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George Weah: 30 metri oltre il traguardo

L’esistenza di George Weah sembra avere un punto d’arrivo spostato oltre il suo termine di almeno 30 metri.

Si pensi in primis a quell’8 settembre del 1996, stadio San Siro, 85esimo minuto di Milan-Verona. Calcio d’angolo ospite troppo lungo, la palla arriva a Weah, posizionato sul secondo palo; l’accarezza appena con l’esterno destro direzionandola già verso la metà campo avversaria. Anche se può sembrare tutto accidentale, sa già che la destinazione è la porta dell’ultimissimo uomo veronese, Gregori. Parte quindi una corsa in solitaria di 90 metri, storicamente poi diventata coast to coast; supera i primi tre avversari e vince un contrasto, elude intelligentemente il vantaggio di Corini allungandogli la palla alle spalle prima che quest’ultimo lo anticipi; infine incrocia con un diagonale chirurgico sul secondo palo alle spalle di Gregori.

Quel coast to coast è un’essenziale parabola di vita e carriera di Weah: dietro tutti gli altri al nastro di partenza, costretto a correre con un fardello sulla schiena contro avversari privi di carichi e concentrato su un traguardo che arriva 30 metri dopo quello usuale.  

Nato in una baraccopoli della capitale liberiana, Monrovia, viene cresciuto dalla madre e dalla nonna paterna insieme ad altri 15 bambini, in 50 metri quadri scarsi. Dorme per terra e appena ne ha la possibilità prova a mantenersi nella dura quotidianità di un Paese difficile – storicamente afflitto da guerre civili, colpi di stato, sommosse e derive autoritarie al comando – facendo il centralinista. Intanto gioca a calcio e lo fa molto bene, ma lo scenario è quello del campionato liberiano: non certo una vetrina internazionale, per quanto mostri qualità ben superiori alla media.

Tra quei campi di terra ed erba bruciacchiata ci resterà fino a 21 anni, quasi rassegnato a una vita da centralinista con l’hobby del pallone (in Liberia non era pagato per giocare). La svolta arriva nel 1987: è la nazionale liberiana di cui si è ormai già fatto portavoce a garantirgli le attenzioni della più importante squadra camerunense, il Tonnerre Yaoundé. Nella sostanza, non cambia tantissimo: il livello del campionato camerunense è solo un po’ più alto di quello liberiano, ma attenzione mediatica ed economica sono allora pari quasi a zero.

Quel coast to coast è un’essenziale parabola di vita e carriera di Weah: dietro tutti gli altri al nastro di partenza, costretto a correre con un fardello sulla schiena contro avversari privi di carichi e concentrato su un traguardo che arriva 30 metri dopo quello usuale.  

C’è da dire, però, che il Tonnerre Yaoundé era stato in grado, diversi anni prima, di far nascere la stella di Roger Milla, garantendosi l’occhio un po’ più attento degli osservatori europei. Basta meno di una stagione infatti – 18 presenze e 14 gol – a garantirgli il passaggio al Monaco campione di Francia; Monaco che però non lo acquista, come il senno di poi potrebbe far pensare, con la sicumera di chi si è aggiudicato il prossimo crack tra i centravanti mondiali: Weah è forte, veloce (fa cento metri in 11’5”), ha senso del gol,  ma arriva da un calcio grezzo, da avversari di scarsa tattica, va ormai verso i 22 anni e non è neanche più giovanissimo, stando al fulmineo e crudele anagrafe calcistico.

weah monaco

Nella ben collaudata formazione francese c’è poco spazio per Weah all’inizio. Ma, non appena alcune assenze gli fanno guadagnare il campo, lui comincia a segnare e non si ferma praticamente più. A tratti ancora un po’ sgraziato nei movimenti, con un fisico tutto da formare (allora scarsi 65 chili per 184 centimetri) e catapultato in un continente nuovo, Weah non sente però alcuna pressione, né tarda a inserirsi in schemi e logiche della squadra guidata da Arsène Wenger.

Fa 14 gol e mostra una costanza di rendimento che gli permette di guadagnare la fiducia di tutto l’ambiente, rinforzata dal primo dei tanti riconoscimenti individuali che arriveranno: il premio Calciatore africano dell’anno per il 1989. Corona l’esperienza di Monaco con la formidabile stagione 1991-1992: 18 gol, secondo posto in campionato e una confidenza tecnica e una fiducia sempre crescenti, caratteristiche destinate a questo punto a straripare tra i migliori palcoscenici calcistici al mondo. Ma, sopra ogni altra cosa, è in questo periodo che Weah spinge il suo traguardo quei 30 metri più in là che citavamo appena sopra: non è solo uno che si è costruito un’opportunità dal nulla, non è solo diventato uno degli attaccanti migliori al mondo e non vuole affatto che sia solo il campo a parlare. Di microfoni, a quei livelli, ce ne sono a migliaia, e quando ne ha uno davanti per raccontare la sua Liberia, Weah si proietta nel futuro – nel suo e nel nostro – assumendosi un altro ruolo nel corso della sua risposta:

Abbiamo bisogno di aiuto. Abbiamo davvero bisogno di aiuto, ma nessuno fa niente. Quando i vostri Paesi sono in difficoltà, invece, ci si precipita a soccorrerli. Il mondo non è giusto. C’è della ferocia in questo mondo. Lascio queste persone alle proprie coscienze.

