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Se mi batti, ti arresto. Pierre Nkurunziza il dittatore calciatore

Qualche anno fa colpì la notizia del presidente di un piccolo Paese africano che dopo aver subito una sconfitta sul campo di calcio, come protesta contro l’ingiustizia agonistica, aveva fatto arrestare i due allenatori avversari. La notizia riguardava Pierre Nkurunziza, Presidente della Repubblica del Burundi e  calciatore della squadra degli Haleluya Fc. Un doppio ruolo vissuto con scioltezza, anche grazie al servilismo degli avversari che lasciavano al presidente, allergico alla democrazia, la possibilità di esibirsi e segnare senza alcun contrasto. Ma quel 3 Febbraio 2018 la squadra del piccolo paese rurale di Kiremba aveva affrontato l’avversario senza informarsi sullo status di uno dei suoi giocatori di punta: Pierre Nkurunziza, per l’appunto. Così dopo una sfida fin troppo vera, ma soprattutto dopo aver subito una sconfitta e qualche contrasto di troppo, Nkurunziza aveva smesso i panni del calciatore ed era tornato a fare il suo main job: il dittatore.

Pierre Nkurunziza

La notizia parrebbe divertente, ma purtroppo dietro a questa storia si erge la figura di un terribile dittatore che ha mortificato per anni il Burundi e che qualche giorno fa ha trovata la morte ad aspettarlo. Per raccontare Pierre Nkurunziza si potrebbe partire da tanti spunti della sua personalità e della sua carriera, ma per chiarire di cosa stiamo parlando, forse é meglio partire dalla fine. L’8 Giugno scorso infatti, un tweet annuncia la morte del Presidente, ufficialmente é stato un infarto a stroncarlo durante una partita di pallavolo, ma i dubbi sono tanti. La moglie aveva appena affrontato  il Covid-19 uscendone  indenne, qualcuno mormora che sia stata proprio la pandemia attuale, combinata al diabete cronico di cui soffriva da tempo, ad averlo portato via. Va detto che nessuna prova ad ora confermerebbe questa versione. Però la notizia ci dà il polso di ciò che é accaduto in Burundi negli ultimi quindici anni. Il Presidente-calciatore, definizione che lo renderebbe simpatico, in realtà é stato giudice di tutto ciò che é accaduto negli ultimi anni nel Paese africano. Ricordiamo che il Burundi oltre ad essere uno dei Paesi più piccoli del continente africano é stato da sempre segnato da guerre fratricide e etniche, di cui la più tragica fu la guerra civile conclusa nel 2005 proprio grazie all’intervento politico di Nkurunziza. Alla base dei conflitti interni in Burundi e delle forti tensioni con il Rwanda, c’è l’odio razziale fra Hutu e Tutsi, gruppi etnici entrambi cristiani che non sopportano l’idea di poter vivere a stretto contatto. Ricordiamo che proprio questa fu la matrice del più grande genocidio africano avvenuto in Rwanda nel 1994 e che costò la vita a circa 500.000 persone. Se avete voglia di capire cosa é successo in quella striscia di terra africana in quegli anni dovreste guardare il durissimo film di Terry George, Hotel Rwanda.

guerra civile burundi
La guerra civile tra Hutu e Tutsi che ha martoriato il Burundi per decenni

In questo clima di inaudita violenza tribale si é fatto strada Pierre Nkurunziza a cui, come già accennato, va accreditato il clima di “pacificazione” di cui ha goduto il Burundi. Clima di tregua sempre sul punto di essere rotto, ma mantenuto grazie ad un’ossessivo controllo del potere, ottenuto attraverso la distruzione di qualunque opposizione. Come quella volta in cui Nkurunziza rischiò di essere sottoposto a giudizio dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini contro i propri cittadini e per tutta risposta il dittatore tolse il Burundi dal CPI e gravò la morsa sull’opposizione interna. Un controllo maniacale, un successo popolare e populista, rafforzato anche dai suoi meriti sportivi. In realtà, nel caso di Nkurunziza sarebbe meglio parlare di indole sportiva, visto che in realtà non ebbe mai successo come atleta al di fuori dell’attività amatoriale, servono da trampolino di lancio per la carriera politica. Un fenomeno, quello del connubio sport-politca, che é ovviamente molto evidente in Africa, basti pensare al caso del liberiano George Weah, divenuto Primo Ministro nella propria terra. La carriera sportiva può essere un buon modo di raggiungere molta gente grazie alla popolarità agonistica. Del resto, il successo in Europa é un biglietto da visita equivalente a poter vantare un grande patrimonio, argomento da sempre attraente a tutte le latitudini. Ma nel caso di Nkurunziza c’è dell’altro, c’è soprattutto la ricerca di un vecchio mito spartano, l’agoghé, ovvero l’idea di uno popolo guerriero, pronto in qualunque momento a combattere per la propria nazione. Clima di allerta massima, giustificato da un contesto in cui lo scoppio di una guerra interraziale é sempre sull’orlo dell’accadere.

George Weah, ex campione del Milan e presidente della Liberia (1)
George Weah, ex campione del Milan e attuale presidente della Liberia

E così lo sport diventa un modo per dimostrare la propria virilità, la propria invincibilità anche se pilotata, una macchina da propaganda che si autoalimenta. Così il Burundi ha vissuto quindici anni di soprusi interni, ma di grande ordine ed equilibrio agli occhi distratti degli osservatori esterni. Un pugno di ferro che ha schiacciato ogni riforma e ogni opposizione. Il tutto sotto l’occhio allucinato di Pierre Nkurunziza che dopo la laurea in Educazione Fisica aveva participato a mettere a ferro e fuoco il Burundi, avendo poi però, la possibilità di negoziare la pace durante la guerra civile. Il mito populista sportivo altro non era che una delle tante promesse di libertà mancate di Pierre Nkurunziza che dietro alla maschera di uomo qualunque (niente cravatta, spesso in abiti sportivi o comunque semplici) nascondeva il divismo proprio solo dei grandi dittatori narcisisti. Pierre Nkurunziza scompare e insieme a lui sfumano tante verità, prima fra tutte proprio quella legata alla pandemia del Covid-19 che mentre dilaniava il Burundi, come molte altre terre africane, veniva formalmente negata e minimizzata. Un ribaltamento della realtà assassino e pericoloso che ha riguardato ogni aspetto della vita del Burundi per quindici anni, sino ad arrivare a truccare gli incontri di calcio che vedevano il presidente-giocatore in campo, contraddicendo quello che aveva sempre dichiarato un grande visionario che affondava le radici nell’Africa più profonda: Bob Marley.

Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<