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Da Pancev a Pandev: cambia una consonante e il destino di un Paese

Di questa sosta per le nazionali ci portiamo dietro le mille polemiche sulla sua utilità, sul rischio contagio elevatissimo e una bella storia di sport: quella della Macedonia del Nord che, con la rete di Goran Pandev, vince 1-0 in casa della Georgia e si conquista una storica qualificazione agli Europei 2020 che si giocheranno, però, nel 2021.

La Macedonia del Nord, che fino al 2018 si chiamava semplicemente Repubblica di Macedonia, nella storia del calcio non ha mai lasciato il segno, e probabilmente mai lo farà. Ha un capitano, un giocatore speciale, che si chiama Goran Pandev, vecchia, vecchissima conoscenza del nostro calcio che non abbiamo mai considerato più di tanto, nonostante la sua classe infinita e la sua carriera che sembra destinata a essere sempre a un metro dal traguardo, ma che fino a questo momento non ha ancora conosciuto la parola “Fine”.

Probabilmente José Mourinho, il Mago di Setubal, mentre guardava i suoi giocatori alzare al cielo di Gelsenkirchen la coppa delle grandi orecchie in una notte di maggio del 2004, non aveva minimamente idea che quel Goran il macedone avrebbe fatto le sue fortune in quel di Milano. Invece, la storia volle proprio così: Mou si consacra al Chelsea, Pandev a Roma e i due si ritrovano a Milano, e in nerazzurro compiono una delle imprese sportive più importanti del calcio italiano e mondiale. Gli anni in nerazzurro sono quelli della maturità di Goran e li vive cosciente di non essere un titolare inamovibile, ma una preziosa risorsa per dare il cambio ai vari Milito, Eto’o, Sneijder. Umiltà e professionalità, il contrario di quello che fece proprio a Milano e proprio in nerazzurro un suo compaesano che, una quindicina d’anni prima, era arrivato tra squilli di tromba e se ne andrà con l’etichetta del “Bidone” o “Fenomeno parastatale”: Darko Pancev.

Darko Pancev

Da Pancev a Pandev non c’è solo una vocale di differenza, ma un mondo. Quello che fu il Ramarro, campione d’Europa nel 1991 con la Stella Rossa e Scarpa d’oro, arrivò a Milano mettendo in luce un animo talmente pieno di sé da sfociare quasi nella strafottenza piena. Pandev, invece, sarà perché nei confronti dell’Inter ha avuto una sorta di debito di riconoscenza, in nerazzurro fa il suo e non alza mai la voce. Non si lamenta quando il pubblico inizia a bersagliarlo se il livello delle sue prestazioni, inevitabilmente, si è abbassato e quando capisce che il suo tempo in nerazzurro è scaduto, parte per nuove sfide: Napoli, Galatasaray e Genoa, ultima tappa di una carriera lunga quasi 20 anni e allungata per compiere una missione: portare la Macedonia agli Europei. Il traguardo raggiunto è l’emblema della sua carriera.

È per loro, che in questo caso sono anche connazionali, che Pandev ha deciso di allungare la sua carriera di almeno un anno: la possibilità di portare la sua piccola nazione, la Macedonia, agli Europei era un’occasione troppo ghiotta da non prenderla al volo. Così Goran si è caricato sulle spalle le sorti di una squadra senza alcuna esperienza internazionale; ha puntato tantissimo sull’orgoglio di un popolo ed è riuscito in un’impresa che possiamo definire storica.

Sono felice, abbiamo vinto per il nostro popolo e per tutti noi. Il sogno che avevamo è diventato realtà. Abbiamo un gruppo giovane, i ragazzi sono forti e hanno un futuro. prima della partita ho parlato con la squadra e ho detto loro di stare calmi. Alla fine abbiamo vinto, sono entusiasta.

Per lui, che quando aveva 8 anni ha visto la disgregazione della Jugoslavia e ha vissuto sulla sua pelle tutte le conseguenze più o meno complicate della dissoluzione di una realtà del genere, mettere il suo talento in campo per una causa come quella del calcio macedone era quasi un obbligo morale. Aveva tutta l’intenzione di mollare già a giugno del 2020: voleva conquistare e giocare il trofeo continentale con la maglia del suo Paese da capitano e recordman sia per presenze che per reti, il tutto dopo aver salvato il Genoa. Poi il Covid. Un evento che per molti ha significato una rinuncia ai progetti, ma che per Pandev ha voluto dire una sola cosa: andare avanti e rinviare ogni idea di stop di un anno almeno.

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Così è tornato in campo per salvare il Genoa e ce l’ha fatta, segnando due gol preziosi contro Udinese e Spal, servendo due assist per i compagni nel derby contro la Samp e nell’ultima sfida contro il Verona. Poi, ha spostato le sue attenzioni alla Macedonia, che voleva a tutti i costi portare agli Europei: fascia di capitano al braccio, maglia numero 10 sulle spalle e il gol, quello decisivo, che è valso un pass per l’Europeo 2020, il primo della storia del Paese a nord della Grecia, indipendente dal 1991 e che conta poco più di 2 milioni di abitanti.

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Pochi, ma buoni, si dice: nella capitale Skopje, probabilmente, un giorno dedicheranno un monumento all’eroe più antieroe che c’è, il calciatore silenzioso che, pur di realizzare il sogno del suo Paese ha aspettato, ha rinunciato a mollare e ha continuato a lottare anche oltre la data di scadenza. Magari il cammino della Macedonia non sarà lunghissimo nel prossimo Europeo, ma sarà sicuramente indimenticabile. Per lui, Pandev, per un popolo e per una nazione che nella sua storia ha vissuto più dolori che gioie, raggiungere un obiettivo del genere è già di per sé un grande traguardo.

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Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<