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Pantheon per due: divergenze e similitudini fra Messi e Maradona

Se il destino ha in serbo per noi un futuro migliore, allora con il 2022 potremo dire addio ad una serie di questioni soporifere che ci portiamo dietro da ormai decenni. Se è vero che negli ultimi anni abbiamo scoperto che si può fare un campionato senza pubblico, che si possono vendere giocatori che non si sono acquistati e addirittura che si può fare un mondiale in un Paese in cui non c’erano stadi, ancora non ci eravamo liberati del dubbio amletico (solo per alcuni) se Maradona fosse meglio di Messi. In realtà, la domanda non era proprio se Lionel Messi fosse meglio di Maradona, ma se lo avesse mai uguagliato in termini di popolarità e di idolatria. Del resto, alcune similitudini appaiono evidenti: argentini tutti e due, numeri dieci entrambi, accumunati dalla maledizione di essere “i migliori al mondo”. 

La questione potrebbe sembrare più velleitaria di quanto effettivamente sia, perché il calcio, si sa, è soprattutto narrazione popolare che vive di dèi e miti più che di goal e vittorie. Quindi, giusto infilarci nella discussione, perché buttandoci nel mezzo avremo la possibilità di fare alcune riflessioni su cosa il calcio sia diventato e su cosa stia diventando. Paragonare Messi e Maradona richiede infatti prima di tutto uno sforzo di comprensione dei periodi in cui i due alieni sono vissuti. Riflessione interessante ora che anche l’asso ex Barcellona ha vinto l’unico trofeo ad essergli sfuggito nella sua ventennale carriera. 

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Prima di tutto bisogna sfatare un mito (a proposito) quello che Messi non abbia vinto come Maradona. Qui è facile dirimere la questione però: basta guardare i palmarès. Messi spicca e stacca su Diego Armando Maradona per successi, sia in campo individuale che di team. Sette palloni d’Oro sarebbero già una sufficiente dimostrazione di strapotenza di Lionel su Diego, anche se va detto che ai tempi di Maradona non veniva assegnato a calciatori non europei, ma anche guardando i risultati nei club il confronto non regge: quattro Champions League e una Coppa del Mondo per club per Messi, nessuna Champions per Maradona. A tutto questo va aggiunto il recente successo Argentino nella Coppa del Monda che ha di certo spento il refrain un po’ noioso del “Messi con la nazionale non ha fatto quello che ha fatto Maradona“. Messi ha stravinto il campionando del mondo in questo 2022, lo ha fatto spiccando per numeri e colpi, per coerenza alla fascia di capitano e caricandosi sulle spalle il ruolo di capopopolo e condottiero. Messi, per rimanere nel campo delle statistiche, è il giocatore con il maggior numero di goal con l’Argentina e con il maggior numero di presenze. Sotto questa luce, La Pulga parrebbe oscurare il mito di Maradona. Meglio: i paragoni per quanto ci siano delle similitudini parrebbero pochi e non commensurabili. Maradona ha sì vinto un mondiale, dominandolo, ma il suo palmarès appare abbastanza risicato. Allora la domanda corretta da farsi sarebbe in che cosa sono diversi Maradona e Messi?

I paragoni per quanto ci siano delle similitudini parrebbero pochi e non commensurabili. Maradona ha sì vinto un mondiale, dominandolo, ma il suo palmarès appare abbastanza risicato. Allora la domanda corretta da farsi sarebbe in che cosa sono diversi Maradona e Messi?

Come spesso accade nelle indagini, cambiare il punto di vista aiuta a vedere la faccenda in modo nuovo: sono proprio le statistiche a darci un’immagine diversa di questo confronto. Maradona nella sua personale bacheca dei trofei in campo europeo con i club può vantare solo una Coppa UEFA conquistata nel 1988-1989. Bene, bisogna però andare a leggere meglio quel dato. La squadra con cui Maradona ha conquistato la Coppa UEFA è il Napoli, ovvero una squadra che vinse solo in quella occasione un trofeo internazionale. Continuando ad analizzare meglio i dati, scopriamo che a Napoli anche lo scudetto mai era arrivato prima de El pibe de oro, trionfo che grazie a Diego accadde due volte in tre anni. Da quel momento in poi i trofei del Napoli si sono arrestati, nonostante diversi secondi posti e una Super Coppa italiana. L’apporto di Diego Maradona ad una squadra dalle ambizioni modeste (con i dovuti distinguo) fu clamoroso e senza precedenti.

Cosa sarebbe successo se Diego Armando Maradona avesse fatto il suo percorso in un grande club europeo? Al di là delle sparate di Cassano, cosa sarebbe successo se avesse avuto come compagni di squadra Matthäus o Platini? Gullit o Van Basten? Pare evidente che il suo palmarès a livello di club sarebbe cambiato parecchio, probabilmente si conterebbero Coppe dei Campioni e molti altri trofei. Ma proprio qui entra l’elemento che rende maledettamente diverso Maradona da Messi. Per Maradona il calcio era qualcosa di differente dal puro gioco o dal raggiungimento di obiettivi agonistici. Per Maradona il calcio era rivoluzione. Nel film Maradona di Kusturica, realizzato nel 2008 e fin troppo celebrativo del mito di Maradona, è lui stesso a spiegare perché rimase a Napoli. La sua era una lotta contro i poteri forti, contro quella che definisce una lotta ai mafiosi, alla presunzione del Nord contro il Sud. 

