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Quale futuro per lo sport in Afghanistan?

La notizia del ritrovamento del corpo di Zaki Anvari fra le vittime di quella spaventosa immagine di centinaia di persone appese agli aerei americani al decollo ha sconvolto tutti per la giovane età e per ciò che il diciannovenne, stella nascente della Nazionale under 21 afgana, rappresentava: se un ragazzo dal futuro così promettente preferisce la morte quasi certa al buio del regime talebano, forse è giusto chiedersi quale sia la verità sui propositi dei fedeli della Shari’a. È drammatico pensare che un ragazzo dal futuro luminoso scelga una morte così brutale piuttosto che rimanere nel buio. Noi che ci occupiamo di sport ci sentiamo sempre in imbarazzo a parlare della nostra materia quando ci sono questioni così importanti che riguardano la vita di migliaia di persone, eppure andando a scavare nel fango afgano si scopre che la questione sportiva non è così di secondo piano nel provare a leggere una questione tanto complessa. Il problema di chi possa praticare sport e come lo possa praticare è direttamente collegato al tema dei diritti civili, tema che porta immediatamente ad interrogarsi su quale sarà il futuro delle donne afgane. Donne protagoniste di imprese morali e sportive eccezionali, come dimostrano le storie di Khalida Popal e Nilofar Bayat, due atlete che hanno sempre affiancato all’attività agonistica la lotta esplicita per i diritti delle donne in una società che ha vissuto un’altalena fra aperture e passi indietro grandissimi.

Nilofar Bayat
Nilofar Bayat è il capitano della Nazionale femminile afgana di basket in carrozzina. Nella vita, oltre a diffondere la pallacanestro tra i più giovani, è un avvocato che difende i diritti delle donne, e per questo motivo è sulla lista nera dei talebani.

Partiamo da quello che hanno dichiarato fino ad oggi i talebani e proviamo a pensare a come ci si possa confrontare (volenti o nolenti questa é l’unica questione al momento) con un’idea di società che stride con la storia. “Nessuna vendetta“, “Non ci saranno ritorsioni“, “Amnistia e diritti alle donne, ma nella Shari’a“. Questi sono alcuni dei proclami che il regime autodichiaratosi dei talebani sta diffondendo in queste ore. I dubbi sulla veridicità di queste affermazioni sono giustificati appieno dalle voce contrastanti che arrivano ad intermittenza proprio dai dintorni di Kabul. Se gli analisti sono scettici, gli operatori umanitari e gli attivisti internazionali e afgani sono completamente di un’altra opinione rispetto alla promesse ostentate dal neo regime talebano. Alberto Cairo responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica della Croce Rossa in Afganistan raccontava qualche giorno fa della paura che regna per le strade, dove la caccia casa per casa è partita secondo una precisa gerarchia: soldati, donne sole, tutte le altre donne.

Un sistema di terrore subito colto dalle dirette interessate che hanno immediatamente lanciato appelli attraverso qualunque mezzo alla comunità internazionale. Maryam Sadat che si è occupata di diritti delle donne in politica per il governo Ghani ha le idee chiare sulla credibilità delle promesse dei talebani e denuncia: “Appena vi volterete un attimo, quelli faranno di noi quello che vorranno“. In questo clima di sfiducia si contemplano anche ipotesi diverse, in cui, ricattati dell’opinione pubblica internazionale o per bisogno di accreditamento, i talebani potrebbero concedere una versione soft del regime teocratico, in cui alcuni diritti potrebbero essere concessi come contentino agli osservatori esteri.

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Qualcuno, come l’esperto di cultura e società mediorientale Antonio Giustozzi, fa notare che i talebani di oggi non sono più quelli del 2001 guidati dal Mullah Omar, a partire proprio dall’attuale capo, Hibatullah Akhundzada, uomo non da campo di battaglia ma teocrate dal grande pragmatismo e dall’arte diplomatica. Un regime quindi improntato non più all’autarchia, ma che si andrebbe a stabilizzare su equilibri fragili e intrecciati alle grandi potenze sovranazionali: Cina e Russia. Esclusi per il momento gli Stati Uniti, unica super potenza in grado (sulla carta) di suggerire un percorso riguardante i diritti civili. E il campo dei diritti civili tocca molti aspetti degli afgani, popolo complesso e raffinato quando libero dai giochi del potere, tra cui la possibilità di praticare sport a tutti i livelli. Si può facilmente dedurre cosa voglia significare una donna che gioca a pallone in un regime in cui le è imposto di non girare senza uomini al fianco.

