calcio italiano napoli

Il calcio italiano è di fronte ad un rinascimento?

Da alcuni anni in Italia si registra uno spirito di reverenza nei confronti del calcio estero. Lo scherno verso il nostro campionato da parte di noi italiani, mai paghi a sufficienza come popolo di auto flagellarci, sarebbe ben riposto su una certezza matematica, anzi economica, per cui i soldi che girano nel campionato italiano sono pochi e, quindi, i grandi campioni volano verso mete più appaganti economicamente. A questo fenomeno, tutto sommato incontrovertibile, fa da contraltare, almeno in questa prima parte della stagione che ci separa dal Mondiale del Qatar, un buon posizionamento delle squadre italiane nelle coppe europee, sancito in modo inequivocabile dai ranking della UEFA. Con tre squadre ai quarti di finale, con l’Inter che ha eliminato il Barcellona in un girone apparentemente impossibile, con il morale alle stelle pensando all’età cronologica delle nostre squadre, qualche pensiero di ottimismo sul nostro calcio viene naturale. Oltre ai risultati dei team però, è stata la scoperta di alcuni campioni sulla cresta dell’onda che ha fatto puntare i raggi X delle squadre più blasonate d’Europa sul campionato italiano. Nomi sconosciuti fino a pochi mesi fa  Kvaratskhelia, Leão, De Ketelaere, Raspadori, o nomi ormai noti nel nostro campionato e appetiti da club di mezza Europa come Barella, Lautaro Martinez, Tonali o Milinković-Savić. Viene da pensare che la povertà di mezzi del calcio italiano si possa trasformare in un’occasione per sfruttare al massimo la nostra capacità di talent scout. 

milan tonali

Ma per avere una quadro chiaro della situazione bisogna che prima di tutto si analizzino due cose: gli effetti dei flussi di denaro internazionale e poi, a cosa hanno portato questi investimenti sul campo. Partiamo da una prima riflessione sui flussi di denaro internazionali. Appare ormai evidente che il calcio sia, e possa esserlo visti i costi esorbitanti, quasi un monopolio esclusivo di mastodontici gruppi internazionali: grosse holding americane, cinesi o ricchi sceicchi (scopriremo più avanti l’importanza di quel “quasi monopolio esclusivo”). La mentalità del grande gruppo americano (vedi patron del Chelsea) è molto chiara e può permettersi di esserlo: compriamo chi ci piace al prezzo che vogliamo. Stesso tema che di solito si usa nelle multinazionali per reclutare il miglior management o le migliori teste. Addirittura al Paris Saint German le cose funzionano in modo più barocco, più eclatante da qualche anno: Qatar Investment Authority può permettersi di fare la raccolta di figurine dei giocatori che gli piacciono di più, senza badare a spese. Queste possibilità sono evidentemente negate agli investitori che decidono di spostare il proprio denaro sui campi italiani. Gli investitori internazionali che pur compaiono nel nostro campionato, appaiono più parsimoniosi e attenti ai risultati, forse addirittura troppo poco ambiziosi in alcuni casi. Ma è proprio sui risultati che si innesta una riflessione più complessa: i risultati sono arrivati? 

Se pensiamo alla storia del Chelsea, pur non arrivando al primo posto nel campionato inglese dal 2017, il club inglese in campo internazionale ha potuto ampiamente gioire con cinque trofei europei conquistati in dieci anni, di sicuro il club che meglio rappresenta la filosofia del “mi piace, pago, ottengo”. Diversamente, per il Paris Saint Germain le soddisfazioni sono state molto poche in campo europeo, nonostante un dispiego enorme di mezzi e talenti, elemento che forse dovrebbe far riflettere sul concetto di team building prima che di eccellenza. Per altre società, comunque ricche, le cose sono andate meglio, ma se analizziamo le ultime quattro Champions League ci accorgiamo di un fenomeno interessante.

Negli ultimi dieci anni a vincere la Champions League è stata per cinque volte la squadra di Florentino Pérez. A quota due si piazzano Bayer Monaco e Chelsea, e con una bandierina spuntano Barcellona e Liverpool. Quando si parla di Real Madrid il cosiddetto marchio di fabbrica da Champion appare evidente: è ovvio che  buona parte di questo know-how vada riconosciuto ad un Presidente padre-padrone (nel miglior dei sensi) che negli anni ha costruito e gestito oculatamente le proprie risorse e i propri talenti. Pensiamo solo al caso Ronaldo, protagonista di una delle stagioni più felici di sempre per i blancos, ceduto a conclusione di un ciclo con un’operazione tra le più costose della storia del calcio. O ancora, alla rinascita di un gruppo di “secondi”, affidata alle mani sapienti (ma in quel momento screditate) di Carlo Ancelotti. Insomma, da qualunque parte la si voglia guardare è evidente che dietro i successi del Real Madrid buona parte del merito sia dovuta alle grandi manovre e visioni di Pérez ed entourage. Discorso simile si potrebbe fare per Il Bayern Monaco dove Herbert Hainer, presidente dal 2016 succeduto a Ulrich Hoeneß, é un profondo conoscitore della comunità calcistica e non solo della Baviera (ex CEO Adidas).

In questo contesto come si inserisce il calcio “povero” italiano?

