sprezzatura

Cos’è la sprezzatura?

Nell’epoca della sovraesposizione digitale, in cui ogni gesto può essere immortalato, condiviso e imitato in tempo reale, il concetto di sprezzatura riemerge con forza. Questa parola italiana, elegante e misteriosa, è tornata a circolare grazie ai social media, diventando hashtag, tendenza, estetica. Ma ciò che oggi si vede su Instagram o TikTok è davvero sprezzatura? O è solo la sua ombra?

Il termine nasce in un contesto nobile e raffinato: Il libro del cortegiano di Baldassarre Castiglione, pubblicato nel 1528. L’opera, considerata uno dei testi fondativi dell’ideale rinascimentale dell’uomo colto, introduce la sprezzatura come una delle qualità più alte del perfetto cortigiano. Castiglione la definisce come un’arte segreta: il saper celare ogni sforzo, compiere azioni difficili con naturalezza, parlare e muoversi con una grazia che sembri innata. È l’anti-affettazione per eccellenza. Scrive:

Usar in ogni cosa una certa sprezzatura che nasconda l’arte e dimostri che quello che si fa e dice venga fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.

È un artificio che dissimula l’artificio stesso.

Nel Rinascimento non si trattava semplicemente di stile o abbigliamento, ma di comportamento, di portamento, di equilibrio morale ed estetico. Era un’attitudine mentale ed etica, fondata sulla misura, sull’equilibrio tra consapevolezza e leggerezza, tra disciplina e naturalezza. In questo senso, la sprezzatura era parte integrante dell’identità umanista: la padronanza di sé elevata al rango di arte sociale.

Oggi però, la parola ha subito una profonda torsione semantica. Sui social media, #sprezzatura viene spesso associato a scatti che vogliono apparire casuali, a outfit sapientemente disordinati, a pose che mimano la spontaneità, ma che sono studiate nei minimi dettagli. È diventata sinonimo di un’estetica rilassata ma curata, in cui il noncurante è meticolosamente costruito. Ma proprio questa sovrapposizione tra spontaneità e calcolo porta fuori strada: la sprezzatura non è una posa, ma un’assenza di posa. Non è ciò che si costruisce con lo sguardo rivolto alla fotocamera, ma ciò che accade quando si dimentica di essere guardati.

Spesso, quel che viene etichettato come sprezzatura è in realtà ostentazione mascherata: colletti sbottonati, orologi sopra al polsino, cravatte lasciate in disordine, giacche indossate solo sulle spalle. Tutti elementi che, più che naturalezza, comunicano uno sforzo visibile, quasi disperato, di essere visti. In questo senso, la figura di Gianni Agnelli è spesso fraintesa. Non era il suo orologio sopra la camicia a renderlo elegante, ma il portamento con cui lo portava. La vera sprezzatura non si trova nei dettagli eccentrici, ma nella loro irrilevanza.

La sua essenza è psicologica prima che estetica. È l’arte di fare senza voler impressionare, la grazia del gesto non calcolato, la sicurezza senza superbia. È quel ritmo interiore che accompagna chi possiede un’autentica padronanza di sé e della situazione. Come ha scritto la poetessa Cristina Campo, è “la musica di una grazia interiore“, un tratto raro, nobile, difficilmente esportabile in massa.

Eppure, il termine è diventato di moda. Sdoganato dai blog di moda, da Pitti Uomo, dai profili patinati di influencer, ha assunto connotazioni molto lontane da quelle originarie. Alcuni lo riducono a un insieme di codici estetici da riprodurre, fino a confonderlo con la semplice trasgressione stilistica. Ma non è indossare un cappotto sulle spalle o infilare i guanti nel taschino a fare la differenza. Quello è solo costume, non stile.

La vera sprezzatura, semmai, è quella di chi si prepara in silenzio nella penombra di una stanza, infila la giacca distrattamente, esce senza specchiarsi. È ciò che si manifesta nel dettaglio fuori posto che funziona solo perché accompagnato da un equilibrio complessivo perfetto. È il nodo della cravatta morbido venuto male per la fretta, che però, addosso alla persona giusta, comunica raffinatezza senza intenzione. È quel maglione lavorato a mano dalla nonna, un po’ largo, un po’ storto, ma indossato con naturalezza. È il paio di scarpe ben tenute, ma consunte, che raccontano storie. È anche – paradossalmente – la perfezione impeccabile e sobria di re Carlo III in tight, in cui tutto è perfettamente al suo posto, senza che nulla sembri pretenzioso.

Il paradosso della sprezzatura è che è autentica solo quando non vuole esserlo. Se diventa consapevole di sé, si trasforma in affettazione: esattamente ciò che Castiglione metteva in guardia di evitare. Lo stesso errore commesso oggi da chi la usa come espressione “alla moda” senza conoscerne la storia, come accaduto anche in certi contesti intellettuali recenti, dove la parola è stata impiegata per alludere a un atteggiamento di disprezzo o superiorità nei confronti di qualcuno. Ma l’etimologia – dallo sprezzare, nel senso di non attribuire valore o peso – va letta con attenzione. Non si tratta di un disprezzo rivolto all’esterno, bensì di un disinteresse elegante per se stessi, una sospensione del giudizio su ciò che si è o si fa.

Nel corso dei secoli, la sprezzatura ha influenzato stili di vita, scritture, estetiche, perfino musica – basti pensare alla sua influenza sul “recitar cantando” del Seicento, da cui nascerà l’opera lirica. Si ritrova nel portamento del principe di Salina nel Gattopardo, nella prosa leggera e colta di Arbasino, nei colori sapientemente sbilanciati dei migliori gentlemen britannici.

E mentre i social diffondono ogni giorno nuove interpretazioni del termine, mescolandolo a un’estetica dell’apparenza, la sprezzatura resta un’arte intima e sfuggente. Non si costruisce davanti allo specchio, non si tagga con un hashtag, non si misura con i like. È il riflesso di un’educazione più profonda, che unisce cultura, gusto, misura, e una sana dose di ironico disinteresse per l’effetto che si fa sugli altri.

In un mondo che corre verso il perfezionismo e l’esibizione, la sprezzatura ci propone una strada diversa: la bellezza di ciò che non vuole essere notato. L’eleganza invisibile. La libertà di piacere senza voler piacere.

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