Henrik Larsson

Henrik Larsson e la Svezia del Snabba Cash

Ehi, eseguo l’intera linea/ Perché, fratello, qualcuno finisce sempre qui/ Ogni notte quando la madre prega Dio/Sono uscito e ho fatto del male / Non vuole vedere suo figlio in gabbia / Mia madre prega per me, non è fortunata / Ehi, prendo quello che voglio oggi/ L’auto piena di un arsenale / Tu e noi non siamo la stessa cosa / L’uomo, vero ragazzo del ghetto

Lelo – Ghettobarn

È tempo di Mondiali e, come ogni volta, in Svezia è giunta l’ora di ricordare la favola calcistica più bella della sua storia contemporanea, quella che ha come protagonista la nazionale dei miracoli che conquistò il bronzo a USA’ 94. La talentuosa nazionale dei mondiali americani è rimasta impressa nell’immaginario collettivo per il clamoroso risultato ottenuto e per aver mostrato, al mondo e al Paese, una realtà che stava assistendo a un profondo cambiamento del proprio tessuto sociale. Una nuova Svezia, multiculturale e multirazziale, figlia delle migrazioni e modellata secondo l’idea del folkhommetuna sola casa per tutto il popolo svedese – tanto caro ai socialdemocratici al potere, si mostrava al mondo attraverso i gol del venezuelano Martin Dahlin e i rasta al vento del giovane capoverdiano Henrik Larsson, i primi giocatori di colore nella storia della nazionale, gli eroi insperati dell’epopea gialloblù nel primo mondiale globalizzato della storia. 

Nati e cresciuti nelle periferie, sia Dahlin che Larsson furono a lungo bersagliati pubblicamente da una parte del Paese che non si riconosceva nella Svezia figlia del welfare di tutti e dell’integrazione dei profughi in fuga dall’Iran post-rivoluzionario, dal Cile di Pinochet, dalle guerre del Golfo, da quelle della Jugoslavia e della Somalia, e ancora i Siriaci, i Curdi, Siriani, Afghani e la minoranza autoctona lappone. 

svezia integrazione

Prima ancora dello Zlatan da Malmö, furono proprio loro a fare del calcio svedese il luogo di incontro tra tutte le anime del Paese, un palcoscenico per la messa in gioco delle minoranze che sentivano il bisogno di sentirsi in egual misura svedesi. Storicamente, la Svezia è stata il Paese europeo tra i più attivi nell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo. Che i governi al potere fossero a guida socialdemocratica e verde oppure moderati di centrodestra sostenuti da liberali e democratici cristiani, la classe dirigente svedese ha a lungo coltivato l’eccezionalismo svedese, la narrativa dell’essere rifugio sicuro per le genti in fuga da guerra e miseria, motivo d’orgoglio e valore aggiunto per la crescita del Paese. 

L’integrazione è stata troppo scarsa, mentre abbiamo sperimentato livelli di immigrazione molto consistenti, la società è stata troppo debole, le risorse per la polizia e i servizi sociali sono state troppo deboli. La segregazione è stata autorizzata ad andare così lontano che abbiamo società parallele in Svezia, viviamo nello stesso Paese ma, in realtà, completamente diverse. Dovremo rivalutare le nostre verità precedenti e prendere decisioni difficili. È fondamentale impedire che più bambini e giovani vengano coinvolti nel crimine.

Magdalena Anderson, socialdemocratica e Primo Ministro del governo svedese

Tale posizione è cambiata a seguito della crisi migratoria del 2015 quando, a fronte del record di 162.877 sbarchi nei porti di Malmö e Trelleborg, l’allora primo ministro Stefan Löfven dichiarò con amarezza il progressivo abbandono delle politiche di accoglienza. La Svezia non era più in grado di far fronte a un processo d’integrazione che si era scoperto dispendioso, lacunoso e che, anziché favorire la coesione sociale, stava lentamente disgregando la società svedese. Fino a quel momento, la Svezia aveva speso una parte consistente del proprio PIL in corsi di alfabetizzazione e formazione al lavoro per i rifugiati, ai quali facevano seguito le misure economiche per l’alloggio, l’asilo nido e l’assistenza sanitaria. La catena degli aiuti partiva dall’Agenzia per la migrazione di Stoccolma affiancata dalle Ong nazionali e dopo due anni passava nelle mani dei comuni e dei servizi sociali locali. La macchina degli aiuti non piaceva a una parte di Paese rimasta spaesata nel vedere gli sforzi economici e l’incremento della spesa pubblica a favore di una risicata percentuale di persone, per giunta non svedesi e percepite come non rispettose di alcuni punti fermi della vita scandinava, come la laicità dello stato e la parità di genere. 

svezia integrazione

Negli ultimi vent’anni la popolazione residente nata all’estero è raddoppiata raggiungendo i 2 milioni di persone su un totale di 10,5 milioni di abitanti. Gran parte dei newcomers è giunta da Paesi islamici e ciò ha catturato l’attenzione del partito populista di destra Sverigedemokraterna (Democratici svedesi), che si è erto a paladino dell’omogeneità etnica parlando direttamente alla pancia del Paese. Con il motto “Diciamo quello che pensi“, i democratici svedesi hanno portato in parlamento, nelle strade e nei quartieri marginalizzati del Paese tutto il livore nei confronti delle comunità straniere, soprattutto quelle musulmane, colpevoli di non voler sentirsi svedesi e di imporre il loro modus vivendi. Da una parte, i governi di turno alzavano ripetutamente la bandiera bianca dichiarando il fallimento di un sistema che ha portato alla segregazione comunitaria, figlia dell’erronea scelta di ripopolare le periferie, le aree rurali e tutte le località depresse con i neoarrivati.

