Anna Smirnova

E se la riammissione della Kharlan non fosse avvenuta?

Il mondiale di scherma che si sta disputando a Milano sarebbe passato al solito inosservato, ahimè, se non fosse che ad animarlo non ci abbiano pensato due schermitrici del calibro di Olga Kharlan e Anna Smirnova; la prima, schermitrice di fama mondiale col suo oro a Pechino nel 2008 e i diversi posizionamenti eccellenti nelle diverse competizioni internazionali, la seconda modesta schermitrice di nazionalità russa. L’episodio che sta scatenando in queste ore un vero e proprio disastro diplomatico è emerso alla fine della competizione giovedì 27 luglio, quando dopo aver battuto la collega russa, Olga Kharlan invece della mano ha posto posto la spada fra lei e l’avversaria. Gesto esteticamente brutto che in una lettura sportiva del balletto della scherma acquisisce contorni i ancora peggiori. Ricordiamo ciò che è ovvio, cioè che la scherma è una competizione profondamente intrisa di significati rituali orientati al fair play e al rispetto dell’avversario. Di tutta risposta Anna Smirnova ha letteralmente occupato la pedana per 45 minuti, denunciando come un grave sgarro il gesto della collega e pretendendone la punizione più grave: l’esclusione dalle prossime gare. L’espulsione c’è stata, come da regolamento, ma invece che sedare gli animi ha aperto una girandola di dichiarazione che vanno dall’allarmistico al catastrofico, soprattutto sul versante ucraino. 

Kharlan scherma

Il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak ha stigmatizzato su Instagram la decisione della Federazione internazionale di scherma, aggiungendo poi un commento sulla Smirnova e le sue scelte politiche, arrivando persino a dichiarare che “il denaro russo non puzza di sangue“. Di tono non diverso solo le dichiarazioni del Ministeo degli Esteri Kuleba: “Smirnova ha giocato sporco, come la Russia“, invitando poi la Federazione di scherma a fare un passo indietro nella decisione di escludere la Kharlan dalle prossime competizioni. Olga Kharlan dal lato suo ha commentato con dolore la scelta nelle ore successive all’episodio, dichiarando il suo dolore per quello che sta accadendo in Ucraina dove suo fratello è impegnato in prima linea nelle forze militari che respingono l’attacco russo. 

È di queste ore la notizia che effettivamente l’atleta ucraina sarebbe stata riammessa alla competizione anche se ufficialmente per via di un cavillo burocratico. L’espulsione da una competizione singolare non potrebbe prescindere l’esclusione da una competizione in cui sono programmati anche sfide di squadra. Ovviamente il cavillo burocratico è una conseguenza delle pressioni internazionali sulla faccenda, che come immaginabile non ha riguardato solo Russia e Ucraina. Il ministro dello sport, Andrea Abodi, ha chiesto al Coni di riconsiderare tutti gli elementi  che hanno condotto alla decisione estrema gli organi decisionali della scherma, considerando l’eccezionalità del caso intercorso. Tutto il CONI in queste ore ha lavorato ad una soluzione sollecitato dalla importanza che la notizia ha riscosso a livello mediatico. Olga Kharlan dovrebbe tornare domani in pedana, riammessa a pieno titolo e addirittura invitata già in queste ore a partecipare alla Olimpiadi di Parigi 2024. Apparentemente la vicenda parrebbe conclusa, ma rimane nell’aria più di qualche dubbio e qualche considerazione.

