coppa italia

Perché la Coppa Italia non è come la FA Cup?

Constatiamo l’ovvietà al netto di una calcistica anarchia emozionale: il mondo del pallone è oggi definitivamente cambiato. Il calcio moderno, dettato da milionari interessi “schiacciasogni”, vede protagonista incontrastato lo showbiz alimentato dai ricchi proventi della pay-tv (e non solo) che sovente spazzano via dettami secolari del calcio. Quando però il pallone, viene messo nelle condizioni d’essere ancora democraticamente alla portata di un merito meramente sportivo, alcune chimere si trasformano in un sogno tangibile e un numero da portare con fierezza su spalle possenti.

Quelle di Adebayo “The Beast” Akinfenwa si sono fatte carico negli anni di un calcio definito minore. Il poderoso centravanti ha professato il credo del gol siglandone a ripetizione sui campi polverosi del mondo semi- professionistico e non solo, la sua mole ha giganteggiato anche in ambiti dove purtroppo soventi si sono verificati episodi di razzismo. Nonostante la tentazione sia stata forte, Il gigante buono, non si è mai piegato all’ignoranza, anzi. L’ha combattuta, sempre a suon di gol, tanto da trasformare i fischi dei propri tifosi in applausi scroscianti che lo hanno portato in gloria (nel 2001 in Lituania, poco più che maggiorenne, vinse la Coppa Nazionale con l’Atlantas Klaipėda grazie ad un suo gol in finale)

Adebayo Akinfenwa
Adebayo “The Beast” Akinfenwa

Esistono vittorie sul campo e rivincite morali dal valore inestimabile, in questo Adebayo può essere considerato un vero professionista.

Abbiamo affrontato una delle leggende del calcio inglese, una leggenda assoluta. Conoscerlo è stato un piacere e affrontarlo non è facile

Pep Guardiola

Parole al miele queste elargite da un certo Pep Guardiola al termine di una recente partita di coppa Nazionale tra il suo granitico Manchester City e il Wycombe di Adebayo.

Come è stato possibile uno scontro ufficiale tra due formazioni appartenenti a due categorie agli antipodi? Semplice. In terra d’Albione le competizioni di Coppa garantiscono una partecipazione capillare a tutti i club esistenti in un continuo ed esaltante Davide contro Golia dall’esito tutt’altro che scritto. E il calcio nostrano può vantare d’essere terra di favole da tramandare agli amanti del pallone come quella del gigante buono inglese? Ad oggi, no.

In un recente passato, abbiamo vissuto decadi nelle quali il nostro veniva universalmente riconosciuto come il palcoscenico più prestigioso d’Europa e del mondo. Da quella vetta raggiunta sarebbe stato opportuno cogliere il lustro della ribalta per programmare in modo lungimirante un processo di crescita unitaria dell’intero movimento. Ciò che invece ha avuto la meglio è stata una valanga dorata di sponsor e diritti tv non equamente suddivisi che hanno portato ad un’inesorabile trasformazione delle maggiori società calcistiche in vere e proprie multinazionali. Di conseguenza, i piccoli Davide non hanno trovato il giusto sostegno rimanendo sempre più ai margini del calcio che conta. Anche la democratica partecipazione ad una competizione nazionale, come la Coppa Italia, è stata inibita alle piccole realtà che annoverano tra le proprie fila quei giovani promettenti profili di oggi che potrebbero divenire solide favole di domani.

fiorentina coppa italia
La Fiorentina festeggia la vittoria della Coppa Italia nella stagione 2000/01

Di recente in Italia è stato attuato un processo di riforma della Coppa Italia (solo club di Serie A e B fino al 2024 e 4 invitate dalla Serie C), ma, ancora una volta, è risultata essere più un’occasione persa che un’opportunità colta. Forse l’ennesima riconferma di una spaccatura netta tra un calcio di serie A e uno minore composto da centinaia di società sull’orlo di una crisi economica e motivazionale. Diametralmente opposta la situazione che si vive oltremanica dove i ricchi proventi del calcio moderno hanno sì investito e stravolto il sistema, ma allo stesso tempo sono state mantenute vive nel tempo quelle fondamenta di un calcio che vuole dare una possibilità a prescindere. La democrazia di merito al di sopra di qualsiasi classismo sportivo. In un mondo che muta vorticosamente, sarebbe opportuno che un’ideologia secolare venga perorata nel tempo al fianco di un progresso necessario ed incontrastabile. Un concetto ben radicato nel Regno Unito dove il calcio nacque alle soglie del diciannovesimo secolo e con esso, sin da subito, il mito della coppa di lega per antonomasia.

È Il 20 Luglio 1871 quando viene posta quella che può essere considerata la pietra miliare delle competizioni nel panorama calcistico mondiale: nasce un sogno secolare, nasce la meglio nota FA Cup. Un acronimo che racchiude l’essenza di uno sport della gente, il cuore pulsante di un’esaltazione che spinse un giovane appassionato inglese, Charles Alcock, a realizzare quella che fu una vera visione sportiva d’importanza epocale volta al futuro, partendo dal basso. Alcock profetizzò l’innovazione dalla base di una piramide calcistica che ha visto per prime protagoniste le formazioni dilettantistiche britanniche. Fu subito un successo, tanto da attrarre inevitabilmente anche l’interesse dei club professionistici di punta che si unirono, ufficialmente nel 1883, nella leggendaria rincorsa totalitaria al Little Tin Idol, il trofeo originale della FA Cup.

