Arthur Conan Doyle

Arthur Conan Doyle, lo sportivo

E fu così che nel dicembre del 1893 con il racconto Il problema finale Arthur Conan Doyle uccise Sherlock Holmes. Non poteva più sopportare quel segaligno, cocainomane, misantropo e albagioso personaggio che aveva creato. Era stato al tempo stesso la sua fortuna e la sua condanna; lo aveva reso ricco e famoso, ma lo aveva anche condannato a scrivere solo di lui. Una prigione dorata, ma pur sempre una prigione. Molti lettori erano addirittura convinti che Holmes fosse un personaggio reale e gli scrivevano lettere e richieste di aiuto a cui il povero Arthur rispondeva sempre più avvilito. Sherlock Holmes lo limitava come scrittore, non permettendogli di evolversi e dedicarsi a quella che lui riteneva una letteratura più importante, il romanzo storico. Voleva seguire le orme di Sir Walter Scott e scrivere anche lui di epiche medioevali invece di pubblicare racconti gialli su riviste settimanali. 

Arthur Conan Doyle

Holmes era la sua nemesi: Doyle era un passionale e anche un accorato difensore – come la maggior parte dei massoni di epoca vittoriana – dello Spiritismo, Holmes metteva la ragione e la ricerca scientifica al centro di tutto; Doyle amava stare tra le persone (era stato un medico prima di diventare scrittore), Holmes raramente usciva dal suo appartamento al 221B Baker Street; Doyle amava il giorno, Holmes viveva nell’oscurità delle notti londinesi; Doyle era paffuto e con i baffi; Holmes alto, asciutto e sempre ben rasato; ma, soprattutto, Doyle adorava lo sport, Holmes lo detestava. Nella sua autobiografia Memories and Adventures scrisse di come lo sport fu “una parte apprezzabile della mia vita“. Disprezzava l’ippica, che chiamava “la corsa piatta”:

Lo sport è ciò che fa un uomo, non quello che fa un cavallo. Abilità e giudizio sono dimostrati, senza dubbio, dai fantini professionisti, ma penso che si possa sostenere che in nove casi su dieci vince il cavallo, e avrebbe ugualmente vinto se avesse avuto la testa dritta, se ci fosse stato un manichino sulla schiena.

Al contrario apprezzava il biliardo che considerava “il re degli sport al coperto“, sorpreso che nessun scrittore gli avesse dato valore. Si cimentò nel golf che trovava simile al biliardo, ma come ammise lui stesso era “molto inefficiente – un dieci di handicap al massimo“. E poi ancora il baseball, la boxe, il tiro con l’arco e il ciclismo. Giocò anche a rugby ai tempi della Edinburgh University, partecipando alla prima edizione del torneo Home Nations Championship tra Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles, che nel 1910 con l’aggiunta della Francia divenne il Cinque Nazioni e nel 2000 con l’ingresso dell’Italia il Sei Nazioni. Doyle era un esploratore, si cimentava in tutto sempre con grande entusiasmo. Si definiva un all-rounder, un tuttofare:

Non mi sono mai specializzato, e quindi sono stato un secondo classificato in tutte le cose. Ho compensato facendo il tuttofare e ho avuto, oserei dire, molto più divertimento da amatore che da adepto.

Strano a dirsi, ma questa sua passione per lo sport maturò contemporaneamente a quella per la scrittura. Non che non fossero entrambe innate in lui, ma quando si trasferì a 23 anni a Elm Grove a Portsmouth, per esercitare la sua carriera da dottore, qualcosa nella sua testa scattò. In quella zona del Southsea, a pochi passi dalla Manica, decise di aprire il suo studio medico. Ma con le onde a scandire il tempo (lento) che andava e la salsedine a riempire i polmoni degli abitanti, pochi si affidivano alle conoscenze del giovane medico. Così il tempo passava e i soldi diventavano sempre meno. Doyle passava le giornate a scrivere storie di gialli (più interessanti di quelli storici per gli editori) e a giocare a calcio. Si iscrisse nella squadra amatoriale della città, il Portsmouth Association Football Club, fondato qualche anno prima da Arthur Edward Cogswell.

