Jannik-Sinner

Sinner ha sbagliato a rifiutare la convocazione per le Olimpiadi?

Appena qualche anno prima che il 1800 lasciasse spazio al ventesimo secolo un giovane ventottenne di nome Pietro rubò una locomotiva che era in sosta alla stazione di Poggio Renatico, in provincia di Ferrara, e la condusse a tutta velocità verso la stazione di Bologna. Il macchinista e gli addetti alla stazione si accorsero del furto e avvertirono subito le autorità che la deviarono su un binario morto, dove terminò la sua corsa con una grande esplosione evitando una probabile strage. La storia, dai contorni in realtà poco chiari, soprattutto circa il movente, affascinò anni dopo un altro ragazzo, Francesco, che nel 1972, scrisse una chilometrica canzone ispirata agli eventi che divenne l’inno di più di una generazione di italiani e che tutti conoscono: La Locomotiva, appunto. Nell’ ouverture di questa ballata l’autore dice di non sapere quale sia l’aspetto del giovane o quale fosse la sua età ma dentro di sé ha un’immagine sua, ispirata dalla tradizione che vuole che ci sia corrispondenza tra la bellezza esteriore e la purezza dei sentimenti: “Gli eroi son tutti giovani e belli“.
Cosa c’entra questa frase con Sinner che si nega e rinuncia alle Olimpiadi sarà chiaro più avanti. Per ora teniamola sullo sfondo.

Il gran rifiuto

Partiamo dai fatti. “Non è stata una decisione facile da prendere ma ho deciso di non partecipare ai Giochi Olimpici quest’anno. Rappresentare il mio paese è un privilegio ed un onore e spero di poterlo fare per tanti anni. La decisione è stata dettata dal fatto che non ho giocato il mio miglior tennis durante gli ultimi tornei e mi devo concentrare sulla mia crescita. Ho bisogno di questo tempo per lavorare sul mio gioco, il mio obbiettivo è diventare un miglior giocatore in campo e fuori. Sono pronto a mettermi ancora di più in gioco con l’obbiettivo di migliorare. Sono sincero con voi e spero che potrete capire il mio ragionamento dietro a questa decisione. Sento che questa sia la scelta migliore per il mio futuro.”

Con questo messaggio affidato ad Instagram Sinner ha annunciato il suo personalissimo “gran rifiuto” con il quale ha abbandonato non la comunità cristiana tutta come Celestino V, ma solo quella degli appassionati di tennis italiani che, sebbene meno numerosi dei cattolici, sono dotati oggidì di internet e quindi hanno riversato sui social la propria indignazione. Tra i commenti più frequenti e feroci ci si trovano un po’ tutti i classici dell’insulto becero; da “crucco di m…”. a “tornatene sui monti a pascolare le capre” passando per “traditore della patria” e via così. I commentatori illustri, tipo Barazzutti o Malagò non sono arrivati a tanto ma non hanno mancato di segnalare la loro indignazione. In effetti il caso è spinoso e un paio di riflessioni è giusto che vengano fatte. A grandi linee è possibile riassumerle tutte nella classica domanda: per cosa va giudicato uno sportivo? Le risposte che si danno di solito sono due. C’è chi dice che per uno sportivo conta solo l’abilità nella propria disciplina e che il suo comportamento, compreso un rifiuto ad una convocazione e i risvolti sociali, siano ininfluenti. Per chi sostiene questa tesi lo sport va valutato solo per quello che si vede in campo, il resto non esiste. C’è poi chi ritiene che uno sportivo è un esempio e debba in ogni momento comportarsi con onore, lealtà, etc. etc. giustificando così le rimostranze nei confronti dell’altoatesino. Purtroppo, però, le distinzioni manichee non sempre (quasi mai) hanno molto senso nella vita e il perché lo diremo fra poco; in questo caso più che giudicare bisogna comprendere e assumere il punto di vista che si raggiunge se si esplora una terza via, che si potrebbe definire letteraria.

