marcelo bielsa

Marcelo Bielsa, elogio della sconfitta e della bellezza

È meglio dirlo subito, Marcelo Bielsa ha vinto molto poco. Ma non per questo non può considerarsi un punto di riferimento nella storia del calcio. La vittoria non è tutto, il modo con cui cerca di raggiungerla lo è. Per certi versi, ricorda il campione di scacchi Mikhail Tal, passato alla storia non tanto per i titoli vinti, quanto per il suo stile di gioco. E come Tal anche Bielsa ha affidato all’aspetto scientifico la propria arte. Bielsa vive di un’aurea tutta sua, proiettato oramai nell’empireo ristretto cerchio dei grandi. E ad eleggerlo tale non sono stati solo alcuni tifosi, ma molti dei più importanti e acclamati allenatori attualmente in circolazione, tutti che si professano suoi allievi. Pep Guardiola, per citarne uno, lo ha definito il migliore al mondo.

Sono sicuro che abbia lasciato un’eredità in tutti i suoi giocatori. Credo sempre ci sia un prima e un dopo Bielsa in ciascuno di loro. Dicono che abbia vinto poco? Dategli il Barcellona, ​​vediamo se non avrebbe vinto col mio Barcellona.

Pep Guardiola

L’ultimo trofeo vinto con un club risale a 24 anni fa, quando era alla guida del Velez. Da allora ha girato il mondo in lungo e largo, imponendo le sue regole, le sue teorie eppure riscuotendo, seppur tanto rispetto, poche vittorie. Ciò è dovuto principalmente al fatto che ha sempre scelto squadre medio-piccole, dove il rischio di fallimento era minore. Tra allenare un top club e una squadra che lotta per la salvezza, la differenza è tutta nella pressione che si subisce. E questo ci aiuta a capire ancora meglio la personalità complessa di questo genio.

marcelo bielsa

Bielsa El loco

La sua fama di “pazzo” risale dai tempi in cui percorse circa 25mila chilometri in tre mesi con la sua Fiat 167 per visionare nuovi talenti. Divise, su una mappa appiccicata sul cruscotto dell’auto, l’Argentina in 70 settori e li perlustrò uno ad uno. Così scopri, tra gli altri, Gabriel Batistuta e Mauricio Pochettino, reclutato su consiglio di un ristoratore locale. Con il tempo il binomio Bielsa-pazzia si è rafforzato in virtù di vari aneddoti elencati nel corso delle sue esperienze di allenatore: allenamenti scrutati da sopra un albero per avere una maggior visione del gioco; lo schieramento dei suoi familiari in piena notte nel campetto della sua casa in campagna per provare una nuova tattica immaginata in sogno; la teorizzazione dei 5 modi di ricevere la palla e dei 26 modi diversi per battere una rimessa laterale. E ancora: le 8 pagine di studi sul terzo portiere di ciascuna delle squadre che affronta durante la stagione e i 1000 esercizi effettuabili in allenamento. E come si fa con i più grandi, alle bizzarrie reali, si sono aggiunti racconti poco verosimili, dettati dalla smania di descrivere quanto stupefacente sia l’allenatore rosarino. E così, ecco che si racconta di come da bambino leggesse un libro al giorno e fosse iscritto a più di 40 riviste sportive internazionali. Di come, tale era la passione per il calcio, che pare abbia gestito un’edicola a Rosario per poter leggere tutto quanto riusciva sulle partite dei suoi idoli. Storie che ci lasciano un ritratto di un maniaco positivo, un predestinato; la rarità di un bambino nato con la risolutezza e la fortunata certezza di sapere cosa avrebbe fatto da grande. Ma c’è del metodo in questa pazzia. Le mille analisi, la vanità delle sue sessioni video e gli studi sui più piccoli dettagli non sono fini a se stessi: hanno il preciso e lucido obiettivo di evitare, costi quel che costi, il fallimento. Un fallimento che in Bielsa non è solo sportivo, ma umano.

marcelo bielsa

La sconfitta come cura del fallimento

Un uomo monodimensionale come lui (teso cioè ad un solo puro interesse nella vita) vive il fallimento sportivo come una sua sconfitta personale. Hai dedicato tutta la tua vita ad un qualcosa che non sei riuscito ad ottenere. Le dimissioni lampo che hanno caratterizzato l’intero arco della sua carriera, come quella dopo la prima partita di campionato della seconda stagione al Marsiglia, o la scomparsa a ridosso dei Mondiali del 2006 quando allenava il Cile, danno un senso alla sua paura di fallire e al suo essere così maniacale. Durante la più prolifica esperienza (in termini di vittorie) della sua carriera, quella al Newell’s, dichiarò:

Quando ci si impegna in maniera spropositata, come ho fatto io al Newell’s, si raccolgono più delusioni che soddisfazioni.

È sempre lui che, dopo la tremenda esperienza da ct dell’Argentina, si rinchiuse volontariamente in un convento con centinaia di libri sul calcio per tre mesi finendo per parlare da solo, come lui stesso ha raccontato.  Le sue sono esperienze lavorative brevi anche perché il suo metodo di lavoro è talmente stressante che lo porta quasi subito ad una situazione di burnout. Certo, il fatto di discendere da una famiglia molto importante d’Argentina ha avuto un certo peso. Il nonno è considerato tra i fondatori del diritto amministrativo argentino, e il fratello Rafael, ex-ministro degli esteri e ora ambasciatore in Cile, tempo fa dischiarò:

Fin dall’infanzia ci è stato chiesto di arrivare ai vertici. Senza spiegarci come essere felici una volta arrivati in cima.

