Matthew Mitcham

Matthew Mitcham, la depressione di un campione

Vincere un oro olimpico può farti cadere in depressione. Sembra assurdo, è vero, ma questa è la storia del campione di tuffi australiano Matthew Mitcham. Il successo, la popolarità e le aspettative dei tifosi e del team possono ledere profondamente un animo fragile come quello del giovane australiano, sebbene, le sofferenze di Matthew abbiano una radice che va rintracciata molto più indietro nel tempo.

Matthew Mitcham

È il 2 Marzo del 1988 quando Matthew Mitcham viene al mondo a Brisbane, capitale dello stato australiano del Queensland. Tuttavia, la sua infanzia non è quella di un bambino spensierato: il piccolo soffre a lungo a causa dei gravi problemi di salute mentale della madre. Come se non bastasse, Matthew si accorge da giovanissimo di essere gay e se ne accorge all’interno di un contesto sociale che giudica in maniera molto severa l’omosessualità. La pressione sociale, i numerosi atti di bullismo e l’impostazione fortemente cattolica della scuola che frequenta lo spingono a reprimere duramente la sua natura; tra le molte cose lega un elastico attorno al suo posto per punirsi ogni volta che un pensiero omosessuale si affaccia nella sua mente. A quel punto, in una vita fatta di malattia mentale e depressione, l’unica via d’uscita è rappresentata dallo sport.

Ben presto, però, anche questo si colora di una tinta oscura: l’idea di aver mentito per anni al coach e ai compagni di squadra lo fa sentire ingabbiato in un personaggio non autentico, una copertura realizzata per piacere e farsi accettare dal mondo. Ma non c’è altra scelta: i tuffi sono l’unico modo per sentirsi migliore. Così comincia la sua depressione. Ancora adolescente, l’atleta comincia a fare uso di droghe e alcool, anche se, come lui stesso ammetterà, odiava il sapore. L’unico obiettivo è quello di lasciarsi andare, sempre più in fretta e in maniera sempre più violenta, pur di fermare, almeno per poche ore, i pensieri e la sofferenza che questi gli causano. La depressione spinge Mitcham, a soli 18 anni, ad abbandonare i tuffi e ad intraprendere uno stile di vita all’insegna degli eccessi e dell’autodistruzione.

La pressione sociale, i numerosi atti di bullismo e l’impostazione fortemente cattolica della scuola che frequenta lo spingono a reprimere duramente la sua natura; tra le molte cose lega un elastico attorno al suo posto per punirsi ogni volta che un pensiero omosessuale si affaccia nella sua mente.

È solo quando conosce la comunità LGBTQ+ di Brisbane che la sua vita prende una svolta inaspettata: acquista una maggiore consapevolezza di sé e della sua vera identità. Ci vogliono 6 mesi a Matthew per smettere di odiare i tuffi e altri 3 per capire che gli manca gareggiare. Lo spirito competitivo e determinato, sopito in quegli anni, lo spinge ad abbandonare qualsiasi elemento della sua vita che possa impedirgli di raggiungere il suo nuovo obiettivo: la medaglia d’oro. Durante il suo periodo di preparazione alle Olimpiadi, un evento fortuito lo rende detentore involontario di un record universale.

Durante un’intervista rivela, inavvertitamente, di convivere con il suo compagno e, una volta data l’autorizzazione alla pubblicazione dell’articolo, dà lo start al suo coming-out. La paura di non ricevere supporto dai tifosi e dal mondo dello sport si fa sentire in maniera potente nei giorni precedenti i Giochi Olimpici di Pechino, ma, stavolta, Matthew Mitcham deve ricredersi: una gigantesca comunità si schiera dalla sua parte supportandolo e apprezzando la decisione di dichiarare al mondo la sua sessualità. Mitcham diventa il primo atleta omosessuale dichiarato non solo a partecipare alle Olimpiadi, ma anche a vincere l’oro.

Mitcham diventa il primo atleta omosessuale dichiarato non solo a partecipare alle Olimpiadi, ma anche a vincere l’oro.

I tempi della dipendenza da droghe, però, sono ancora molto vicini e a soli 20 anni, dopo il successo alle Olimpiadi, Mitcham si scopre ancora secondo agli occhi del mondo rispetto al suo rivale, il cinese Zhou Luxin, che, sebbene abbia vinto l’argento alle Olimpiadi, ha ottenuto risultati migliori nel Mondiale. Il bisogno di essere il migliore in assoluto e l’antica insicurezza tornano prepotenti, stavolta incrementate dall’impossibilità, per un neo recordmen mondiale, di esprimere questa grande sofferenza.

I cristalli diventano, ancora una volta, i compagni di vita di Mitcham che, sapendo di dover essere sottoposto a ripetuti test anti-doping, è in grado di seguire delle fasi di completo detox nelle settimane precedenti, per poi ripartire con la sua dipendenza una volta conclusi i test. Nonostante ciò, il campione diventa numero uno nella classifica mondiale nel 2010, ma a causa di un infortunio deve rinunciare alla semifinale di Londra nel 2012, salvo poi vincere un altro titolo nel 2014.

Il 2016 è l’anno del ritiro. Da quel momento l’atleta australiano è completamente pulito. Oggi racconta di essere felice con suo marito, Luke Rutherford, e di guardare ai suoi sbagli con un atteggiamento più gentile e comprensivo. Non si odia più, non si sente più sbagliato, non vuole più essere il primo ad ogni costo. Intanto, dopo Matthew Mitcham, il mondo dello sport si è arricchito sempre di più di campioni che dichiarano apertamente e senza paura la propria omosessualità, e non è detto che lo sport non possa rincorrere altri record, soprattutto in merito all’inclusività e alla lotta alla discriminazione.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<