Anna Smirnova

Quello che lascia più basiti di tutta questa faccenda sono le dichiarazioni, in particolare degli organi politici ucraini, che a più riprese hanno politicizzato il gesto assumendolo a chiave di lettura dell’intera guerra in corso. Non è la prima volta che i risultati sportivi vengano letti in chiave propagandistica, né tanto meno che si usi il campo per trasformarlo in politica, ma alcuni elementi saltano all’occhio. Pensiamo a Salah che non stringe la mano ai giocatori israeliani in segno di attenzione per il popolo palestinese, tanto per citare un episodio fresco di lettura, ma potremmo pensare a molte altre occasioni. Quello che qui cambia, però, non è la lettura personale di un gesto. Olga Kharlan ha tutto il diritto di compiere gesti di cui non solo è consapevole, ma che probabilmente arrivano da un dolore strisciante sotto pelle. Nelle sue dichiarazioni si percepisce il dolore, la rabbia, per una guerra che le ha addirittura toccato la sua famiglia. Kharlan non ha bisogno di dimostrare chi è: i suoi risultati sono stati sempre un marchio di qualità eccellente. Non c’è nemmeno la voglia di creare polemica. Olga Kharlan ha fatto quello che l’istinto le suggerito di fare: non tendere la mano è stato un gesto di dolore esplicito. 

Molto più “politico” il gesto della Smirnova che invece occupando uno spazio sportivo per una rimostranza ha portato il suo orgoglio russo sul palco. Non ha retrocesso di un passo la Smirnova: voleva una punizione, l’ha cercata con tutte le forze. Fino a qui però siamo nel campo di quello che accade quando due donne, due atleti, portano le loro emozioni dentro al terreno sportivo, non riuscendo a tenere fuori dal linguaggio rituale della scherma i loro vissuti. Nessuno è accusabile di troppa umanità.

Lasciamo un po’ perplessi i risvolti politici per quanto sono eclatanti. Le dichiarazioni a mezzo social dei ministri ucraini vanno dritte al punto e accusano il comitato della scherma di aver agito prezzolati dai soldi russi, sotto ricatto del più potente. Questo lascia in tutta onestà un po’ di amaro in bocca, anche se probabilmente ha portato alla soluzione più accettabile, cioè la riammissione della Kharlan. Non tanto perché siamo incomprensibili, ma perché sporcano il campo sportivo di una vecchia diceria che gli Stati più potenti possano i qualche modo condizionare l’andamento sportivo degli eventi. Che ci sia stata una comprensione del gesto Kharlan è poco probabile, purtroppo, molto più probabile che la federazione (su consiglio del nostro governo) abbia rivisto la propria decisione per mettere a tacere la polemica violenta che si stava ingigantendo. 

Pensiamo al caso opposto: vi è stata una comprensione totale del gesto della Kharlan ma non viene riammessa perché le regole delle scherma sono ferree. Sarebbe stato un doppio successo sia per la Kharlan che avrebbe colto l’empatia della comunità nazionale, ma allo stesso tempo per il comitato sportivo che si sarebbe distinto per applicazione del regolamento super partes. Il problema qui è la confusione tra due linguaggi e due codici: uno quello della scherma, l’altro quello della dimostrazione politica o individuale. I due codici, tutti e due legittimi, dovrebbero rimanere lontani uno dall’altro. Ricordiamo tangenzialmente, inoltre, che è stata proprio la scherma, la disciplina con il più alto numero di ribelli russi, ovvero di uomini e donne che si sono dichiarati indipendenti per poter partecipare alle competizioni sportive internazionali. Pensiamo per esempio a Konstantin Lokhanov, che da tempo vive e si allena a San Diego. Quello che però fa riflettere con grande dolore è come questa guerra silenziosa che sta accadendo a poche migliaia di chilometri dai nostri confini sia diventata ormai un rumore di fondo. C’è ma nessuno se ne occupa più, nessuno si sconvolge troppo. Poi ogni tanto, e in questo senso il gesto della Kharlan è da cogliere come invito alla riflessione, ci accorgiamo all’improvviso che tantissimi giovani stanno combattendo una guerra assurda e senza via d’uscita al momento. “Le guerre ci saranno sempre, come le primavere” diceva Vonnegut, ma scoprirlo e sentire il fiato sul collo è sempre una spiacevole scoperta  che non si può allontanare da noi. 

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