FA Cup
Little Tin Idol

La formula del torneo? Nulla di più semplice e forse per questo d’immediato appeal: scontri tra compagini con eliminazione diretta, replay della partita in caso di pareggio e nessun favoritismo per le Big. Nasce il concetto calcisticamente primordiale di Challenge vera e propria, che non contempla meccanismi sofisticati e rigide gerarchie che non possono essere sovvertite; è un Davide contro Golia dal pronostico imponderabile che porta negli anni a coinvolgere centinaia di squadre, più di 700 per ogni singola edizione. Alcock, il primo attaccante della storia che cadde ufficialmente nella trappola del fallo per fuorigioco (31 marzo 1866, Wanderers – Sheffield FC), fu in abiti dirigenziali che mise a segno il suo gol più bello, da vero rapace d’area di rigore.

Qual è stato il parallelismo Italico in materia rispetto alla futuristica sfida del Football Inglese?
La Coppa Nazionale Italiana nacque, nel corso della stagione 1921-1922, più per un’esigenza dettata da una frattura d’intese tra la Federazione Italiana Giuoco Calcio e le squadre di vertice dell’epoca, che per volontà d’innovazione e globalizzazione sportiva. Le Big nostrane ambivano ad una riforma che desse lustro al concetto di calcio d’élite e, non ottenendola, pretesero una scissione dalla lega Nazionale. Costituirono un progetto indipendente che si rivelò del tutto effimero: la C.C.I. –  Confederazione Calcistica Italiana –  venne fondata nel 1921 per capitolare soltanto un anno dopo con lo scioglimento nel 1922.

Correva la stagione 21/22: da una parte le big della C.C.I., dall’altra la Figc istituì la Coppa Italia da giocare in concomitanza di un campionato Nazionale a cui dare maggiore risalto essendo orfano delle formazioni più blasonate migrate appunto verso una lega indipendente. Questa spaccatura interna al sistema calcistico italiano venne risanata nell’estate del 1922. A farne le spese fu proprio la Coppa Italia che venne sospesa e trovò una nuova vita soltanto a partire dal 1935.
Fu nuovamente una breve sortita della durata di qualche stagione. L’irrompere della Seconda guerra mondiale ebbe un impatto devastante anche in ambito sportivo, tanto da archiviare la travagliata Coppa Italia fino alla soglia degli anni Sessanta, quando finalmente trovò quella continuità tanto agognata ed ancora in essere ai giorni d’oggi.

Chi può realmente ambire alla conquista dei suddetti titoli? Tutti, o quasi.

E poi, incredibilmente e disastrosamente, fummo buttati fuori dalla Coppa d’Inghilterra dal Wrexham, che la stagione precedente era finito in fondo alla Quarta divisione così come l’Arsenal era finito in cima alla Prima.

Febbre a 90°

Duro, durissimo colpo fu quello incassato dalla squadra dei Gunners; uno shock sportivo difficile da superare per i tifosi come da testimonianza inequivocabile appena citata e riportata in uno dei migliori Best Seller del secolo scorso: Febbre a 90° di Nick Hornby. Questo non fu l’unico episodio in cui l’egemonia d’importanti corazzate inglesi ha vacillato. Frequenti ed esaltanti sono stati gli episodi dove la sfrontatezza del piccolo Davide ha trionfato sulla spavalderia di un Golia tronfio di supremazia calcistica presunta.

E l’Italia? È stata anch’essa territorio di memorabili Giants Killing? Chiedere ai tifosi del Bari che, nella stagione 83/84, videro i propri galletti espugnare il Comunale della Juventus di Platini nella partita d’andata degli ottavi di finale di quell’edizione. Non solo, l’impresa venne suggellata grazie ad una vittoria al fulmicotone, e relativo passaggio del turno, negli istanti finali della partita di ritorno in quel di Bari.

E che dire del Venezia di Ezio Loik e Valentino Mazzola? Questi monumentali campioni militarono tra le file dei neroverdi del Venezia per due stagioni prima appunto del loro approdo nel Grande ed indimenticabile Torino. Una coppia di talenti che trascinò l’Associazione Fascista Calcio Venezia, alla conquista dell’unica coccarda tricolore della società vincendo l’edizione 40/41 della Coppa Italia. Il piccolo Venezia dei talenti cristallini ebbe la meglio in quella storica annata su formazioni d’alto rango come il Bologna, neovincitore dello scudetto, e la Roma in finale nel doppio confronto. Rocambolesco fu il match d’andata finito 3-3 e gloriosa la gara di ritorno vinta di misura davanti a 15mila spettatori presenti allo stadio Pier Luigi Penzo.

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Consegna della prima storica Coppa Italia conquistata dal Venezia, 1941

In questo calcio moderno che muta repentinamente al ritmo di interessi economici che soffocano l’aspetto sportivo, potrebbe essere un’opportunità riformare il presente in ambito nazionale prendendo spunto dal passato con una visione futura di crescita totalitaria per l’intero movimento? L’emergenza sanitaria potrebbe dare quello slancio necessario a una reale innovazione che possa includere quelle piccole realtà la cui esistenza è oggi a serio repentaglio.

È fondamentale che il sogno di un’impresa sportiva non sia soltanto alla mercè di pochi elitari protagonisti, perché come affermava Valentino Mazzola:

Si può vincere sempre nel calcio, l’importante è non rimanere ostili ai cambiamenti

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<