razzismo calcio serie a

Il razzismo è un problema endemico del calcio italiano

Beatrice Magistro della Munk School of Global Affairs and Public Policy dell’Università di Toronto e Morgan Wack del dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Washington hanno scoperto che in Serie A ai calciatori neri sono stati fischiati il 20% dei falli in più. Lo studio Racial Bias in Fans and Officials: Evidence from the Italian Serie A si è focalizzato sul nostro campionato per sottolineare come il pregiudizio basato sulla razza mantenga ancora una pervasiva persistenza in tutti gli aspetti della società moderna, compreso il mondo dello sport. Lo studio, che si basa su un campione di oltre 6000 osservazioni dalla stagione 2009-2010 alla stagione 2019-2020, ha evidenziato che non solo i giocatori della pelle più scura ricevono più fischi e cartellini gialli, ma che l’atteggiamento dell’arbitro è spesso influenzato anche dai tifosi. Le analisi hanno evidenziato come il comportamento della folla induce gli arbitri a prendere delle decisioni di parte. Considerando tutto quello che è accaduto negli ultimi anni dentro e fuori dagli stadi italiani, non possiamo rimanere sorpresi. Ma c’è dell’altro. Sebbene addestrati a mantenere un punto di vista imparziale, si calcola che gli arbitri prendano tra le 200 e le 250 decisioni a partita (Plessner et al,. 2009), e che ogni decisione richieda mediamente 200 secondi. È facile intuire come in così poco tempo, pressati da giocatori e da una folla urlante, nella testa degli arbitri emergano pregiudizi inconsci e non intenzionali. Pregiudizi che hanno radici storiche ben documentate, e che collegano la pelle scura ad una predominanza fisica contrapposta ad una supremazia intellettuale dei bianchi (Haslerig et al., 2020). Queste bizzarre idee socialdarwiniste continuano a persistere al punto che sembra comprensibile che gli arbitri possano essere propensi ad interpretare le azioni dei giocatori dalla carnagione più scura come più aggressive rispetto a quelle dei loro colleghi bianchi. Come affermano i due ricercatori, il problema nasce anche perché nel calcio europeo e, soprattutto, in quello italiano nessun arbitro di prima fascia è nero, asiatico o di etnia minoritaria.

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Il razzismo è un problema endemico nel calcio italiano che coinvolge tutti, non solo gli arbitri. Era il 1° settembre 2019 quando durante Cagliari-Inter Lukaku venne insultato da alcuni tifosi di casa. Strano a dirsi ma per tutta risposta gli ultras dell’Inter non supportarono il loro giocatore, ma presero le difese dei loro colleghi sardi con questo comunicato:

Lukaku spiace molto che tu abbia pensato che quanto accaduto a Cagliari sia stato razzismo. Devi capire che in tutti gli stadi italiani la gente tifa per le proprie squadre ma allo stesso tempo la gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per ‘aiutare le proprie squadre’”. E ancora: “Non siamo razzisti allo stesso modo in cui non lo sono i tifosi del Cagliari. Devi capire che l’Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un VERO problema. Capiamo che ciò è quello che possa esserti sembrato ma non è così. In Italia usiamo certi ‘modi’ solo per ‘aiutare la squadra’ e cercare di rendere nervosi gli avversari non per razzismo ma per farli sbagliare. Noi siamo una tifoseria multietnica ed abbiamo sempre accolto i giocatori provenienti da ogni dove sebbene anche noi abbiamo usato certi modi contro i giocatori avversari in passato e probabilmente lo faremo in futuro.

Anche in quel caso, come già avvenuto nell’episodio di Juventus-Inter del 4 aprile, chi viene colpevolizzato è sempre la vittima.

Luca Castellini, capo ultras dell’Hellas Verona e dirigente nazionale di Forza Nuova, movimento di estrema destra, etichettava i cori razzisti contro Mario Balotelli il 3 novembre 2019 durante Verona-Brescia come folklore:

Noi abbiamo una cultura identitaria di un certo tipo, siamo una tifoseria che è dissacrante, che prende per il c… il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo fa con istinti politici o razzisti. Questo è folklore, si ferma tutto lì.

Folklore, goliardia, sfottò sono termini che spesso vengono usati per mascherare una sottile, ma pervicace forma di razzismo. Un razzismo che, stando ai dati dell’osservatorio dell’Associazione Italiana Calciatori, è in aumento. Nel report Calciatori sotto tiro emerge come la Serie A, con quasi 7 casi su 10 (68%), sia il campionato dove i calciatori sono finiti maggiormente nel mirino degli ultras. I calciatori più bersagliati sono stati quelli stranieri e di colore, e i casi ricollegabili al razzismo risultano la netta maggioranza. I calciatori di colore sono il primo bersaglio dei casi di razzismo (39%), e a seguire i calciatori dei Balcani (11%) e dell’America Latina (8%). Per i calciatori italiani, spesso l’insulto è legato alla provenienza dalle regioni meridionali. Nel 64% dei casi sono i tifosi avversari a rendersi autori degli atti. Eppure in un caso su 3 sono tifosi “amici”.

È ovvio che le sanzioni applicate finora sono sono efficaci. La legge Mancino (legge 205/1993), che prevede la reclusione fino a un anno e sei mesi o una multa fino a seimila euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, non è mai stata applicata. Di solito, per punire comportamenti del genere si fa uso del Daspo, cioè il “Divieto di accedere alle manifestazioni sportive”, ma, come il caso di Juve-Inter dimostra, lo si applica solo ad una minima, quasi ridicola parte dei tifosi da punire. Il resto, la maggioranza rimane immune. 

Gli insulti non sono soltanto parole, e alcuni fatti di cronaca dovrebbero lo dimostrano. Qualche anno fa a Torino, a protestare contro i richiedenti asilo che occupavano alcuni stabili dell’ex villaggio olimpico, c’erano esponenti della tifoseria organizzata del Torino Fc. Ultras del gruppo Bravi ragazzi della Juventus sono stati condannati per il rogo appiccato al campo rom della Continassa al termine di una protesta nata in seguito a una notizia falsa, uno stupro mai avvenuto. Per non parlare del caso più noto, quasi rimosso dalla memoria collettiva, ovvero l’omicidio di un richiedente asilo nigeriano, Emmanuel Chidi Namdi, ucciso il 5 luglio 2016 da un ultras della Fermana, Amedeo Mancini. Lo sport è la manifestazione più chiara di una società, e la nostra è una di quelle in cui le distanze sociali diventano sempre più marcate, in cui l’ignoranza e la paura del prossimo fanno sì che anche una suggestione possa  diventare concreta fino a generare un effetto domino con conseguenze reali e pericolose. È il Teorema di Thomas: “Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze“. Per questo servono posizioni nette e misure punitive attuate con convinzione. Il Brasile è il primo Paese al mondo a punire gli episodi di razzismo nei suoi stadipraticati da dirigenti, rappresentanti e professionisti del club, calciatori, allenatori, membri dello staff tecnico, tifosi e arbitri“, penalizzando la squadra con punti in classifica in meno. Perché non seguire il suo esempio?

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