Bisogna partire da lontano, l’ultima Champions League l’ha vinta l’Inter, dopodiché due fiammelle della Juventus (due finali quasi consecutive perse) e uno spauracchio che si è aggirato per l’Europa: l’Atalanta. Lasciamo da parte per un attimo il caso Juventus, e concentriamoci invece su quello che Guardiola ha definito “un appuntamento con il dentista“, ovvero l’Atalanta

Arrivata in Champions League nel 2019, è diventata una sorta di leggenda (nomen omen) della competizione. Vissuta anche con un po’ di ironia dagli avversari, nessuno mai si è detto contento di incontrarla, fosse anche solo per la fisicità rinomata dei bergamaschi. Ma ad un profilo apparentemente folkloristico si affiancano delle statistiche che immediatamente rendono più serio lo sguardo. L’Atalanta nelle competizioni europee ha una percentuale di vittorie rispetto alle partecipazioni pari al 40% che diventa del 45% se si considerano le vittorie in casa. Dei risultati tutt’altro che da provinciale, considerati in proporzione agli investimenti. A questi dati corrispondono, scontato che sia così, le cessioni clamorose a cifre decisamente lievitate. Dai casi internazionali dei vari Kulusevski, Kessie, Gosez, al vivaio italiano Bastoni, Cristante, Gagliardini: i nomi partiti da Bergamo per girare il mondo sono davvero molti.

Cosa insegna l’esempio Atalanta nel calcio contemporaneo? Che si può fare calcio giocato e buoni affari avendo una conoscenza della materia prima, alla base di tutto l’impianto. Ma l’avventura dei nerazzurri bergamaschi rischia di essere un caso troppo isolato per costruirci un ragionamento: prendiamo il Milan.

Nel 2017 i rossoneri si sono trovati in una scomodissima posizione societaria che li ha portati ai margini del campionato italiano senza neanche immaginare di poter competere in Europa. Nel punto più basso di quel precipizio, qualcosa è cambiato: quel qualcosa si chiama Paolo Maldini. Maldini ha messo la propria esperienza, il proprio fiuto e la spendibilità del suo mito, al servizio della squadra, stappando nomi importanti a prezzi stracciati o addirittura investendo su perfetti sconosciuti (di allora naturalmente). Theo Hernandez, Brahim Díaz, Leão, giocatori esplosi anche grazie all’immaginazione di un grande motivatore come Stefano Pioli; per non parlare di uno dei più brillanti gioielli nazionali: Sandro Tonali, acciuffato appena ventenne. 

Conta chiamarsi Paolo Maldini? Conta essere riconosciuti come uno giocatori più eleganti e corretti di sempre? Lasciamo a voi lettori il giudizio. Con una squadra costruita dal basso, naturalmente con alcune aggiunte di pregio ed esperienza, come Giraud, il Milan l’anno scorso è stato celebrato come la squadra più giovane d’Europa prima, e come sorprendente vincitrice del campionato italiano dopo. Lavoro, intuito, competenze, hanno dato nel caso della squadra milanese di risultati per certi versi sorprendenti. 

Ora avremmo dovuto parlare della Roma e del suo marketing romantico, ma da settembre è scoppiato un caso più clamoroso in Italia a giustificare la mia tesi: il Napoli di Kvaratskhelia. Tacciato di follia per aver (quasi cacciato) i tre pilastri della squadra per molti anni (Insigne, Koulibally e Mertens), De Laurentis deve essersi goduto delle belle rivincite in queste notti di settembre e ottobre. Primo in campionato, vittorioso sul Liverpool e soprattutto con ragazzo georgiano dal nome impronunciabile in mezzo a campo a ricordare tutto il bello del calcio. Naturalmente citiamo solo Kvaratskhelia per brevità, ma impossibile non essere rimasti colpiti da Kim, Simone, il nuovo Raspadori e ancor di più Anguissa. L’ironia dei tifosi verso Kim in particolare fu clamorosa, i media nazionali parlarono di un De Laurentis impazzito, ma uno scouting molto curato e meticoloso, la creazione di un gruppo omogeneo negli intenti e nei sentimenti ha creato un caso internazionale.

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Ora il Napoli si trova in cima in tutte le statistiche europee: seconda insieme al Liverpool per partite vinte, addirittura prima per goal fatti. Stiamo parlando solo di un inizio stagione, ovvio, ma se il calcio si giudica dai risultati, il mercato si gestisce con i sentiment. Da un punto di vista puramente di mercato il Napoli oggi è considerato da tutti gli intenditori un riserva d’oro pronta a scoppiare. Resta da vedere come gestirà Spalletti sul campo il proseguo del campionato e la società come gestirà i risultati. Il caso Roma andrebbe analizzato singolarmente perché più complesso e stratificato. Come abbiamo avuto già modo di riflettere, il marketing raffinato di Dan Friedkin ha mescolato colpi ad effetto (vedi Mourinho e Dybala), la crescita di giovani promettenti (Volpato e Bove) e l’acquisto di calciatori strutturati (Abraham). 

I risultati sono stati altalenanti lo scorso anno e addirittura (dopo il derby ne sapremo di più) deludenti quest’anno, ma bisogna ricordare che Mourinho al suo primo anno di panchina ha portato a Roma una coppa europea che mai aveva visitato la terra giallorossa.

La riflessione che viene dopo aver analizzato alcune situazioni societarie e di biografia del calcio italiano è che il calcio italiano non stia male ma che sia in una fase di ridisegnamento importante, in cui il dover cercare altre strade oltre all’influenza economica potrebbe portare all’affinamento di un know how. Talent scout, preparatori, presidenti con la passione del calcio, potrebbero rivelarsi nel tempo un antidoto allo strapotere dei grandi gruppi commerciali, almeno nell’ambito dei risultati. 

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