Steve Albini

L’autenticità di Steve Albini

Il 7 maggio, l’ingegnere, produttore e musicista Steve Albini è morto, di infarto, nella sua casa di Chicago, dove gestiva uno studio di registrazione, la Electrical Audio, dal 1997. Albini aveva sessantuno anni. Ed ora a mente fredda diventa quasi impossibile quantificare il suo impatto sulla musica underground. È anche quasi impossibile quantificare, in modo più letterale, il numero esatto di dischi su cui ha lavorato. La sua discografia come produttore e tecnico del suono è sbalorditiva: In Utero dei Nirvana, Rid of Me di PJ Harvey, Surfer Rosa dei The Pixies, Ys di Joanna Newsom eViva Last Blues dei Palace Music sono solo alcuni celebri esempi. Albini era ricercato per la sua capacità di esigere e proteggere la spontaneità della musica, un approccio che a volte sembrava in contrasto con l’evoluzione tecnologica dell’industria discografica, e talvolta in contrasto con l’idea stessa di registrazione. Albini non ha mai realizzato un album che sembrasse realizzato altrove o in un altro momento. Tutto ciò su cui ha lavorato sembrava crudo, urgente, istantaneo, vivo; accadeva sempre per la prima volta, proprio in quel momento, solo per te. Come ha scritto Jeremy Gordon sul The Guardian: “Il suo significato supera di gran lunga la sua fama“.

Steve Albini

Ancora oggi, la menzione del suo nome evoca una visione del mondo che, anni dopo il suo apice, ispira profondo rispetto e occasionali controversie. Albini è stato un autentico punk rocker. Non perché ha suonato, all’inizio della sua carriera, in gruppi punk con chitarre distorte a ritmare canzoni i cui testi trasudavano il disprezzo per le pretenziose figure dell’establishment, ma perché nel corso della sua carriera lui, forse più di chiunque altro, ha tentato di incarnare i principi ideologici che un tempo rendevano il punk rock qualcosa di assolutamente innovativo e desiderabile: sentirsi una vera alternativa allo stanco mainstream.

I fatti della sua vita sono semplici: è nato nel 1962 a Pasadena, in California. Dopo essersi spostato molto, a causa del lavoro del padre, la sua famiglia si stabilì infine a Missoula, nel Montana, dove Albini visse quella che definì una “normale infanzia nel Montana” – montagne, alberi, cose del genere – fino a quando, adolescente, ascoltò il primo disco dei Ramones. Immaginate com’era per un ragazzo nerd che viveva in un vuoto culturale, decenni prima che un bar a tema CBGB (Country, Bluegrass, Blues) fosse installato nell’aeroporto di Newark, imbattersi in questi irriverenti agitatori senza talento e nella loro musica orecchiabile e senza pretese. “Era la prima volta che sentivo che c’era una parte della cultura che rappresentava l’irriverenza, la stupidità e il tipo di mania che io e i miei amici stavamo cercando“, ha ricordato.

Mentre era ancora alla Northwestern, fondò i Big Black. Il loro EP di debutto del 1982 fu suonato interamente da Albini, con l’aiuto di una drum machine, e delineava quelli che sarebbero diventati temi ricorrenti del suo mondo di intendere la musica: la sfiducia nell’autorità, il conforto nella violenza, il fascino per i depravati e gli indesiderati della società. Era musica incazzata e antisociale che metteva voglia di demolire l’auto di un atleta con una mazza da baseball. Negli scritti e nelle interviste, usava abitualmente un linguaggio offensivo e spregiudicato. Ma se Albini sembrava un coglione, era un coglione che difendeva il credo del punk – non firmare con le major, rifiutare l’autorità, dire quello che si ha in mente, fare molto rumore – con passione senza compromessi, in un’epoca in cui la controcultura era sempre più assimilata, commercializzata e venduta dai poteri costituiti. Una delle tante cose che differenziava Albini da altri produttori musicali era che disdegnava il termine produttore. Preferiva essere accreditato come tecnico del suono, perché descriveva in modo più accurato la sua convinzione che il suo lavoro fosse semplicemente registrare la musica, non modellarne il suono. Una volta disse ai Nirvana che voleva essere “pagato come un idraulico“: non prendeva royalties su nessun disco, optando invece per una tariffa fissa. Rimase sempre contrario alla monetizzazione e al degrado dello spirito creativo (come prova di tale convinzione, basta considerare i diversi milioni di dollari che ha scelto di non guadagnare dal suo lavoro con la band di Seattle). 

Per omaggiare il produttore di In Utero, i Nirvana hanno condiviso la lettera di ingaggio in cui Albini spiegava la sua etica di lavoro.

Alla fine, quella rabbia è anche ciò che ha alimentato il suo lavoro. Nessun altro produttore era così in sintonia, in modo quasi metafisico, con la l’umanità della musica registrata, la sua insensatezza e magia. La creazione e il consumo di musica non hanno alcuno scopo biologico: quanto è assolutamente irragionevole e inspiegabile il fatto che lo facciamo! Albini era un feroce sostenitore della preservazione di quella purezza, attento a tutti i modi in cui i nostri istinti più acuti venissero continuamente e noiosamente erosi dai meccanismi aziendali, dalle ingerenze esterne, dalle nostre stesse paure e insicurezze. Si ha la sensazione che fosse guidato da una sorta di folle frustrazione nei confronti della società educata e dei modi in cui ci siamo castrati.

Per anni Albini aveva sempre mantenuto delle ermetiche motivazioni artistiche e politiche che lo portavano a fare quella musica offensiva e a rilasciare dichiarazioni pubbliche velenose e ingiuriose. Ma mentre osservava gli altri della scena discografica che sembravano divertirsi nell’essere grossolani e offensivi, che sembravano credere davvero alle cose che stavano dicendo, iniziò a riconsiderare il suo approccio.

Quello è stato l’inizio di una sorta di risveglio in me. Quando ti rendi conto che la persona più stupida nella discussione è dalla tua parte, significa che sei dalla parte sbagliata.

La santità e la violenza verbale possono essere una combinazione acida e, nel 2021, Albini si è sottoposto a una sorta di resa dei conti spirituale, pubblicando delle scuse su Twitter:

Molte cose che ho detto e fatto da un’ignorante posizione privilegiata sono chiaramente orribili e me ne pento. La vita è dura per tutti e non ci sono scuse per renderla più difficile. Ho il lavoro più semplice del mondo, sono un ragazzo bianco etero, fanculo a me se non riesco a fare spazio per tutti gli altri.

Albini è stato anche un abile giocatore di poker: qualche anno fa ha vinto 196.089 dollari e si è guadagnato il suo secondo braccialetto alle World Series of Poker. Ma c’era un significato più profondo dietro alla sua attrazione per il gioco. “Nel poker c’è uno strato di inganno in cui a volte si fanno cose pensate per fuorviare” ha detto. “Nella mia vita normale, se dico qualcosa a qualcuno, voglio che mi creda. Non sto cercando di imbrogliarlo. Il poker era l’unico regno in cui sembrava appropriato mentire“.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,