qualità ben maggiori se spostato molto più avanti, così a 16 anni eccolo nell’accademia del Racing. Piuttosto tardi per un ragazzo che sogna di fare il calciatore. Strano, si direbbe. In questo caso, mica troppo: stiamo parlando di un giocatore che fino a quel momento pensava solo ad andare a canestro, mica in porta. Si trasferisce ad Avellaneda da solo, a centinaia di chilometri da casa. Una scelta obbligata e che Lautaro – non si direbbe – soffrì, almeno all’inizio. Noi, in Italia, siamo stato abituati ad ammirarlo e a conoscerlo per come lo vediamo in campo: aggressivo, sempre sul pallone, incapace di mollare. Da ragazzino, invece, era un tipo piuttosto timido, non certo l’animale a corrida che abbiamo ammirato in Serie A con la maglia dell’Inter.

martinez racing
Un giovane Lautaro Martinez ai tempi del Racing

Era molto legato alla famiglia, al fratello minore e al padre a cui chiedeva spesso consiglio non solo per le questioni calcistiche. Nei primi tempi ad Avellaneda, la linea con Bahia Blanca era caldissima. Le serate di Lautaro erano fatte di lunghe chiacchierate con gli amici e i parenti rimasti lontani, ore che poi si trasformavano in lacrime una volta nel letto, coricato nel dormitorio della società, insieme a tanti suoi coetanei che stavano cercando il successo nel mondo del pallone. Furono mesi duri per un adolescente che lasciò tutto, amici e famiglia in primis, per inseguire un sogno. A quell’età è facile crollare, quanti ne abbiamo visti di ragazzi pieni di potenzialità che, da fenomeni dei settori giovanili, non sono mai riusciti a fare il grande salto a causa della poca malizia, della debolezza mentale o della mancanza delle giuste motivazioni? Lautaro era a un bivio: non poteva mollare, ma la sofferenza era grande. Doveva cercare un modo per reagire, per trasformare questa sua debolezza in punto di forza. Non era un gran chiacchierone, quindi trasformò le parole in fatti, la sua timidezza si trasformò in gol. Segnare era il modo con cui si scrollava di dosso tutte le paure e le ansie. Era nato il Toro, un soprannome datogli da un compagno di squadra nelle giovanili, e se ne accorsero anche in prima squadra. Il Racing stava cercando il sostituto di un gigante di quelle latitudini, il Principe Diego Alberto Milito, rientrato in patria per giocare gli ultimi scampoli di carriera con la maglia della squadra che lo aveva lanciato. Fu lo stesso Milito a vedere in Lautaro un potenziale erede. Non è un caso che Martinez esordì in prima squadra proprio prendendo il posto dell’ex 22 nerazzurro, andando a disegnare un ideale passaggio di testimone prima con la maglia biancazzurra del Racing, poi con quella neroazzurra dell’Inter.

Diego Alberto Milito
Diego Alberto Milito

Lautaro, in quei primi anni da professionista, si guadagnò la stima di molti, tanti tifosi non solo del Racing. In lui gli argentini riconoscono il giocatore nato, cresciuto e diventato grande in patria, amato per il suo modo di interpretare il calcio, fatto di lotta, grinta e passione. Quando lasciò l’Argentina per l’Italia, tutti hanno tifato per lui, per quel ragazzo diventato grande nel calcio di casa sua e pronto per conquistare l’altra parte del mondo, quella spietata per chi non ha le spalle abbastanza larghe da sorreggerne il peso. Le prime stagioni nerazzurre sono state una sorta di tirocinio che con le sue prestazioni ha risposto a tutti coloro che ancora nutrivano dei dubbi sulle sue qualità. E ora, la spinta verso Barcellona, è abbastanza comprensibile: gli argentini lo vogliono vedere là, in Catalogna, a giocare al fianco di Lionel Messi, un giocatore così diverso per vissuto e caratteristiche. Lautaro e Messi sono la coppia che punterà al Mondiale 2022 e un paio di stagioni di rodaggio al Barça non farebbero male agli occhi dei critici e osservatori d’oltreoceano. Strapparlo da Milano sarà difficile, in mezzo ci sono tanti soldi. Vederlo al fianco di Messi, in Argentina, significherebbe alimentare la possibilità di coronare al meglio la carriera di Lionel: se la coppia funziona in Spagna, perché non dovrebbe farlo anche in Nazionale? Anche perché, se ci pensate, Messi, al suo fianco al Barcellona, non ha mai avuto un connazionale. Lautaro potrebbe essere il primo, non più il ragazzino timido dei primi tempi di Avellaneda, ma il lottatore che ha saputo trasformare ansie e debolezze in cattiveria agonistica e gol. L’uomo del destino, quello che potrebbe diventare, un giorno, campione del mondo.

About

Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

Altre storie
conte zhang
Conte, Zhang e la Cina