Al contrario, i populisti facevano leva sull’autoghettizzazione dei migranti, l’aumento di fenomeni di micro e macro-criminalità, gli alti tassi di disoccupazione nelle aree popolate dalle comunità straniere e tra le persone residenti nate fuori dalla Svezia, denunciando inoltre una deriva islamista e un rischio Shariʿah a breve e medio termine. Tutto questo non poteva che causare uno scollamento del tessuto sociale, sfociato in una pericolosa deriva violenta che sembra non aver più fine. Dalle rivolte della Moschea di Malmö (2008) a quelle del sobborgo di Stoccolma Rinkeby (2010 e 2017) passando per le guerre tra gang a Hjällbo (Göteborg), la Svezia è caduta nella violenza e nella repulsione – quella rabbiosa, armata, ricca di attentati, sparatorie e regolamenti di conti – che a partire dai giovanissimi chiusi nei ghetti si fa largo nella società e in ogni angolo del Paese. È la Svezia dipinta dai libri e dalla serie Tv Netflix Snabba Cash in cui delinquenza e i sogni di una generazione di esclusi si incontrano all’ombra dei palazzi del potere, dei casermoni popolari, delle strade, delle scuole e dei parchi giochi dove crescono gli stessi adolescenti che la Premier Magdalena Andersson vorrebbe tenere fuori dal circuito criminale. 

È nei luoghi di scontro e reclutamento che si disputa la partita per il futuro della società svedese. Gli stessi luoghi dove un tempo, non troppo lontano, sono fiorite storie di speranza come quella di Henke Larsson, il dio di Glasgow, Onorevole Membro dell’Impero britannico, l’idolo di Ronaldinho Gaucho, il miglior giocatore svedese degli ultimi 50 anni secondo l’UEFA. Prima di essere tutto questo e molto altro, Larsson è stato un ragazzo di periferia che ha lungo lottato contro il razzismo e il pregiudizio, malgrado i suoi genitori avessero optato per il cognome svedese della madre nella speranza di compensare i tratti somatici che all’epoca lo rendevano unico/ diverso a scuola e nel quartiere.

Dove tutto pareva essere espulsivo e giudicante, Larsson trovò la sua salvezza nell’Högaborg, un piccolo club che oltre al calcio puntava molto sull’istruzione e lavoro educativo dei minori. Arrivato a 17 anni, Henke si trovò ad alternare l’attività da semi-professionista con il lavoro di operaio presso un’azienda ortofrutticola. Quando fu in procinto di mollare tutto, arrivò la chiamata dell’Helsingborg, la sua squadra del cuore, che non esitò un solo secondo a dargli la 10 e il posto in prima squadra al fianco dell’ex bomber del Benfica, Mats Magnusson. Il duo fece faville e a soli 21 anni Larsson si conquistò la nazionale svedese e un prestigioso trasferimento al Feyenoord di Rotterdam, fortemente voluto dalla leggenda della Het Legionen, Wim Jansen.

L’anno dopo era a sotto la canicola dello Stanford Stadium ad aprire – segnando – la sequenza dei rigori che piegarono la Romania nei quarti di finale del mondiale. Il mondiale americano regalò al giovane Henke la gloria di un gol d’autore nella finale per il terzo e quarto posto vinta contro la Bulgaria. Fu l’inizio della storia d’amore con la nazionale svedese (106 presenze e 37 gol), nella quale Larsson infrangerà diversi record tra i quali, la partecipazione a ben sei fasi finali tra mondiali ed europei. L’esperienza olandese – partita con la conquista di coppe nazionali nelle stagioni 1993/94 e 1994/95 – si interruppe bruscamente con l’arrivo del tecnico Arie Haan che non vedeva in Larsson il suo punto di riferimento del reparto offensivo. Scontento per il trattamento ricevuto, nell’estate 1997 il giocatore portò il club in tribunale impugnando una clausola contrattuale che gli avrebbe permesso di risolvere unilateralmente il contratto e passare al Celtic Glasgow, la squadra del suo mentore Jensen, che aveva assunto da poco il ruolo di allenatore dei Bhoys con l’arduo compito di non fare vincere ai concittadini Rangers il loro decimo titolo consecutivo. L’esordio con i cattolici non fu dei migliori: subentrato nel match contro gli Hibernians di Edimburgo, Larsson fece un disimpegno errato che consentì ai rivali di segnare il gol vittoria. Henke non esitò un secondo ad assumersi la responsabilità del proprio errore di fronte alla squadra, al tifo e ai media scozzesi. 

