fondali oceanici inquinamento
Foto: Paulo Oliveira/Alamy Stock Photo

Rifiuti radioattivi, biberon e relitti: i fondali oceanici sono diventati la pattumiera del mondo e terra di conquista

I fondali oceanici sono da tempo considerati in qualche modo separate dal mondo in superficie, un luogo non luogo, oscuro, popolato da creature aliene. Una visione ben radicata nella nostra mente da sembrare vera. Come osserva lo scrittore Robert Macfarlane, gli esseri umani sono creature dell’aria e della luce, e abbiamo spesso considerato gli spazi sotto i nostri piedi con orrore, associandoli alla morte, all’invisibile e pertanto all’oblio.

I primi marinai europei del XV secolo che solcavano le acque degli oceani Atlantico e Indiano, mostravano una sensibilità solo per la superficie; ciò che contava davvero era sapere dove si trovavano potenziali ostacoli, mentre le profondità dell’oceano rimanevano uno spazio vuoto e di nessun interesse. È stato così fino ai primi dell’Ottocento, quando sullo slancio positivista europeo, maturò nella comunità scientifica un maggior interesse per le profondità marine. Un interesse dettato anche dai crescenti interessi coloniali che necessitavano di maggiori conoscenze degli oceani. Ma cresceva anche grazie alle esperienze dei balenieri, le cui navigazioni li spingevano ora molto lontano nelle acque aperte dell’Atlantico e del Pacifico, e portavano a una comprensione delle grandi profondità in cui le balene si sarebbero spesso immerse. Questo interesse per il profondo oceano assunse una nuova urgenza negli anni Cinquanta dell’Ottocento, quando imprenditori britannici e americani iniziarono a posare i primi cavi telegrafici sottomarini attraverso l’Atlantico. Le sfide titaniche di questi progetti richiedevano una comprensione più dettagliata del fondale oceanico. Ma è stata con la spedizione Challenger che, circumnavigando il globo nel suo pionieristico studio scientifico degli oceani del mondo, si arrivò a porre le basi dell’oceanografia. Con la scoperta della Fossa delle Marianne e della presenza di minuscole conchiglie – e quindi di esseri viventi – a più di 7.000 metri di profondità, la spedizione Challenger diede uno slancio alla nostra conoscenza delle profondità, riservando diverse sorprese. Una delle più importanti riguardò l’esistenza di comunità di esseri viventi raggruppate intorno a fumarole idrotermali sul fondale oceanico. Queste fumarole si formano dove le crepe nella crosta terrestre permettono all’acqua di mare di entrare in contatto con il magma liquido. In superficie, l’acqua esposta al magma semplicemente bollirebbe via, ma in profondità, la pressione lo impedisce. E l’acqua viene espulsa di nuovo nell’oceano in un getto sovra riscaldato. Questi getti possono superare i 400 °C e portare con sé una corrente di minerali dal mantello terrestre verso l’alto. Quando l’acqua si raffredda, questi minerali si solidificano, formando strutture che possono essere alte anche decine di metri e crescere fino a 30 cm al giorno.

Plastica nella Fossa delle Marianne

La prima fumarola idrotermale è stata identificata nel 1977 da scienziati che perlustravano il fondale marino a 2.500 metri sotto l’oceano sul Galápagos Rift, tra l’Ecuador e le isole Galápagos. In un articolo uscito poco tempo dopo Robert Ballard, scrisse che l’immagine che avevano raccolto per “13 fotogrammi (la lunghezza dell’anomalia) il flusso di lava era coperto da centinaia di molluschi bianchi e conchiglie di mussola marroni. Questa densa accumulazione, mai vista prima in mare aperto, è apparsa rapidamente attraverso una nuvola di acqua blu nebulosa e poi è scomparsa dalla vista. Per le rimanenti 1.500 foto, il fondo tornava nuovamente sterile di vita“. Da quella prima scoperta, sono stati identificati più di 600 campi di fumarole, tutti pieni di organismi viventi. Colonie di vari molluschi si aggrappano alle loro colonne ribollenti accanto a campi di vermi piumati e stelle marine; granchi e gamberi si muovono qua e là, nutrendosi nell’acqua torbida. Una tale ricchezza di vita dovrebbe essere impossibile nell’oscurità delle profondità oceaniche – senza luce solare non c’è fotosintesi. Ma le creature che prosperano intorno alle fumarole non attingono all’energia del sole; si affidano a microbi chemiosintetici capaci di trasformare le sostanze chimiche prodotte dalle fumarole in energia.

La scoperta di animali intorno alle fumarole idrotermali ha portato a un ampliamento drammatico della nostra comprensione dei tipi di ambienti in cui la vita può sopravvivere. Ciò ha significative implicazioni per la ricerca di vita extraterrestre – se la vita prospera in tali ambienti sulla Terra, è plausibile che possa prosperare in condizioni simili negli oceani di lune ghiacciate come Encelado, il satellite attorno a Saturno. Ha anche cambiato le ipotesi su dove sia iniziata la vita sulla Terra: forse non in una pozza d’acqua poco profonda, ma da qualche parte nelle profondità del mare primordiale. In altre parole, il profondo oceano potrebbe non essere un luogo di morte e oblio, ma piuttosto il luogo della nascita della vita sul nostro Pianeta.