Per Maradona il calcio era qualcosa di differente dal puro gioco o dal raggiungimento di obiettivi agonistici. Per Maradona il calcio era rivoluzione. 

Fu lo stesso atteggiamento che Diego riservò alla FIFA e alla UEFA, definendole poteri corrotti e affaristi. Atteggiamento che di sicuro costò al fuoriclasse argentino ben più di qualche antipatia. Difficile dire se l’esclusione dal Mondiale americano del 1994 fosse pilotata o meno, di certo nessuno gli fece sconti. Indubbiamente. Ma sarebbe potuto esistere un Maradona senza che fosse Maradona?La risposta é ovvia: no, Maradona era Maradona solo perché era così. E nell’essere Maradona, come giustamente canta Manu Chao nella sua La vita es un tombola, ci sta tutta quella magmatica confusione di giusto e sbagliato, di bene e male, di sfrontatezza e passione. 

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Messi viene premiato indossando il Bisht

Gli eccessi con le droghe, i rapporti con la criminalità napoletana, i guai col fisco italiano: tutto fa parte dell’essere Maradona. Nessuno sconto sulle parti più oscure della carriera del Pibe, ma neanche nessun moralismo: casomai riflessione. Lo sguardo trasgressivo, eccessivo, autolesionista di Diego Armando Maradona faceva parte di una visione della vita vissuta come lotta contro il potere, ribellione pura. Tutte componenti di una vita lanciata verso i limiti della vita stessa. Maradona trasformò la sua persona, il suo talento, il suo genio, in battaglia politica che al limite del suo paradosso lo portò ad essere figlio adottivo di Fidel Castro e sponsor del regime comunista, oltre che amico del fratello di Che Guevara che portava tatuato sul petto.

Possiamo definire Maradona solo un calciatore? No, non possiamo, sarebbe riduttivo. In bene e in male. Ma allora perché la favola di Messi appassiona così tanto gli argentini e il mondo intero? Sono solo i risultati calcistici ad averlo assunto a paragonarsi con Maradona? No, ovviamente anche Messi è molto altro. Se in lui non c’è la trasgressione, la rivoluzione, la ribellione, dobbiamo capire cosa si nasconde dietro. E per farlo, dobbiamo scomodare Roberto Saviano che gli ha dedicato Giocarsi tutto, un saggio-intervista contenuto nel suo La Bellezza e l’inferno. Dietro le spalle del numero 10 di Rosario c’è la rivincita. Tema caro alle narrazioni epiche di mezzo mondo.

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Foto: Daniel Ochoa de Olza/AP

Ha la statura ed il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere.
Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo.
Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l’ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una strana forma di nanismo.

Così lo racconta Saviano e così in effetti è iniziata la storia del più grande calciatore vivente. Una storia che nasce sul campetto di calcio polveroso di Rosario e attraverso la lungimiranza di Rexach, osservatore del Barcellona, che mette sotto contratto quel ragazzino fragile. 

[…] Fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar. Il Barcellona ci crede in quell’eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stipulato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti.

Da quel giorno, lentamente, è storia: Lionel Messi incanta per quindici anni il campionato spagnolo e le competizioni europee con la sua genialità. Macina goal, statistiche, premi: la Pulce è diventata una star mondiale e un simbolo vincente. La competizione con Ronaldo, tipologia diversa di calciatore e di uomo, non fa altro che esaltare le caratteristiche di entrambi, eleggendo però a Re solo lui. Ma anche il paragone con Ronaldo ci insegna qualcosa: il lavoro, la costanza, la determinazione al posto della trasgressione. In Messi non c’è mai il senso di superiorità rispetto alla sfida, ma c’è un costante lavoro di giorni, mesi, anni per migliorarsi, per poter essere altezza della sfida. Come ricorda ancora Saviano, per Messi il calcio è sempre stato “giocarsi tutto“.

La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L’arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano B, un’alternativa qualsiasi su cui poter ripiegare.

In una carriera ventennale di successi, Messi però deve annoverare una piccola ombra, quella di Diego Armando Maradona. Il suo mito, il suo carisma, influenzano e distorcono il percorso di Messi e tutta la Selección, che finiscono per essere oscurati dall’ombra del Pibe. Come accaduto durante il Campionato del mondo di Sudafrica 2010, in cui la mano di Maradona in veste di allenatore dei biancoceleste soffoca nella culla una squadra promettente. Dovrà allontanarsi un po’ l’influenza di Maradona per poter permettere a Messi di aprirsi un varco nel pantheon argentino, ma avverrà nel giro breve di due anni. Inizia tutto nel 2021, quando l’Argentina di Messi batte il Brasile di Neymar laureandosi Campione d’America, il resto è cronaca recente: 2022 Argentina campione del mondo in Qatar. 

Ora Maradona e Messi stanno di fianco nel cuore degli argentini e di tutti gli appassionati di calcio, come due entità distinte e brillanti di luce propria. Se Maradona è il mito dell’uomo contro tutti, rivoluzionario, arrogante e geniale, sprezzante e autolesionista, Messi è il mito dell’uomo che sfida il proprio destino, prende sulle spalle la propria vita e cerca di cambiarla. In molte religioni o filosofie non si prevede un buono senza dei cattivi, un bianco senza nero, un uomo senza donna: insomma quasi tutte le religioni prevedono una dualità divina che si completa e migliora. Possiamo pensare anche noi religiosi del calcio che nel nostro cuore possano convivere Maradona e Messi con lo stesso entusiasmo, semplicemente immaginandoli come facce di una stessa moneta.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<