Still Cassius Clay I - Foto: Gerry Cranham
Still Cassius Clay I - Foto: Gerry Cranham

Muhammad Ali, un’icona dei diritti civili

Non è un’iperbole affermare come nel panorama sportivo del secolo scorso non vi sia stato atleta più grande e significativo di Muhammad Ali: per quello che ha ottenuto sul ring ma, altrettanto chiaramente, per quanto ha fatto fuori da esso.

Still Cassius Clay II
Still Cassius Clay II – Foto: Gerry Cranham

Il vincitore della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, nominato per ben cinque volte “Pugile dell’anno” dalla rivista The Ring e tre volte Campione del Mondo dei Pesi Massimi, ha sconfitto nel corso della sua carriera tutti i più grandi fighters della sua epoca, quali: Sonny Liston, Joe Frazier, George Foreman e Leon Spinks. Ma in queste righe non si vogliono ricordare le sue imprese atletiche, il suo stile elegante, leggero e potente (“Move like a butterfly, sting like a bee“), la lunga rivalità con il sopra citato “Smokin’ Joe” o la ormai mitologica Rumble in the Jungle; ci si concentrerà su Ali quale strenuo paladino del Movimento per i diritti civili, sull’Ali leader di un popolo e icona di una generazione.

Il ragazzo di Louisville, Kentucky, fin dalla sua sorprendente e controversa vittoria contro Sonny Liston, ottenuta nel 1964 a soli 22 anni, catturò l’immaginazione del pubblico come pochi avevano fatto prima; ad incantare, ovviamente, le sue innate doti atletiche e tecniche, ma soprattutto la sua stentorea eloquenza e il suo atteggiamento arrogante. Sì, arrogante. Il suo mantra, “I am the greatest“, ci dice tutto, ma ancora più illuminanti sono le parole dei suoi contemporanei. Lawrence Guyot, un importante attivista del Mississippi, ha ricordato in occasione della morte di Ali, avvenuta ormai oltre 4 anni fa, che:

[noi del movimento] ci trovavamo in queste piccole cittadine calde e polverose dove regnava una densa atmosfera di paura, a cercare di organizzare in qualche modo della gente i cui nonni erano stati schiavi… e poi è spuntato questo giovane uomo magnificamente arrogante che ci ha resi fieri di essere quello che siamo e, pure, fieri di combattere per i nostri diritti.

“Magnificamente arrogante“: non penso ci sia una locuzione migliore per descrivere Ali. Un personaggio così polarizzante, così estremo ed accattivante, il quale – primo tra tutti – conduceva senza bisogno del proprio manager le conferenze stampa e che inaugurò la grande stagione del “trash talking”, non poteva che suscitare reazioni contrastanti e indignate anche all’interno del proprio campo; a ciò contribuirono le sue prime scelte concrete, come, ad esempio, la sua amicizia con Malcom X e la conseguente adesione, avvenuta poco dopo la vittoria del primo titolo mondiale contro Sonny Liston, al movimento estremista e radicale denominato Nation of Islam, il movimento d’ispirazione islamica guidato dal carismatico Elijah Mohammed. Abbandonato il suo “nome da schiavo” di Cassius Clay ed abbracciata la fede islamica, Muhammed Ali intraprese un viaggio spirituale che, all’epoca, scandalizzò non poco.

Muhammad Ali
Muhammad Ali insieme a Jimmy Carter

Ali fu un convinto estremista, affascinato dalle teorie contrarie all’integrazione tra bianchi e neri, tanto che venne inizialmente criticato apertamente da Jackie Robinson (il pacato seconda base dei Brooklyn Dodgers che, per primo, abbattè la “color barrier” nel mondo del baseball professionale) e, soprattutto, dallo stesso Martin Luther King Jr. Ali, sul tema dell’integrazione razziale e poco dopo la sua conversione e al picco della sua frequentazione con Malcom X, dichiarò:

Non mi farò di certo uccidere a causa dell’idea di farmi accettare da chi non mi vuole. L’integrazione è sbagliata. I bianchi non la vogliono, noi Mussulmani non la vogliamo.