Un’affermazione che rende bene l’idea del clima in cui Bielsa è cresciuto. Il non raggiungere la vittoria è parso con gli anni insignificante. Il suo modo di intendere il calcio si è evoluto di pari passo con il suo approccio maniacale e scientifico, come se lo scopo fosse la ricerca della perfezione. Bill Tuiloma, che lo ha avuto come allenatore al Marsiglia, ha detto:

Ogni allenamento vuole che sia perfetto. Ogni tocco e ogni passaggio dovrebbe essere perfetto. Penso che questo mi abbia aiutato molto a concentrarmi ogni giorno, ad essere preparato.

Bill Tuiloma

Al centro del suo metodo di allenamento ci sono le sessioni video. Nulla rende più orgoglioso Bielsa delle sue analisi video sugli avversari. Arriva a conoscere tutto di tutti: ogni movimento di ogni giocatore, ogni tattica offensiva e difensiva, ogni schema avversario. La sua ricerca della perfezione trascende il giusto e sbagliato. Non ha colori. Per questo anche l’incresciosa storia dello spygate (nel gennaio del 2019 la la polizia identificò “un uomo con il binocolo” agli allenamenti del Derby County come collaboratore di Bielsa, portando alla luce alcuni metodi poco signorili che il rosarino usava per studiare i suoi avversari), ha intaccato poco il suo modo di raccontarsi e l’immaginario che molti hanno continuato ad avere di lui. Così ecco che anche la sconfitta diventa bella:

Dovrebbe esserci una punizione per chi ignora la bellezza del gioco per ottenere la vittoria. Non dobbiamo offrire solo i risultati, ma bisogna offrire il calcio come elemento estetico e noi lo stiamo solo impoverendo. […] Il successo è un’eccezione. Gli esseri umani qualche volta trionfano, ma di solito progrediscono, combattono, lottano e, di tanto in tanto, vincono. Ma solamente di tanto in tanto

Questa sua apologetica visione della dualità ribaltata tra vittoria e sconfitta è sintetizzabile in un aneddoto che lui stesso ha raccontato, e ci orienta nella poetica che quest’uomo ha portato in un mondo pervicacemente legato ai risultati.

Quando vivevo in Messico ho conosciuto un basco che era stato esiliato. L’esilio ti allontana dai tuoi luoghi ed è molto doloroso, insomma lui era uno specialista nella sofferenza. Gli chiesi “Cos’è la cosa più importante per un uomo?
Essere amato senza condizioni“, mi disse.
Ecco, il tifoso vero è così: ti ama in cambio di nulla. C’è una frase che ho letto a Siviglia e ho avuto all’inizio difficoltà a capire: “Ti amo anche se vinci“. Cioè il rifiuto alla ricompensa (la vittoria) per aumentare il significato del legame affettivo. Cioè non importa nemmeno la vittoria, ti amo in cambio di nulla. Ed è una cosa meravigliosa..

L’anima del Beatiful Game

Ai tempi del Leeds, Antonio Clavane del The Guardian scrisse:

Bielsa ha creato una nuova mentalità, un nuovo modo di giocare, un nuovo atteggiamento non solo nei confronti del calcio ma anche della vita stessa. Ha riunito una città amaramente divisa. Nel tentativo di trovare un ruolo post-industriale, Leeds è emersa come il più grande centro legale e finanziario fuori Londra. Ma divenne anche una città a due nazioni, polarizzata tra ricchezza e squallore. Nel referendum sull’UE, il partito del Remain ha vinto con appena il 50,3% mentre il 49,7% ha votato per andarsene. Quindi lo amiamo per averci reso di nuovo una comunità. Nel suo modo non appariscente ha giocato un ruolo enorme nella rinascita di una grande città. In effetti è stato una boccata d’aria fresca per il calcio nel suo insieme. In un’economia in continua espansione – contratti TV strabilianti, prezzi dei biglietti in aumento, disconnessione con le comunità tradizionali – ha contribuito a ripristinare l’anima del Beautiful Game.

Quando su consiglio dell’ex ct argentino Cesar Luis Menotti, Bielsa è passato all’Atlas di Guadalajara in Messico, una delle condizioni che pose per accettare l’incarico fu quella di diventare responsabile solo delle squadre giovanili nel suo primo anno. Poi avrebbe preso il controllo della prima squadra. Oggi i programmi di scouting e di allenamento di Bielsa sono ancora in uso in circa 92 città messicane. Il suo impegno è sempre teso al futuro, anche se il suo entusiasmo al contrario svanisce in fretta. Vuole creare un progetto dal basso, coinvolgendo fin da subito i più giovani. Non è un caso che Pochettino lo definisca un “secondo padre” o che molti calciatori che ha scoperto e allenato gli sono indissolubilemente legati. Paolo Condò ha detto: “Mourinho è grande perché i suoi calciatori si getterebbero nel fuoco per lui, Bielsa è ancora più grande perché si getterebbero nel fuoco per le sue idee”. Ed è esattamente così. Ma le sue idee non sono solo tecniche, il concetto base del suo credo è quello di rendere il calcio uno sport migliore. Un sport di fair play e bellezza.

I giocatori, i fan, gli addetti ai lavori in gran parte lo amano perché più di tutti è riuscito a portare in dote l’idea che il calcio non è una guerra, non è un’analisi statistica, ma è bellezza. Il più bel gioco di tutti.

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