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Rino Gattuso, pregi e difetti di un eroe moderno

Un secondo dopo il termine della finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus in tutta la penisola sono stati strappati migliaia e migliaia di biglietti per salire a bordo di uno dei mezzi di trasporto più affollati delle ultime ore: il carro di Rino Gattuso. Non si tratta solo di tifosi napoletani, ma di supporters di ogni fede calcistica che, all’improvviso, si sono risvegliati innamorati oltre che dell’uomo anche dell’allenatore di Corigliano Calabro. Ora che Rino ha alzato un trofeo, siamo tutti impegnati a tesserne le lodi: quanto è bravo, quanto è bello, quanto è speciale. Tutti discorsi di questo genere. Ma se provassimo ad analizzare con un po’ di lucidità in più e un po’ di emotività in meno (la scomparsa della sorella di qualche settimana fa ha inevitabilmente e umanamente alzato l’asticella dell’affetto nei confronti dell’uomo Rino) potremmo dire che sì, Gattuso ha fatto rinascere il Napoli e ha meritato la vittoria della Coppa Italia, ma bisogna anche essere obiettivi e riconoscere che lo ha fatto togliendo agli Azzurri un po’ di quel bel gioco, seminato nell’era Benitez, sbocciato in quella di Sarri e fin troppo estremizzato da Ancelotti.

Gattuso

Se il Napoli ha scelto uno come Gattuso, vuol dire che De Laurentiis non si accontenta più del bel calcio, ma vuole badare al sodo e stimolare gli uomini dello spogliatoio napoletano, ormai persi tra litigate e baruffe sulle questioni delle multe. Rino è arrivato a Napoli dopo aver guidato dalla fine del 2017 a metà 2019 un Milan derelitto, ma che ha reso vivo, seppur per poco tempo. Un anno e mezzo in cui non sono mancate nei suoi confronti – tante volte anche da parte del fuoco “amico” dei suoi tifosi – critiche feroci per il gioco a tratti inesistente, l’eccessiva cura della fase difensiva evidenziata da un’impotenza là davanti nonostante i vari Higuain, Cutrone e Piatek. Gattuso, però, ha tirato sempre dritto, consapevole delle sue capacità e della sua esperienza maturata in contesti molto più complicati di quello milanese, vedi OFI Creta o a Pisa, dove un giorno sì e l’altro pure ha vestito i panni del condottiero di un’armata Brancaleone che sputava sangue perché venisse riconosciuto da parte del presidente il compenso mensile per i suoi ragazzi, o a Palermo, dove ha subito il più classico dei trattamenti-Zamparini. In tutti questi contesti, il Gattuso allenatore non ha incantato per il gioco offerto dalle sue squadre, ma per il lato umano che si rispecchia in un calcio di difesa, battaglia e ripartenze. Non credete a chi dice che gli azzurri abbiano dominato la finale contro la Juventus e tantomeno a chi sostiene lo stesso per quanto riguarda le due semifinali di ritorno contro l’Inter. Vero, hanno meritato la vittoria, ma l’hanno raggiunta senza dominare. Perché il Napoli Rino-style ha fatto quello che non è riuscito a fare in questi anni. È stato bravo a difendersi più che ad attaccare. Spesso si sono visti Insigne e Callejòn – soprattutto nella finale contro la Juventus – arretrare talmente tanto il loro raggio d’azione da sembrare dei terzini aggiunti, facendo passare il Napoli in fase di copertura a un difensivissimo 6-3-1 con Mertens abbandonato a se stesso. La vittoria ai rigori, storicamente, è sempre casuale, mai figlia di una preparazione. Durante la serie dagli 11 metri entrano in gioco troppi fattori per dire che sia frutto del merito. Quindi è giusto riconoscere il merito di Gattuso in questa vittoria, ma senza esagerare troppo.

Il Gattuso-uomo lo amiamo tutti al di là della fede calcistica e delle simpatie. È un ragazzo che ha dato tanto sul campo, che ha dimostrato che si può lottare per 80 minuti con un menisco rotto e con la vista sdoppiata se si vuole, ma il Gattuso-allenatore è tutta un’altra musica. Una musica ben diversa da quella del suo maestro Ancelotti, una melodia scritta e interpretata da sé, maturata e cresciuta negli anni, batosta dopo batosta. Ci sono allenatori che si adattano alle qualità dei propri giocatori, che sanno essere camaleontici in base al materiale che si trovano tra le mani. Poi ci sono quelli come Gattuso che riescono a farsi voler bene rendendo le loro squadre più simili al loro modo di fare. Questo Napoli è pane al pane come il suo Milan era vino al vino. Senza fronzoli, asciutto e capace di andare dritto al punto con buona pace degli esteti e dei critici del pallone che stanno sempre lì a vedere e studiare tattiche, trame di gioco e idee rivoluzionarie. Per Gattuso questo vale ma fino a un certo punto. Da allenatore ha condotto il suo Milan mediocre senza mai farsi prendere dall’emotività, regalando gesti di eccezionale umanità (rifiutare quanto gli spettava dl contratto dopo esser stato messo alla porta) e guidando una squadra modesta a un punto dalla qualificazione in Champions, lottando punto a punto con un’Inter che, a livello di campagne acquisti e investimenti, aveva sicuramente molti più mezzi rispetto ai rossoneri. Il Gattuso allenatore è così, prendere o lasciare: poco spettacolo, tanto sacrifico, poche idee di gioco e poche occasioni da concretizzare al massimo. Un calcio lontano dai guru del possesso palla e più vicino a quello del gegenpressing di Jurgen Klopp, ma con ancora tanta strada da fare per diventare così dominante. Per certi versi, molto più vicino all’idea di calcio di Massimiliano Allegri: pochi fronzoli, tanta sostanza. Un altro che adesso viene rimpianto e incensato, ma quando sedeva in panchina e vinceva a modo suo veniva comunque attaccato. Hanno ragione loro, i Gattuso come gli Allegri. D’altronde, siamo un popolo schiavo del risultato. Con buona pace dei cultori del bel giuoco.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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