Arthur Conan Doyle baseball

Erano gli inizi di questo sport, non esistevano ancora club ufficiali né leghe e né tornei istituzionalizzati. A questo giovane uomo baffuto con gli  occhi vispi e il fisico possente venne proposto di cimentarsi nel ruolo più anomalo e nebuloso, il portiere. Nel 1883 le regole del calcio erano ancora molto vaghe, soprattutto per quello che riguardava questo ruolo (ad esempio, non esisteva l’area di rigore e per questo al portiere non era concesso di trasportare la palla con le mani per più di due passi). Doyle accettò, più che altro perché incuriosito da quel ruolo, e così divenne il primo portiere di quello zoccolo duro che nel 1898 formò il club professionistico che conosciamo oggi, il Portsmouth F.C

Ma nei registri della squadra non compariva con il suo vero nome; preferiva usare uno pseudonimo, A.C. Smith, per evitare conflitti con le sue altre attività, la scrittura su tutte. Fu proprio in quegli anni, infatti, che prese vita il personaggio del celebre detective. Una figura che Doyle ricamò prendendo ispirazione da quello che lo circondava. Non è un caso che alcune caratteristiche di Sherlock Holmes, come la maniacale attenzione per i dettagli e la perspicacia osservazione, vennero ispirate da Joseph Bell, suo professore di chirurgia di cui divenne anche assistente. Bell era un luminare dell’epoca, membro della Royal Medical Society, chirurgo personale della regina e consulente di Scotland Yard (partecipò anche alle indagini su Jack lo squartatore). La prima cosa che Bell insegnava ai suoi studenti era l’arte dell’osservazione e dell’analisi scientifica; celebre l’esperimento in cui coinvolgeva i suoi studenti nel prendere uno sconosciuto e tentare di individuare la sua professione e le sue recenti occupazioni esclusivamente attraverso l’osservazione. E non è un caso neppure come molte trame abbiamo come sfondo lo sport. Ne è un esempio il racconto L’avventura del vampiro del Sussex, dove scopriamo che Watson era stato in gioventù un giocatore di rugby. 

Sherlock Holmes
Basil Rathbone e Nigel Bruce in Sherlock Holmes e l’arma segreta

È giocando a cricket, però, che Conan Doyle trovò la piena soddisfazione sportiva. Lo fece in una squadra sui generis, dai tratti naïf, quasi strampalata, un’allegra brigata: l’Allahakbarries. Era la squadra fondata da J. M. Barrie, l’autore di Peter Pan, e composta da altri scrittori e intellettuali del periodo, tra cui, per citare i più noti: R. Kipling, H.G. Wells e A. A. Milne. Il nome della squadra era tutto un programma; nacque, infatti, dalla crasi tra il nome del fondatore e l’espressione islamica Allah hu akbar, che erroneamente credevano significasse “che il cielo ci aiuti” e non “dio è grande” (è strano notare quanto innocente fosse allora usare questa espressione). In questa squadra, nata più per divertimento che per altro, Doyle era sicuramente il giocatore di maggior talento, non fosse altro perché il più sportivo e atletico del gruppo. 

Allahakbarries
L’l’Allahakbarries (Doyle è il sesto da sinistra nell’ultima fila)

Ma la sua passione per lo sport non si esaurì qui. Con il successo dei racconti di Sherlock Holmes, Doyle iniziò a viaggiare, e prima in Norvegia e poi in Svizzera iniziò a praticare lo sci. A dire il vero fu uno dei primi a farlo sulle Alpi svizzere giacché in quelle zone lo sci non era ancora uno sport noto e praticato. In un racconto fortemente autoironico su Strand Magazine scrisse profetico: 

Lo sci apre un campo sportivo unico. Sono convinto che verrà il tempo in cui centinaia di inglesi verranno in Svizzera per la stagione sciistica a marzo e aprile. 

Doyle non si fermava mai, non si tirava indietro davanti a nulla. Era un esploratore, avido di conoscenza. Lo sport era il suo modo di scoprire come stava cambiando il mondo ed è innegabile che lo abbia aiutato a forgiare il suo carattere, allevando quel senso di sensibilità e di rispetto per avversari e compagni. Quando nel 1899 quasi quarantenne decise di andare in Sudafrica come corrispondente della guerra anglo-boera disse alla madre, sconvolta dalla sua decisione, che si sentiva obbligato: la sua forte influenza sui giovani sportivi inglesi gli imponeva di dare l’esempio.

Dona salute e forza, ma soprattutto dona un certo equilibrio mentale senza il quale un uomo non è completo. Dare e ricevere, accettare il successo con modestia e la sconfitta con coraggio, combattere contro le avversità, dare credito al tuo nemico e dare valore al tuo amico: queste sono alcune delle lezioni che il vero sport dovrebbe impartire.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<