Da quel momento in poi partì una riscossa fatta di gol a ripetizione seguiti dalla celebre esultanza con la lingua di fuori. La stagione si risolse all’ultima giornata, al Celtic Park contro il St Johnstone. Il Celtic doveva vincere per mantenere il risicato vantaggio di due punti sui Gers e a pensarci ci pensò il solito Larsson con un tiro a giro scagliato dalla lunga distanza dopo soli tre minuti di gioco. Il Celtic tornava sul tetto di Scozia e i fans del quadrifoglio impazzirono per il loro nuovo idolo: le maglie con il numero 7 e i cappellini con annessi rasta dorati furono i gadget più venduti e tra le appassionate c’era chi dichiarava il proprio desiderio di sposarsi con il calciatore attraverso lettere o messaggi via etere. 

Henrik Larsson

Nel momento di massima ascesa arrivò il terribile infortunio dell’ottobre 1999 in Coppa Uefa contro il Lione, con l’immagine della parte inferiore della gamba sinistra quasi staccata dal corpo che fece il giro del mondo tra lo shock generale e la paura che la carriera del giocatore sarebbe finita lì. Larsson non si diede per vinto, voleva tornare dai suoi amori, il Celtic e la Svezia e diede tutto se stesso per un recupero record che ebbe del miracoloso. Tornato in piedi, lo svedese si riprese la nazionale in tempo per giocarsi l’Europeo di Belgio e Olanda e, successivamente disputò una stagione da urlo tra le fila dei Celtic, con 35 reti in 37 partite di campionato che valsero della Scarpa d’oro 2001 e dello storico Treble (Scottish Premier League, la Scottish Cup e la Coppa di Lega). 

Vedendo la parte inferiore della mia gamba penzolare, quasi fosse attaccata in modo innaturale al mio corpo, ho semplicemente pensato di essermi rotto la gamba. Poi, sdraiato a terra, ho contato i mesi mancanti all’Europeo. Era ottobre e l’Euro 2000 era la prossima estate. Volevo la Svezia! Improvvisamente, mi sono trovato a lottare per le cose semplici della vita, quelle che dai per scontato, come andare in bagno. Quelle cose mi hanno fatto venire voglia di lottare ancora più duramente per tornare, giocare a calcio e dare tutto quello che avevo.

Henrik Larsson

Due stagioni dopo, Larsson fu la stella indiscussa nella cavalcata che portò i Celtic in finale di Coppa Uefa contro il Porto di Mourinho, finale persa 3-2 nonostante una doppietta dello svedese. Persa la partita della storia – la sua storia d’amore con il Celtic – Larsson rimase il tempo di aggiudicarsi un nuovo campionato, il quinto titolo di capocannoniere scozzese e infrangere i record di miglior marcatore europeo nella storia del Celtic. Questo pedigree chiamò l’attenzione del Barcellona di Frank Rijkaard che voleva tutta l’esperienza dello svedese al servizio dei fenomeni Eto’o, Ronaldinho, Deco e del giovane Leo Messi. Dopo sette anni da Re in Scozia, per il trentatreenne svedese arrivava il momento di proseguire la sua favola in uno dei più gloriosi club al mondo. Il cambiamento di vita non fu semplice poiché un nuovo terribile infortunio colpì il giocatore che si ruppe i legamenti e il menisco della gamba sinistra, durante il Clasico vinto 3-0 contro il Real Madrid. La dirigenza Blaugrana decise di non scaricare il giocatore e rilanciò immediatamente con un prolungamento del contratto fino al 2006. 

Larsson decise di non percepire lo stipendio fino a quando non fosse tornato utile alla squadra, cosa che avvenne nella stagione 2005/2006 dove lo svedese risulterà decisivo nel match della vita, la finale di Champions League vinta in rimonta contro l’Arsenal grazie ai suoi due assist a Eto’o e Belletti. Vincendo la Champions, Larsson aveva dimostrato al mondo di meritarsi un posto tra i grandi di sempre eppure, ma mancava ancora qualcosa per chiudere il cerchio e la sua incredibile carriera. Salutato il Barca, Larsson decise di tornare nella sua Helsingborg per gratitudine, per tornare nel luogo dove tutto ebbe inizio, per stare al fianco del giovane figlio Jordan, anche lui in rampa di lancio verso il calcio che conta. Non fece in tempo ad ambientarsi e a segnare gol che arrivò la chiamata di Sir Alex Ferguson che – sfruttando la pausa invernale del campionato svedese – volle Henke in prestito per giocare qualche partita al Manchester United. Ferguson sapeva che poteva contare sull’esperienza, il carisma e quel far parte del collettivo che il ragazzo nato ai bordi della società svedese aveva mostrato con umiltà e talento al mondo. Henrik Larsson, il giovanotto di periferia che fu sul punto di mollare tutto per colpa delle etichette e del pregiudizio, era diventato l’emblema dell’eccellenza svedese. È pacifico che il futuro del Paese scandinavo e della sua gioventù passerà da storie di riscatto e di speranza come questa.  

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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