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Gandhi, il calcio e la Resistenza passiva

Il piroscafo Admiral era una nave passeggeri sulla tratta India-Sudafrica; nel 1893 Mohāndās Karamchand Gāndhī era su quella nave che da Mumbai lo portava a Durban nella regione del Natal, in Sudafrica. Gandhi era un giovane avvocato che, per via della sua natura timida e delle difficoltà nel parlare in pubblico, si accontentava di scrivere ricorsi e petizioni. Ma quando l’azienda indiana Dada Abdullah & C. lo mandò nel Natal per curare i propri interessi su alcuni commerci, la sua carriera ebbe una svolta epocale. 

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L’impatto con il Sudafrica fu dei più duri, perché per la prima volta toccò con mano gli effetti di una mentalità razzista: mentre viaggiava con un biglietto di prima classe sul treno che da Durban lo portava a Pretoria venne buttato fuori alla stazione di Pietermaritzburg perché si rifiutò di spostarsi in terza classe; dopo aver trascorso una notte alla stazione, Gandhi continuò il suo viaggio su un altro treno dove una guardia ferroviaria olandese gli diede un pugno in faccia quando si rifiutò di sedersi ai suoi piedi; sempre durante lo stesso viaggio, gli fu negato l’alloggio al Grand National Hotel di Johannesburg per il colore della sua pelle. Mai come in quel momento il giovane avvocato si rese conto di quanto fosse mortificante e drammatica la discriminazione razziale verso gli indiani, una condizione che non aveva provato né in India né in Inghilterra.

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Gandhi insieme agli altri leader del movimento di resistenza non violenta in Sudafrica

Ma non si demoralizzò. Presa coscienza della situazione di schiavitù e razzismo in cui vivevano i 150mila suoi connazionali, iniziò a scrivere numerose lettere di protesta, indirizzate alla stampa, per denunciare la situazione in cui versavano gli indiani. La sua determinazione lo portò a redigere una petizione in cui raccolse oltre diecimila firme. La sua divenne una protesta che travalicò i confini del Paese, diventando un caso nazionale persino a Londra, e il 22 agosto dello stesso anno fondò il Congresso indiano del Natal. Quello che accadde dopo, dalla creazione della prima ashram nella fattoria di Phoenix al ritorno in India, è fin troppo noto, ma quello che è poco conosciuto è come il calcio sia stato un elemento fondamentale per la sua rivoluzione non violenta, la Satyagraha

Gandhi ashram
L’insediamento di Phoenix, la prima ashram di Gandhi

Sebbene non fosse uno sportivo, Gandhi vide nel calcio uno strumento estremamente efficace e potente per portare avanti le sue idee e le istanze della comunità indiana. A differenza del cricket, che era lo sport dell’élite bianca, il calcio – anche se come il cricket era di matrice britannica – era uno sport più popolare e per questo un ottimo strumento per divulgare le idee di una rivoluzione di massa. Oltretutto, il calcio era uno sport di squadra e ciò, nell’idea di Gandhi, poteva rafforzare quel cameratismo necessario a creare un gruppo rivoluzionario affiatato. Iniziò a fare apparizioni regolari alle partite durante le quali teneva discorsi agli astanti e distribuiva opuscoli sugli effetti dannosi della segregazione razziale (alcune fotografie dell’epoca lo ritraggono con i giocatori, ma non ci sono prove che suggeriscano che abbia mai giocato o allenato), e nel 1986 fondò la Transvaal Indian Football Association, la prima associazione calcistica africana non gestita da bianchi. 

Gandhi conosceva già bene il calcio dai tempi in Inghilterra quando era lì per completare gli studi di legge. In Sudafrica deve essersi subito reso conto che la popolarità del calcio tra le comunità svantaggiate del Paese lo rendeva un mezzo particolarmente efficace per raggiungere le persone la cui sensibilità politica Gandhi voleva maggiormente suscitare.

Bongani Sithole, guida ufficiale dell’insediamento di Phoenix
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Nell’euforia della creazione di un movimento rivoluzionario, Gandhi girò il Sudafrica fondando a Durban, Pretoria e Johannesburg tre squadre di calcio, tutte con lo stesso nome: Passive Resisters Soccer Club. Queste società sportive avevano più una valenza sociale che sportiva: finanziavano le famiglie degli attivisti imprigionati e organizzavano sit-in e potreste a sostegno delle loro cause. I registri raccontano di una partita giocata a Johannesburg nel 1910 tra la squadra locale dei Resisters e quella di Pretoria per protestare contro l’ingiusta prigionia di circa cento resisters per la loro opposizione alle leggi segregazioniste.

Ciò che affascinava Gandhi, in particolare, era l’idea che aveva della nobiltà del calcio. A quel tempo, l’idea del gioco di squadra era molto più forte dell’idea dei singoli giocatori “star”, e questo è qualcosa che lo ha attratto molto. Credeva che il gioco avesse un enorme potenziale per promuovere il lavoro di squadra. Certamente ha apprezzato l’utilità del calcio nell’attirare grandi folle, ma sarebbe un errore pensare che il calcio fosse solo una piattaforma di comunicazione per Gandhi. Era, credo, molto di più. È stata una delle sue grandi passioni personali e uno dei modi in cui è stato in grado di trovare la pace spirituale. 

Poobalan Govindasamy, presidente della South African Indoor Football Association

Nel 1903 con la fondazione dell’Associazione sudafricana di calcio indù, il cui obiettivo era quello di portare avanti la Satyagraha, Gandhi divenne il timoniere del cambiamento politico indiano che avrebbe contribuito, qualche anno più tardi, all’indipendenza del Sudafrica. Nel 1914 all’apice della sua fama come attivista e leader politico, Gandhi tornò definitivamente in India; ritornò ricco dei 21 anni di lotta politica in Sudafrica in cui aveva sperimentato con successo la resistenza non violenta (Satyagraha) e la via della povertà, della castità e dell’autocontrollo delle passioni (Brahamacharya). E mentre rifocalizzava la sua attenzione su quella nuova sfida, nel Paese australe l’entusiasmo dei Passive Resisters scemò al punto che poco tempo dopo le squadre si sciolsero, mantenute in vita solo dai racconti orali, dalle fotografie sbiadite e dai documenti laceri.

Passive Resisters Soccer Club

Ma arrivato in India, il Mahatma nella sua esaltazione ascetica, gettato nella disperazione dall’atteggiamento languido di alcuni suoi seguaci indiani, scrisse:

I nostri indiani nati in colonie sono portati via da questa mania del calcio e del cricket. Questi giochi possono avere il loro posto in determinate circostanze. Ma sono sicuro che per noi, che siamo così caduti in questo momento, non hanno spazio.

Così il calcio si allontanò dagli interessi del leader indiano, che primo fra tutti lo aveva reso uno strumento politico, diventando uno sport sempre meno rivelante per gli indiani che in massa preferirono il cricket. Eppure, il lavoro di Gandhi non è andato perso. Due delle squadre di calcio più importanti nella storia del Sudafrica, i Moonlighters FC e i Manning Rangers, non sarebbero mai esistite senza gli sforzi del leader indiano. Ed è confortante sapere che questa eredità anche dopo un secolo non sia andata perduta ma, come tutte le cose durature, pazientemente resiste alla prova della memoria.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<