Per capire quanto la situazione sia complessa e tragica basta leggere l’appello di Khalida Popal, ex capitano della squadra di calcio afgana che ha esortato le calciatrici afgane a cancellare tutte le tracce della loro vita sportiva, motivo di possibili punizioni esemplari da parte del regime.

Oggi dico loro di cancellare i loro nomi, le loro identità dei social, di cancellare le loro foto, di bruciare o sbarazzarsi della divisa della nazionale. Per me è doloroso dire questo perché ho fatto di tutto per ottenere e conquistare la possibilità di avere una nazionale femminile e di poterci giocare.

La sensazione di sconfitta è inevitabile, come del resto sottolineava anche la onlus milanese Pangea che nella notte della presa di Kabul ha dovuto bruciare 20 anni di archivi (dedicati in parte al microcredito) per poter mettere al sicuro tutti coloro, che avevano condiviso i propri dati sensibili, da possibili ripercussioni. Nilofar Bayat, capitano della nazionale femminile di basket in carrozzina, è ancora più esplicita: “Ho paura. Se i talebani scoprono dove vivo, mi uccidono“. Nilofar Bayat, del resto, è il simbolo incarnato della cieca violenza talebana: avvocato per i diritti e giocatrice per di più disabile. Spaventata ma ancora speranzosa è invece l’atleta afgana Zakia Khudadadi, lottatrice paralimpica di taekwondo, che ha paura di perdere i sacrifici fatti per arrivare all’appuntamento di Tokyo. Chiusa in casa, fa sapere un suo portavoce, è terrorizzata all’idea di quello che i talebani potrebbero farle, ma più grande è il timore di perdere un appuntamento a cui ambiva da molto tempo.

Khalida Popal
Khalida Popal

La situazione in Afganistan è sul punto di collassare, nessuno sembra avere chiara la situazione di cosa potrebbe accadere, ma la comunità internazionale è chiamata ad interrogarsi su cosa accadrà e quali potrebbero essere delle azioni concrete per contrastare una situazione disastrosa dal punto di vista sociale. Anche lo sport in questo senso ha l’obbligo di interrogarsi su quali conseguenze avrà questa situazione e quali possano essere alcune mosse per condannare questo ritorno indietro della società afgana. Viene spontaneo, come già preannunciato dalla FIFA, una possibile esclusione della squadra afgana dalle competizioni internazionali, cosa che tutto sommato colpirebbe almeno in parte l’orgoglio dei talebani che vedono nel calcio uno dei pochi sport tollerati insieme alla boxe, da cui però sono esclusi i seguaci della Shari’a per via della barba vietata dal regolamento. Piccola ritorsione forse, però, ora è arrivato il momento di sfidare in modo diretto e concreto i precetti che riportano l’Afghanistan indietro di quarant’anni

Ho paura. Se i talebani scoprono dove vivo, mi uccidono

Nilofar Bayat

Sicuramente la contaminazione del calcio maschile con quello femminile potrebbe essere una delle mosse più subdole ai danni della narrazione talebana. Immaginate l’indignazione di vedere Lionel Messi arbitrato da una donna o un fuorigioco di Ronaldo segnalato da un guardalinee anch’esso donna. In realtà, questa cosa è anche già accaduta, ma l’unica possibilità di lanciare un messaggio non ignorabile al mondo teocratico dei talebani è quello di far diventare la provocazione culturale una costante del calcio che vada ad insinuarsi fra le pieghe del delirio omofobo. In molti ricorderanno il racconto di Giuliana Sgrena a cui un sequestratore talebano disse che Totti aveva indossato una fascia con la richiesta della sua liberazione. Dove non era arrivata la politica, la diplomazia e per una volta anche i soldi era arrivato il capitano della Roma con il suo semplice gesto. Come Giuliana Sgrena non fu liberata per il gesto di Totti, la situazione afgana non cambierà per i segnali che arriveranno dallo sport. Però saranno segnali prorompenti, dissacranti, che pian piano permetteranno al muro di fanatismo di sgretolarsi o almeno di sentirsi isolato. Se lo sport non ha il potere di cambiare le cose, di sicuro ha la possibilità di fare sognare e aprire gli orizzonti. Gli stessi orizzonti che Zaki Anvari ha visto chiudersi mentre si aggrappava alle ali di un aereo.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<