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Il Red star, il club più iconico di Francia

Uscendo dalla metropolitana a Porte de Clignancourt, al capolinea della Linea 4, che attraversa Parigi da sud a nord, si accede al boulevard des Maréchaux, chiamato così in onore dei marescialli del Primo Impero; si prosegue in direzione nord lungo un immenso parcheggio e ci si ritrova sotto boulevard Périphérique, al confine tra la capitale francese e i comuni limitrofi. Qualche metro più avanti e si entra nel comune di Saint-Ouen-sur-Seine. Qui, fiancheggiando i tipici negozietti di antiquariato, di vestiti in finta pelle, di orologi da polso a cinquanta euro, e così via, si svolta a sinistra e poi a destra in rue Biron, che porta il nome di un contadino arricchitosi con il commercio di bestiame, e girando subito a sinistra si accede finalmente in rue du Docteur Bauer, un medico della resistenza fucilato dalla Gestapo, dove si erge con la fatica del tempo lo stadio Bauer. Costruito nel 1909 e caratterizzato da un condominio trapezoidale al posto della curva, il Bauer è la casa del Red star, se non il più antico club francese (titolo che spetta all’Havre Athletic Club), sicuramente il più iconico.

Una squadra di calcio è innanzitutto una storia. Quella del Red star inizia con Jules Rimet, l’ideatore della Coppa del Mondo, che il 21 febbraio 1897, appena 23enne, insieme al fratello Modeste e a due amici fondò questo club sull’entusiasmo arrivato dall’Inghilterra. Il nome inglese “stella rossa” non ha nulla a che fare con idee politiche, ma fa riferimento ad una nota compagnia inglese di navi da crociera, la Red star appunto. Nel suo palmarès il club, che oggi galleggia tra la terza e la seconda divisione francese, ci sono cinque Coppe di Francia: le prime quattro vinte duranti gli anni Venti; l’ultima conquistata il 17 maggio 1942 in piena occupazione tedesca. 

Fred Aston, l’ala che segnò il gol vittoria, raccontò:

Avevamo resistito tutto l’anno e ora finalmente eravamo arrivati alla fine. Dovevamo essere contenti, ovviamente. Eppure in un altro periodo sarebbe stato tutto più bello.

Quello stesso mese il governo Vichy varò il Servizio di lavoro obbligatorio che costrinse molti giovani francesi a migrare in Germania a spaccarsi la schiena. Rino Della Negra, il numero 7 del Red star, per sfuggire alla deportazione si diede alla macchia. Entrò nell’Ftp, il movimento di resistenza francese creato dal partito comunista, ma fu catturato e il suo nome finì sull’Affiche rouge, il manifesto rosso in cui comparivano i nomi delle persone catturate dai nazisti. A soli vent’anni venne fucilato e in una delle sue ultime lettere al fratello scrisse: “Manda i miei saluti a tutto il Red star!

Una squadra di calcio è anche uno stadio e il Bauer per quanto malmesso è il simbolo, insieme al noto mercato delle pulci, di Saint-Ouen. È un impianto ormai inadatto, che ebbe il colpo di grazia definitivo con il terribile nubifragio del 1999, tant’è che, quando nel 2015 il Red star venne promosso in Ligue2, la squadra dovette giocare a Beauvais, a 75 km da Parigi. Ma il legame con i tifosi è talmente stretto e impregnato di un senso di appartenenza che più di uno sperava che il club retrocedesse in modo da poter tornare a “casa” – desiderio subito accontentato, visto che il club venne retrocesso l’anno dopo. Del Bauer ciò che colpisce è la sua promiscuità, come scrisse il giornalista sportivo Jean Eskenazi: “Non era un appuntamento per gente snob. Non era Parigi, quella. Era meglio. Era Paname.Paname è il nome in argot di Parigi e ancora oggi le atmosfere fuori dallo stadio e sugli spalti ricordano una Parigi operaia, stanca, ma ancora speranzosa; una città sconfitta ma viva, arroccata nella sua briosa routine: un posto degno del Voyage au bout de la nuit di Céline. 

Non era un appuntamento per gente snob. Non era Parigi, quella. Era meglio. Era Paname.

Jean Eskenazi

Perché una squadra di calcio è soprattutto una comunità e quella del Red star ha una storia molto lunga. Saint-Ouen ha visto un incremento demografico nel secondo dopoguerra quando molti lavoratori abbandonarono Parigi a causa delle speculazioni immobiliari e si riversarono nella petite couronne, la prima cerchia di comuni intorno alla capitale. Qui si incontrarono con emigrati italiani, polacchi e delle colonie africane non ancora indipendenti, formando un melting pot di culture e animi diversi. Una diversità che in questi anni si è arricchita grazie alla posizione della cittadina: Saint-Ouen si trova in quella che è definita “la zona”, il dipartimento di Seine-Saint-Denis, nel mezzo tra le influenze capitoline e quelle delle banlieue.

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È una comunità giovane (gli under 45 rappresentano più dei due terzi degli abitanti di Saint-Ouen), colpita da una disoccupazione galoppante (prima della pandemia si avvicinava al 18 per cento, il doppio della media nazionale), il cui sogno per tanti è quello di diventare dei calciatori professionisti, sulle orme di alcuni che da queste parti ce l’hanno fatta; uno su tutti: Mbappé, che è originario di Bondy, un paese a 15 km da Saint-Ouen. Ed è proprio questa attenzione ai giovani che rende il Red star, un club interessante. La dirigenza investe moltissimo nella formazione non solo sportiva delle giovani colonne del domani. La prima cosa che i ragazzi imparano sono le regole del vivere civile: imparano ad essere prima brave persone e poi, buoni calciatori. Sono la prospettiva futura di questa realtà e magari molti si trasferiranno in altre squadre più prestigiose e altri abbandoneranno il sogno di diventare calciatori, ma, qualsiasi sia il loro futuro, ciò che è certo è che contribuiranno alla crescita culturale e sportiva del club e dei suoi tifosi. Tifosi che ancora oggi, come i loro colleghi inglesi della working-class, si ritrovano nello storico bar, adiacente lo stadio, L’Olympic. Un locale in cui i bagni sono tappezzati di adesivi del Red star e di messaggi politici, e in cui generazioni di tifosi si sono tramandati la storia e l’amore per questo club nell’attesa del fischio d’inizio. 

Julien Darui

Infine, una squadra è anche le sue stelle. Julien Darui è stato sicuramente l’astro più luminoso del club. È stato nominato da L’Équipe miglior portiere francese del ventesimo secolo. Debuttò negli anni Trenta nell’Olympique Charleville, all’epoca in cui il capitano della squadra era Helenio Herrera. Il suo marchio di fabbrica erano i tuffi e i rinvii con i piedi e con le mani. Non erano anni facili quelli per un calciatore così per arrotondare lavorava al circo Pinder, dove parava i rigori di clown e altri complici. Un buffo secondo lavoro se visto con occhi distanti, ma non così strano per chi come i tifosi del Red star è animato da uno spirito operaio e appassionato. 

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<