Lo spazio letterario

Questa terza via è molto scoscesa e difficile da percorrere nei nostri tempi perché appunto viaggia parallela a un certo modo di intendere la letteratura, che oggi si trova a far fronte alle schiere di chi urla contro i classici, rei di traviare le menti delle persone, incoraggiare i più bassi istinti e di aver reso il mondo un posto orribile soprattutto per le donne, i gay e le minoranze in generale. I sostenitori di queste obiezioni promuovono così una letteratura dei buoni sentimenti, inclusiva e del tutto tesa al bene, rispettosa e rigorosamente LGBTQ+ friendly, che non offende nessuno e che spiega ed educa alle universali leggi del bene moderno delle quali loro sono alfieri e custodi. Walter Siti se ne fa elegantemente beffa nel suo ultimo saggio Contro l’impegno, uscito per Rizzoli. Ora questa non è una questione di tifo ma di praticità. Siti, quando non vince lo Strega (per chi ci crede) è critico letterario di una raffinatezza unica, con alle spalle una carriera accademica e migliaia di ore passate a fare una cosa sola: leggere. Insomma qualche voce in capitolo dovrà pur averla quando dice che lo scopo della letteratura è quello di essere costantemente la voce in dissenso, quella che fa parlare il Male e i personaggi più abbietti e ti convince a pensarla come loro, che ti fa provare simpatia per gli omicidi e i depravati.

Siti - Contro l'impegno

I grandi scrittori ti fanno scoprire cose su te stesso che non avresti mai immaginato. Nello spazio letterario, quando la letteratura è grande letteratura, si afferma una cosa e allo stesso tempo la si nega, si incontrano personaggi con mille risvolti, pieni di difetti e che compiono bassezze e sbagli e nonostante tutto sono sempre lì ad ammagliare. La letteratura non è una maestrina che ti dice come comportarti e se lo è serve a poco. Fino a pochi anni fa non sarebbe stato necessario scrivere un saggio come Contro l’impegno ma oggi forse sì, a meno di arrenderci e voler riscrivere il canone occidentale iniziando a ritenere di un qualche valore libri che ci spiegano se e quanto siamo fascisti o che riscrivono grandi opere del passato non facendo morire la protagonista femminile. Forse la visione di Siti (e della gran parte degli studiosi fino a ieri l’altro) può essere applicata allo sport.

La terza via

Tiriamo le somme. Anzitutto non regge la prima tesi, quella che prevede di valutare solo l’abilità di uno sportivo e tralasciare il resto. Lo sport, soprattutto quello professionistico, è strettamente intrecciato con la vita delle persone, sia in chiave sociale che politica. Chi dice che conta sola il campo e il gesto tecnico perde di vista uno degli aspetti fondamentali dell’insieme. La Mano de Dios di Maradona è stata oggettivamente un’infamia. Ma quella e il Gol del secolo contro gli inglesi hanno un significato del tutto incredibile dal momento che qualche anno prima l’Argentina aveva perso contro le truppe di sua Maestà la guerra delle Falkland e tutto questo sorpassa l’abilità e la disonestà di Diego. Le divise rosse nella Coppa Davis di Panatta (uno dei migliori azzurri di sempre) e Bertolucci contro il Cile di Pinochet non avrebbero avuto nessun impatto se fossero state indossate contro un’altra Nazione o in un altro momento storico e gli esempi possono essere molti altri.

Passando alla seconda tesi, quella dello sportivo come esempio, torna buona la frase di Guccini ricordata all’inizio: “Gli eroi son tutti giovani e belli“. Questa definizione è pericolosa se rapportata alle discipline sportive. Certo descrive un’ispirazione mitica, quello del cavaliere senza difetti e senza paura, giovane e coraggioso, che fa sempre la cosa giusta e alla fine vince sul male. Un campione di morale: un esempio, appunto. Purtroppo, però, non va così praticamente mai nello sport. Certo c’è Rod Laver, c’è Federer; ma passando anche loro sotto lo scanner si troverebbe qualche difetto e qualcuno potrebbe rinfacciar loro una cosa qualsiasi, fosse anche una banale arrabbiatura.
Se invece accettassimo la visione letteraria vedremmo lo sport in maniera diversa e infinitamente più umana. Non esistono gli eroi di Guccini, quelli vanno bene per le favole e per farci sognare. Sono più un miraggio che ci affascina, mentre guardiamo lottare sul campo uomini e donne con le loro debolezze, le loro depressioni, i gesti polemici e gli errori. Certo insegnare ai giovani tennisti a fare come Kyrgios non è il miglior modo per iniziarli alla racchetta, ma dovremmo poter accettare una visione più complessa delle cose e cercare di godere delle emozioni, anche negative, che ne derivano. Dovremmo essere in grado di sopportare le contraddizioni senza eliminarle. Sinner ha sbagliato a rifiutare la convocazione per le Olimpiadi? Forse. Questo sgarbo, se vogliamo chiamarlo così, forse avrà incrinato l’immagine di gioventù e bellezza dell’altoatesino, ma ci ha restituito una figura più umana, con emozioni e ripensamenti e che ci parla di noi e ci fa scoprire cose inaspettate più di quanto non faccia un eroe che non sbaglia mai.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<