Un nuovo ruolo che non sta solo nelle parole, perché della sua Liberia Weah comincia a finanziarne allenamenti e trasferte già dal 1990, ponendosi come vero e proprio punto di riferimento dell’ambiente.

Non le ha dimenticate, le sue radici. Non le dimenticherà mai, neanche percependo l’allora enorme cifra di 5 miliardi di lire l’anno al Milan, con Albertini pronto a ricordare che George dormiva quasi sempre per terra, il materasso non era abbastanza duro per lui”. Prima del Milan ci sono però i 3 anni cruciali a Parigi, anche se saranno per lui i più difficili da ricordare per via della brusca separazione. Non segnerà tantissimo, ma si confronterà con le realtà calcistiche più importanti del mondo e vincerà molto a livello di squadra: 2 coppe di Francia, 1 campionato francese e 1 coppa di Lega francese.

Costruirà di fatto qui, sotto la Tour Eiffeil, lo scaffale per il Pallone d’Oro che arriverà solo a dicembre del 1995, quando ha ormai già cominciato a incantare San Siro. Nell’aggiudicarselo, percorre ancora una volta una pista più lunga e difficile dei suoi avversari: è il primo calciatore africano a vincerlo, grazie alla storica decisione di estendere il premio oltre le barriere europee. Ma per uno come George Weah anche un riconoscimento individuale ha valore, estensione e riverberi che vanno ben oltre il suo ombelico. Lo sottolinea lui stesso, che commenterà il premio senza spendere una sola parola per il suo cammino personale:

Il mio successo dona fierezza alla nazione liberiana dilaniata dalla guerra. Dedico questa vittoria a tutti i popoli africani, sono davvero orgoglioso per me e per il mio continente.

Per lo stesso anno, Weah si porterà a casa anche FIFA World Player. Con un preambolo simile, l’avventura in rossonero non può che svilupparsi nel migliore dei modi; infatti vince subito lo scudetto e perfeziona una crescita fisica e mentale che ora, a 29 anni, lo proietta al picco della sua carriera. I cinque anni al Milan rappresentano la permanenza più lunga del suo percorso calcistico e anche la formazione graduale dei tratti più importanti del Weah post-ritiro.

È in questo periodo che, anche grazie a un patrimonio personale diventato importantissimo, quando torna in Liberia dedica giornate intere ad ascoltare e accogliere le richieste dei suoi connazionali: difficoltà economiche, carenze strutturali, farmaci, iniziative, testimonianze, solleciti ai piani alti della macchina esecutiva. George è un portavoce, si sente addosso – e vuole sentirsi addosso – una marea di responsabilità. È di fatto già un politico.

Lo diventerà ufficialmente però solo nel 2002, dopo il ritiro dal calcio. Eppure, anche qui la sua partenza è dietro tutti gli avversari: Weah è figura stimata e apprezzata, ma non è un politico puro. Perse le prime elezioni, se ne va a studiare negli Stati Uniti, dove prende una laurea in business administration a Miami. Intanto continua a battersi per il suo Paese: è attivo soprattutto nel sociale, combatte quella povertà che lui stesso ha vissuto e cerca il dialogo con le nazioni vicine. Nel 2014 conquista il Senato e, appena l’anno dopo, annuncia la ricandidatura alla presidenza per il 2017.

Saranno urne travagliate, prolungate, fermate per brogli e ripetute. Ma saranno per lui quelle giuste: il 22 gennaio del 2018 George Weah diventa Presidente della Liberia. Anche quel traguardo che non ha mai avuto paura di allungare, l’ha ora raggiunto.

E adesso? Adesso, inutile dirlo, la strada è tutta in salita: alle già ben presenti difficoltà del Paese, segnato dall’epidemia di Ebola tra il 2014 e il 2016, si è aggiunta la pandemia di coronavirus, mentre l’inflazione continua a salire e le proteste contro la gestione economica del suo esecutivo si moltiplicano. Se sarà o meno in grado di risolvere la situazione non possiamo dirlo. Quello che possiamo sapere – e con un certo grado di certezza – è solo che George Weah di ostacoli e traguardi estesi ben oltre il loro termine ne sa qualcosa.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<