David Foster Wallace federer

Il tennis trigonometrico di David Foster Wallace

In altre parole, il tennis serio é una specie di arte

Campo lungo, terra rossa, America. Sterpaglie, sabbia portata in giro dal vento. Caldo, un caldo tutt’altro che piacevole, un caldo che ti fa sentire in un forno in cui il protagonista dell’arrosto sei tu. Campo lungo ancora, ma con alcuni particolari. Al centro di un campo di terra rossa quadrangolare c’è un ragazzo dinoccolato e magro. Appare abbastanza gracile coi suoi calzoncini bianchi e la maglietta larga. Dalla sua testa partono delle linee che curvano, hanno dei numeri scritti vicino, sono quelli dell’ampiezza degli angoli delle linee che dopo essersi spezzate si ricompongono in un vertice. Il ragazzo ce le ha nella testa perché conosce i segreti di quella terra arida, conosce il vento e addirittura la piegatura della crosta terrestre in quel particolare punto del mondo chiamato Illinois. Il ragazzo é David Foster Wallace ed é lui stesso a raccontare questa dote che a suo parere accumuna molte persone provenienti dallo Stato più popoloso del Midwest.

Io ero cresciuto in mezzo a vettori, rette, rette che intersecano rette, griglie e, all’altezza dell’orizzonte di ampie linee curve delle forze della natura, il bizzarro assetto topografico a spirale di un immenso lotto di terra stirata dalle glaciazioni, che si poggia e ruota su placche geologiche.

Questa è una parte della descrizione che David Foster Wallace farà della sua infanzia, trascorsa su una terra in cui la curvatura del globo é una proprietà verificabile ad occhio nudo, e in cui vento e sole hanno creato una strana striscia di terra abbastanza invivibile. É qui che cresce lo scrittore considerato la “migliore mente della sua generazione”, ed é qui che molto presto incontrerà la sua più grande passione: il tennis. Quel tennis di cui David Foster Wallace aveva raccontato in Infinite Jest, capolavoro assoluto in cui entra anche il tennis in una trama fitta di metafore e significanti. Ma sarà negli scritti minori che Wallace libererà completamente il proprio amore per lo sport che definirà “più bello che esista e anche il più impegnativo”. Saranno il suo reportage sugli Open canadesi e il racconto Tennis, trigonometria e tornado a rivelarci il legame tra il tennis e la sua anima complessa. Come in ogni grande riflessione biografica o storica, quindi coinvolta in un hic et nunc determinato, bisogna partire dal luogo in cui Wallace nasce, cresce e impara a giocare a tennis. Quelle che avete letto poco sopra é solo una piccola parte della descrizione, in cui lo scrittore cerca di farci passare anche la minima idea di andare in vacanza nel Midwest. Strade aride, rovi, e un vento che secca e brucia il viso anche ai più duri automobilisti che decidono di affrontare l’unica statale che attraversa la macro area. Eppure è qui che muove i primi passi tennistici Wallace ed è qui che imparando a convivere con le condizioni ambientali di quella terra concava riuscirà ad ottenere un certo successo semi-professionistico.

Io, che ero stato affettuosamente ribattezzato lumaca, perché ero una merda di lavativo negli allenamenti, individuavo la mia più grande dote tennistica in uno strano distacco robotico da qualsiasi avversità di vento e clima che non riuscissi a prevedere. Non vi dico quante partite di torneo ho vinto tra i dodici e i quindici anni con avversari più grandi, più veloci, più coordinati o meglio allenati semplicemente ribattendo palle centrali, senza alcuna fantasia, in mezzo a schizofreniche tempeste di vento, lasciando che l’altro ragazzino giocasse con più energia e più spavalderia, aspettando che un numero sufficiente di suoi colpi ambiziosi, curvassero o slittassero grazie al vento fuori dal campo verde e dalla striscia bianca, verso la cruda terra rossa che mi permetteva di realizzare uno squallido punto.

La conoscenza di quel territorio avversato da fenomeni naturali e il calcolo delle variabili geo-fisiche, permetteva al giovane Wallace di giocare di riflesso, aspettando l’errore dei propri avversari, quasi sempre dovuto alle imperfezioni di quei campi afosi, vincendo grazie all’attesa di un’incognita apparentemente imponderabile. Da questa abilità ne discendeva un’altra fondamentale portata alla luce dallo stesso Wallace, ovvero la consapevolezza che il tennis é un gioco con “tutta una serie di sottolivelli geometrici”. Il tennis come studio della possibilità di colpire la palla in modo vincente da angoli di diversa ampiezza o ancora come capacità di essere pericoloso da ogni punto. Il buon tennista per Wallace é quello sportivo che oltre a potenza, prestanza e velocità, possiede la conoscenza geometrica del campo e grazie a questa riesce a ritagliare per sé i migliori angoli di gioco e a costringere l’avversario nei peggiori vertici. Addirittura Wallace stila una vera e propria classifica dei tennisti professionisti in base a questa capacità. Se Chang “di solito sferra i colpi vincenti soltanto ad angolo acuto”, Agassi “riesce a mettere a segno colpi vincenti da ogni parte del campo – non ha restrizioni geometriche”. La conoscenza dei seni e dei coseni vincenti e soprattutto la capacità di sfruttarli a proprio vantaggio rende a dire di Wallace un tennista invincibile o meno.

il tennis come esperienza religiosa

Questa è la ragione per cui Wallace considera la propria carriera tennistica fallita. Se sui campi del Midwest la sua conoscenza di quella geometria sovraccarica di curvature, dovute a delle caratteristiche morfologiche e ambientali, lo rendeva appetibile come semi-professionista, una volta incontrati campi “perfetti” la sua conoscenza geometrica non era più sufficiente a compensare le altre caratteristiche del tennista di successo. Wallace racconterà che la sua sopportazione del vento e della sabbia, dovute in parte alla sua sudorazione eccessiva rispetto alla norma, gli permisero addirittura di essere uno dei pochi ragazzi dell’Illinois a girare in bicicletta per quelle polverose strade oltre che un buon tennista. Troviamo nel racconto del tennis attraverso una trigonometria avversata dal vento, un’immagine chiara del Wallace uomo e scrittore. Una personalità mite, un osservatore del profondo delle cose, un conoscitore delle formali regole geometriche che guidano il mondo, ma anche un animo portato all’abbandono dell’aspettativa, alla rinuncia della lotta. Ed in questo c’é tutta la differenza con i tennisti professionisti, immaginati come dei santi, dei devoti al verbo del tennis. Nella descrizione di Michael Joyce (se lo cercherete su Youtube lo troverete come vittima di una delle più famose giocate proprio di Agassi) scopriamo l’immagine più di un mistico che di uno sportivo. La cosa che Wallace riconosce più di ogni altra cosa ai tennisti è la capacità di raggiungere “una concentrazione quasi ascetica” su un unico scopo, “un unico obiettivo”. Difficile non cogliere nelle parole di Wallace una certa malinconia per quell’ “unico obiettivo” che forse lui non riusciva più a trovare nella sua vita dilaniata dal dolore

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<