Still Cassius Clay I - Foto: Gerry Cranham
Still Cassius Clay I – Foto: Gerry Cranham

Ma Ali capì ben presto le intenzioni politiche e civili, estreme e radicali, di Malcom X, e se ne smarcò in modo piuttosto netto, tanto che all’alba dell’assassinio dell’attivista di Omaha, avvenuto nel 1965, i due non si erano ancora riconciliati: il pugile di Lousville era un uomo che non poteva essere “usato” o eterodiretto da niente e da nessuno. Le sue idee erano chiare e ben precise, ma erano le sue, non quelle inserite nell’agenda di qualcun altro. Ciò fu particolarmente evidente in occasione della sua presa di posizione contro la Guerra del Vietnam. Il conflitto, formalmente cominciato dal Presidente J.F. Kennedy nel corso del 1962, venne osteggiato apertamente da Ali fin dalla prima ora, quando ancora nessuno negli Stati Uniti pensava che ciò sarebbe stato un errore che avrebbe segnato la nazione per lunghi decenni a venire (non scordiamo che, anzi, tale conflitto fu inizialmente salutato in maniera quasi entusiastica dalla grande maggioranza della popolazione americana). Ciò gli costò, nel 1967, l’arresto per renitenza alla leva e il ritiro della cintura di campione del mondo con conseguente perdita “a tavolino” del titolo.

La mia coscienza non mi permette di andare a sparare ad un mio fratello, o a una qualche persona con la pelle più scura della mia – magari affamato, povero e nel fango – per la gloria della grande e potente America. Non mi hanno mai chiamato ne***. Non mi faccio un viaggio di 10.000 mila miglia per continuare la dominazione dei padroni bianchi sulla popolazione nera del mondo.

Fu in quei frangenti che si ricucì lo strappo tra King ed Ali, col reverendo che, criticando aspramente il Presidente Lyndon Johnson in occasione dell’escalation della cosiddetta “Sporca Guerra”, dichiarò che “come dice Muhammad Ali, tutti quanti – bianchi, neri e poveri – siamo vittime dello stesso sistema di oppressione“. Ali, a dimostrazione della sua ormai profonda stima, inviò a King un telegramma di supporto quando questi si trovò brevemente in galera, sempre nel 1967.

Ali, formalmente bandito dalla “vita civile” non potè salire sul ring per ben tre anni, cioè fino alla sentenza della Corte Suprema che, finalmente, portò alla cancellazione della sua condanna. Ormai, vera icona della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta, continuò la sua carriera di boxeur e la sua battaglia per i diritti civili abbandonando definitivamente ogni traccia di radicalismo anche religioso (dapprima abbracciando il sunnismo e, infine, il sufismo) e sposando pienamente l’ideologia dell’integrazione razziale, tanto caro al Reverendo King, all’ala più moderata del Movimento e a buona parte dei dirigenti (bianchi) del Partito Democratico.

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Ali I – Foto: Gerry Cranham

La sua figura, vinte tante importanti battaglie civili, diventò efficacemente mainstream: negli anni successivi al ritiro dalle scene sportive non abbandonerà l’impegno civile (anche controcorrente) e si renderà protagonista di diverse missioni umanitarie in Afghanistan, Corea del Nord, Cuba ed Iraq (in particolare quando si recò nel martoriato Paese arabo per negoziare il rilascio di 15 ostaggi americani nel corso della Prima Guerra del Golfo). Visitò Nelson Mandela appena questi venne liberato dalla sua lunga prigionia. Il futuro Presidente del Sud Africa dichiarò che:

Ali fu una mia fonte di ispirazione, anche in prigione, perché pensavo sempre al suo coraggio ed all’impegno che ha messo nel suo sport. Sono stato sopraffatto dalla gentilezza e dall’espressività dei suoi occhi.

All’alba degli attacchi del 9 settembre 2001 fece sentire la sua voce contro il terrorismo e contro l’islamofobia:

Mi fa rabbia che il mondo veda che un certo gruppo di seguaci dell’Islam abbia causato questa distruzione: ma essi non sono veri Mussulmani. Sono fanatici razzisti che si autoproclamano Mussulmani e permettono l’assassinio di migliaia di persone.

Ali London VII - Foto: Gerry Cranham
Ali London VII – Foto: Gerry Cranham

Ali, nonostante l’incedere del morbo di Parkinson (diagnosticatagli fin nel 1984, a tre anni dal ritiro formale dal pugilato agonistico) continuò con passione il suo impegno umanitario a favore di diverse cause. Con coraggio e generosità, commosse il mondo intero quando, alle Olimpiadi di Londra del 2012 e nonostante l’avanzatissimo stato del morbo, fu uno dei portatori ufficiali della bandiera a cinque cerchi.

Questo grande pugile, dal gioco di gambe quasi irreale per un peso massimo, dotato di passione ed amore per l’intera umanità, morì nell’agosto 2016, lasciando un vuoto che nemmeno il prossimo “Greatest” (se mai ci sarà) potrà colmare.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<