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Zlatan Ibrahimovic, l’avidità dell’Io

Probabilmente mai come in questo periodo la notorietà italiana di Zlatan Ibrahimovic è stata così alta: le prestazioni convincenti della sua squadra, il Milan, e la sua presenza come spalla di Amadeus a Sanremo hanno portato Zlatan ad essere oggetto di conversazione anche tra chi tifoso accanito non è. Ma ciò che recentemente ha scatenato polemiche e critiche, travalicando perfino i confini nazionali, sono state le sue dichiarazioni riguardo al coinvolgimento di un atleta in tematiche politiche. Nel corso di una lunga intervista con la UEFA, il campione svedese ha detto la sua sull’attivismo politico di una stella del basket come Lebron James:

Quello che fa lui è fenomenale, però non mi piace quando le persone con qualche tipo di ‘status’ parlano di politica. Fai quello in cui sei bravo. Io gioco a calcio perché sono il migliore nel giocare a calcio. Non faccio politica. Se fossi stato un politico, avrei fatto politica. Questo è il primo errore che le persone famose fanno quando si sentono arrivate. Per me meglio tenersi lontano da questi argomenti e fare quello in cui si è bravi, altrimenti rischi di non fare una bella figura.

Pronta è arrivata anche la risposta del cestista:

Non starò mai zitto sulle cose che non vanno. Predico sulla mia gente e predico su uguaglianza, giustizia sociale, razzismo, repressione degli elettori – cose che accadono nella nostra comunità. Perché a un certo punto facevo parte della mia comunità e ho visto le cose che stavano succedendo, e so cosa sta ancora succedendo perché ho un gruppo di oltre 300 ragazzi nella mia scuola che stanno attraversando la stessa cosa e a loro serve una voce. Sono io la loro voce e utilizzo la mia piattaforma per continuare a far luce su tutto ciò che potrebbe accadere, non solo nella mia comunità, ma in questo Paese e in tutto il mondo.

Al di là del giudizio di merito su chi abbia ragione, quello che emerge dal ragionamento di Zlatan è che per lui bisogna restare fedeli a ciò in cui si è più bravi, che nel suo caso è parlare di sé in terza persona. Nonostante le sue incredibili prodezze sul campo, la cosa migliore che ha fatto la sentiamo uscire sempre dalla sua bocca. 

Dalla diatriba con Éric “Le roy” Cantona ai tempi del suo approdo al Manchester United (“Altro che re, io voglio essere il dio di Manchester” disse in risposta alle critiche del francese), alla sua uscita sui social dopo la doppietta che ha regalato al Milan la vittoria nel derby d’andata (“Milano non ha un re, ma un dio“), Ibrahimovic manifesta sempre un ego smisurato che spesso travalica nella macchietta; è come se il personaggio stesse diventando un brand. La “mitologia Zlatan“, per usare un’espressione coniata da Jonathan Liew, è fondamentalmente basata sulla ricerca di riconoscimenti personali, sulla propria affermazione. Ha attraversato mezzo globo e di Paese in Paese la sua visione del mondo, quella che si è costruito, si riduce in questo: la fiducia in se stesso e la dedizione sono gli unici fattori per creare il proprio destino. “Se credi in te stesso ce la farai anche tu. Tutto dipende da te.” ha affermato in una vecchia intervista del 2014.

Un credo che lo porta ad esibirsi a Sanremo mentre la sua squadra è in lotta per il titolo, che gli permette di rilasciare commenti spiacevoli sul trattamento che dovrebbe essere riservato al calcio femminile, che lo spinge a mostrare comportamenti irriverenti e aggressivi verso avversari, compagni di squadra e giornalisti. Tutto in nome di Zlatan Ibrahimovic perché, come ha risposto recentemente ad un giornalista che gli chiedeva se credeva nello scudetto, lui crede in Zlatan

Ibrahimovic non si esprime mai se non per difendere o esaltare se stesso. Eppure qualcosa non torna: come mai un ragazzo slavo di Malmö che ha vissuto tutta la sua infanzia subendo sulla sua pelle la discriminazione razziale (come ha raccontato lui stesso in più di un’occasione) è così orgogliosamente indifferente alle questioni politiche più scottanti che riguardano anche lo sport? La lotta dei diritti dei neri, o quella per la comunità LGBT o la crescita dello sport femminile sono movimenti in cui Zlatan non potrà mai avere un ruolo da protagonista. Avrebbe potuto farne parte, coprire un ruolo di ambasciatore e sostenitore, ma questo avrebbe significato far parte di qualcosa più grande di lui e non siamo certi che creda che una cosa del genere possa esistere. 

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<