antonio conte (1)

Antonio Conte e la sindrome d’accerchiamento

Il modo in cui vinciamo e perdiamo riflette il tipo di comunità che siamo. Questo il principio su cui dovrebbe basarsi ogni attività sportiva ed è da qui che bisogna partire per interpretare quello è successo nella notte tra domenica 19 e lunedì 20 luglio allo stadio Olimpico dopo il fischio finale di Roma-Inter. Protagonista indiscusso del post match Antonio Conte, allenatore dei nerazzurri. Un personaggio che già in passato (quando era al Bari, alla Juventus e al Chelsea) non aveva perso occasione di lamentarsi di fronte a episodi – a suo parere – sfavorevoli nei confronti delle sue squadre.

Di Bello
Di Bello, l’arbitro di Roma-Inter

Ma torniamo all’attualità. Pomo della discordia, il fallo di Kolarov su Lautaro Martinez, evento scatenante dell’azione che ha portato al pareggio giallorosso. Fallo non notato dall’arbitro Di Bello che, seppur richiamato dal VAR, è rimasto convinto della sua scelta, convalidando la rete dei giallorossi. Qui siamo nel mondo delle lamentele calcistiche, cosa che ci sta di fronte a fischi non del tutto chiari e scelte arbitrali che – viste le temperature e i ritmi a cui sono sottoposti anche i nostri fischietti – possono a volte rivelarsi clamorosamente sbagliate. Ma quando poi si travalica nel complottismo e nella sindrome di accerchiamento, allora si inizia a giocare a un altro sport. Perché Antonio Conte si è sì lamentato delle scelte del fischietto Di Bello, ma è anche andato a recriminare per quanto riguarda un calendario a suo dire “folle” che costringe i suoi ragazzi a scendere in campo contro squadre che sistematicamente hanno 24 o 36 ore di riposo in più, così da essere atleticamente più freschi e capaci di mettere in difficoltà i suoi giocatori. Un attacco frontale contro la sua stessa società, l’Fc Internazionale, rea di non aver difeso con la dovuta forza i propri interessi. Poi, all’interno di queste sue parole, troviamo anche un’offensiva contro un sistema che se deve penalizzare qualcuno sceglie come vittima sacrificale l’Inter. Dichiarazioni che, viste dal di fuori e con l’occhio di chi quel Roma-Inter lo ha seguito, hanno il sapore di una sterile ricerca di capri espiatori per una prestazione che ha visto gli uomini di Conte mai pericolosi, autori di zero tiri in porta, incapaci di creare azioni offensive e che si sono fatti recuperare per l’ennesima volta (la diciannovesima in stagione) dagli avversari.

Il pianto in post partita è un’arte antica che si tramanda di generazione in generazione. Solo per soffermarci brevemente sugli anni più recenti citiamo: Mazzarri e il suo “poi ha iniziato a piovere” e anche “in settimana abbiamo anche festeggiato il compleanno di Cavani”; Simone Inzaghi e i suoi ormai proverbiali “Spiace per i ragazzi, non ricordo parate di Strakosha”; Gasperini che spesso se l’è presa per delle clamorose sviste arbitrali a sfavore della Dea. Antonio Conte, già ai tempi della Juventus, quando le cose non andavano per il verso giusto non perdeva occasione per lasciarsi andare a dichiarazioni contro tutto e tutti. È celebre ormai la sua battuta del “ristorante da 10 euro” nato in bianconero e riproposto anche in salsa teutonica in occasione della rimonta subita dalla sua Inter nel post-Dortmund. Antonio Conte quando non vince ha la tendenza a cercare le scuse più disparate per giustificare i suoi giocatori.

Walter Mazzarri
Walter Mazzarri, noto per le sue dichiarazioni post partita

L’uomo-Conte è fatto così: con l’adrenalina in corpo non riesce a trattenersi e spesso si lascia andare a esternazioni che assomigliano a ricerche ossessive di giustificazioni per mascherare limiti concreti del suo lavoro e dei suoi giocatori. Cosa che, all’occhio del tifoso può anche alimentare il tanto lodato senso di accerchiamento di mourinhana memoria con il rumore dei nemici e tutto il resto, ma che visto da fuori non fa altro che far passare il messaggio che, quando non si riesce a raggiungere l’obiettivo prefissato, l’unica soluzione a tutti i mali è piangere, nascondersi dietro a “è tutta colpa loro che ci vogliono male”. Antonio Conte da allenatore dell’Inter non ha ancora vinto nulla, ma sente l’esigenza di lamentarsi, di diventare uno strenuo difensore di annose questioni che, nei decenni, i tifosi nerazzurri hanno vissuto come torti insopportabili e impossibili da evitare perché le loro parole e i loro sospetti non sono mai stati presi in considerazione da chi di dovere. Il caso vuole che, dall’altra parte della barricata, una volta c’era Antonio Conte che adesso si rende conto che, alcune volte i “conti non tornano” quando si parla di Inter. “Vincere è la sola cosa che conta”, dicevano dalle parti di Torino, un concetto che a Milano – e probabilmente Conte se n’è accorto solo ora – non è così scontato. Anche perché per vincere non basta solo spendere soldi e alzare la voce, ci vuole qualcosa di più. Nel calcio come nella vita. E quando si perde, bisogna farlo a testa alta, senza cercare attenuanti. Altrimenti si rischia di diventare dei piangina, quelli che quando eravamo bambini si lamentavano per ogni cosa e che, puntualmente, diventavano il bersaglio di tutti. Attenti, perché fuori possono esserci dei bulli.

About

Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

Altre storie
CALCIO DI RIGORE
Il calcio di rigore