zlatan ibrahimovic

Zlatan Ibrahimovic, il supereroe più umano che c’è

Il 3 ottobre Zlatan Ibrahimovic compie 39 anni e li festeggia in quarantena, alle prese con il Covid-19. Una battaglia che – ha giurato – vincerà a mani basse, a dimostrazione della sua proverbiale spavalderia che, nonostante gli anni, non cambia mai. Il tempo passa, ma Zlatan rimane Zlatan e continua a fare la differenza, anche alla soglia dei 40 anni. Perché Ibrahimovic, come dice il titolo del nostro racconto, è il supereroe più umano che c’è.

Zlatan Ibrahimovic (1)

Non vogliamo raccontare la sua cronistori: quella la conoscete bene o basterebbe andare a dare un’occhiata alla sua pagina Wikipedia. Noi vogliamo spiegarvi perché Zlatan Ibrahimovic, a 20 anni dall’inizio della sua carriera, è ancora un giocatore determinante e un personaggio che affascina, divide e fa discutere; uno che, volente o nolente, attira l’attenzione. Come quando nell’estate del 2016 convocò una conferenza stampa per – si presume – annunciare il proprio futuro club, ma che poi si rivelò il lancio della sua linea di abbigliamento. Avventura commerciale piuttosto deludente e finita presto, ma quella conferenza stampa ha dimostrato ancora una volta quanto il personaggio possa essere magnetico e, contemporaneamente capace di illudere, senza però smettere di farsi amare.

Zlatan Ibrahimovic è un campione diverso da tutti gli altri per tanti motivi. È un giramondo, uno che ha saputo e voluto mettersi alla prova su palcoscenici diversi, dimostrando ovunque la sua grandezza. Una superiorità arrogante che non ha mai nascosto, anzi, non c’è stata occasione in cui non abbia voluto rimarcarla, renderla ben visibile a tutti. Zlatan non ha mai vinto né Champions né Pallone d’oro, nonostante le chances le abbia anche avute. Ma, per avere consapevolezza dei suoi mezzi, non ha mai avuto bisogno di conferme o premi istituiti dai comuni mortali; si considera al di sopra di tutto e tutti. In quell’oceano di egocentrismo c’è anche un pizzico di umanità o più semplicemente di calore umano che è mancata sia a Messi che a CR7, perché visti sempre e solo come due fenomeni implacabili, macchine da gol e maniaci della professionalità allo stato puro.

zlatan ibrahimovic

Della sua infanzia trascorsa a Rosengrad se n’è parlato diffusamente, ma è giusto accennarla. Figlio di padre slavo e madre croata (entrambi emigrati in Svezia per scampare ai venti tempestosi che soffiavano sulla Jugoslavia, già prima della dipartita del colonnello Tito), Ibra sta poco in casa anche perché i genitori si separano quando lui è ancora bambino. Il Taekwondo prima e il pallone poi, sono le sue passioni, praticate sin da piccolo sotto età rispetto ai suoi compagni. Pensare che ora, quel bambino che giocava solo contro i più grandi, è diventato il più “vecchio” della truppa ed è costretto a confrontarsi con ragazzini che arrivano ad avere anche 20 anni in meno di lui. Un dettaglio reale, ma fa anche sorridere.

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Al di là dell’arroganza del personaggio, del suo incontenibile ego e della voglia di essere sempre il migliore, Ibra riesce a rimanere, anche alla soglia dei 40 anni, un moltiplicatore di qualità per i più giovani, il trascinatore e l’uomo squadra, un leader assoluto. Il capitano senza fascia che conduce la sua truppa di fedeli soldati. Perché Zlatan è così: ingombrante, ai limiti del bullismo e il suo carattere inevitabilmente può non andare a genio a molti. Uno che regna quando attorno a lui c’è il caos, quando il gruppo è perso e cerca una guida carismatica e, se serve, autoritaria, oltre che autorevole.

Per questo è un giocatore diverso da tutti gli altri. Sa entrare sottopelle nei suoi compagni e, anche quando non c’è, dà l’impressione di poter condizionare l’andamento di una partita dei suoi, semplicemente pensando che lui è lì, a casa, a seguire le vicende del suo plotone davanti alla tv, impotente ma mentalmente sempre presente. È passato dal Malmoe all’Ajax solo perché Arséne Wenger pretendeva di sottoporlo a un provino prima di inserirlo ufficialmente nell’organico dell’Arsenal; con lui non esiste alcuna possibilità di mettere in dubbio le qualità tecniche con un provino, come vale per un calciatore qualsiasi. Lui non lo è e lo ha dimostrato imponendosi in un ambiente come quello dell’Ajax dove i ragazzi vengono cresciuti a pane, 433 e buona educazione tecnico tattica, oltre che umana. È arrivato ad Amsterdam direttamente dalla Svezia, con alle spalle tre campionati giocati in prima squadra a Malmoe, convinto di non dover dimostrare niente a nessuno.

Ego smisurato, ma anche capacità di mettersi alla prova e di migliorarsi. Ci sono stati tantissimi giocatori che, convinti dei propri mezzi, si sono accontentati e non sono riusciti a migliorare quanto fatto in giovanissima età; altri, come Ibra, sono professionisti integerrimi e nel caso di Zlatan, nonostante un carattere ingombrante ed ego-riferito, sono stati capaci di ascoltare i consigli degli allenatori che li hanno seguiti nel corso della carriera. Nel caso di Ibra, questo ruolo lo ha avuto uno che con i campionissimi si è sempre confrontato: Fabio Capello. Con Capello, alla Juve Ibra sale al livello successivo. Il mister lo accusa di non segnare abbastanza, e Zlatan risponde con i gol e il “panchinamento” di un certo Alessandro Del Piero. All’Inter raggiunge la maturità tecnica e realizzativa, vince e fa vincere. Se ne va alla ricerca del Sacro Graal, l’ambita Champions League, in terra catalana, involontariamente alimentando il sogno realizzato, che si chiama Triplete, della squadra che solo un anno prima godeva dei suoi servigi. La sua prima era rossonera è tanto travolgente quanto è scottante l’addio per Parigi nel nome delle ragioni di bilancio.

Dopo la misera esperienza di Manchester, si rialza prendendo a pallonate portieri e avversari in MLS con i Los Angeles Galaxy, esperienza che appare più un test psico-fisico per confermare che Zlatan c’è, è pronto per tornare in Italia a indossare la maglia che ha sempre amato più di ogni altra, quella del Milan. Zlatan è un supereroe umano perché arriva in un gruppo che fino a quel momento aveva fatto una fatica tremenda a trovare una logica, una guida, un’idea di calcio. Ibra scende in campo e con le sue qualità tecniche migliora tutti gli altri, e con quelle umane impone la sua potenza fisico-psicologica superiore alla media. E noi, coscienti della sua antipatia naturale, nutriamo nei suoi confronti un affetto che, più passa il tempo, più cresce, restando però profondamente irrazionale. Come si può amare uno che pensa che tutti gli altri siano zero mentre lui è un dio? Logicamente non sembra possibile, ma è così. Avere un Ibra dalla propria parte fa bene a chiunque, nel calcio e nella vita. Basta non farlo arrabbiare e vedrete che andrà tutto bene.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<