Le fumarole idrotermali non sono l’unico luogo delle profondità oceaniche che sta rivelando un’inaspettata diversità biologica. Il dottor Tim O’Hara è un curatore senior di zoologia marina presso il Melbourne Museum. Negli ultimi anni, ha guidato due missioni per esplorare il fondale marino lungo la costa orientale dell’Australia e nelle profondità dell’Oceano Indiano. Per dare un’idea di quanto poco si sappia degli ambienti marini profondi, queste missioni sono stati i primi tentativi di mappare queste regioni in dettaglio. Per O’Hara, la vera rivelazione di entrambi i viaggi è stata la ricchezza biologica rivelata dal loro campionamento. Anche a diversi chilometri sotto la superficie, i fianchi dei monti sottomarini sono ricchi di vita, compresi coralli, crostacei e una moltitudine di pesci dall’aspetto bizzarro. Anche se ci vorranno decenni per terminare il catalogo delle specie trovate dalle spedizioni, è probabile che fino al 30% si rivelino nuove per la scienza. O’Hara sta ora lavorando a un progetto molto più ampio che mira a utilizzare l’analisi genetica per mappare la storia della biodiversità negli oceani negli ultimi 100 milioni di anni.

Il mio sogno è essere in grado di dire: ‘Vediamo che 20 milioni di anni fa, tutti gli animali nell’Atlantico sono scesi giù, e poi la corrente circumpolare li ha spazzati via in modo che hanno popolato la Tasmania’, e così via. Perché se possiamo farlo, possiamo creare una mappa animata che mostri il movimento vorticoso della biodiversità attraverso decine di milioni di anni.

Una tale mappa cambierebbe il modo in cui immaginiamo le profondità marine? Probabile, anche solo perché farebbe capire che le profondità dell’oceano non sono un regno alieno, ma intimamente intrecciate con ogni altra parte del Pianeta. In particolare, una tale mappa potrebbe fornire un antidoto alla tendenza a trattare l’oceano – e in particolare il profondo oceano – come un luogo conveniente per scaricare rifiuti troppo pericolosi o costosi da conservare sulla terraferma. Negli anni successivi alla prima e alla seconda guerra mondiale, i governi britannico, americano, sovietico, australiano e canadese hanno destinato centinaia di migliaia di tonnellate di armi chimiche obsolete alle profondità nelle acque di tutto il mondo. Le profondità dell’oceano sono state anche utilizzate come luogo di discarica per grandi quantità di materiale nucleare. Uno studio del 2019 ha trovato almeno 18.000 oggetti radioattivi sparsi sul fondo dell’Oceano Artico, molti dei quali sono stati scaricati lì dall’Unione Sovietica. Questi oggetti includono navi come il celebre sottomarino nucleare K-27, affondato nel 1982 con il suo reattore ancora a bordo; il relitto del K-141 Kursk, affondato nel Mar di Barents nel 2000 durante un’esercitazione navale, causando la morte di tutti i 118 marinai a bordo; e il sottomarino d’attacco K-159, che affondò mentre veniva rimorchiato vicino a Murmansk nel 2003 con 800 kg di combustibile nucleare a bordo (Siamo pur sempre nell’età dell’oro della ricerca di vecchie carcasse di navi che sembravano perse per sempre sui fondali oceanici, come l’Endurance).

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Il capo dell’Autorità per la sicurezza nucleare della Norvegia afferma che è solo una questione di tempo prima che questi oggetti inizino a rilasciare la loro eredità tossica nell’acqua; altri hanno definito la situazione una “Chernobyl in slow motion sul fondo marino“. Ma se l’Unione Sovietica ha scaricato più rifiuti nucleari sul fondo marino di qualsiasi altro Paese, non è certamente stata la sola. Tra il 1948 e il 1982, il governo britannico ha destinato quasi 70.000 tonnellate di rifiuti nucleari alle profondità dell’oceano, e Stati Uniti, Svizzera, Giappone e Paesi Bassi sono solo alcuni dei Paesi che hanno utilizzato l’oceano per smaltire materiali radioattivi, anche se in quantità molto minori. E sebbene i trattati internazionali vietino ora lo scarico di materiali radioattivi in mare, il governo britannico sta esplorando piani per smaltire fino a 750.000 metri cubi di rifiuti nucleari, tra cui più di 100 tonnellate di plutonio, sotto il fondo marino al largo della Cumbria. Gli ufficiali britannici sostengono che questo tipo di smaltimento geologico offra un modo per mantenere stabili e sicuri i rifiuti per centinaia di migliaia di anni, anche se gli incidenti, come la perdita di materiale radioattivo avvenuta nel 2014 in un impianto di smaltimento rifiuti nel Nuovo Messico, suggeriscono che, come molte delle assicurazioni offerte dall’industria nucleare, questa affermazione dovrebbe essere presa con molta cautela.

Una Chernobyl in slow motion sul fondo marino

Lo scarico di rifiuti nucleari nell’oceano è solo una parte di una storia molto più ampia di negligenza e avidità. I rifiuti umani sotto forma di plastica e altri oggetti sono ovunque nelle profondità dell’oceano, un fatto reso brutalmente evidente dal Deep-sea Debris Database dell’Agenzia giapponese per le scienze e le tecnologie marine-terrestri, che documenta la presenza di pneumatici, reti da pesca, borse sportive, manichini, palloni da spiaggia e biberon sparsi sul fondo del mare. Questa marea di spazzatura ha raggiunto persino le parti più profonde e remote dell’oceano: quando l’esploratore Victor Vescovo è arrivato sul fondo della Fossa delle Marianne nel 2019, non ha solo incontrato specie di anfipodi precedentemente sconosciute, ma anche una borsa di plastica e carta di caramelle. Forse ancora più preoccupante, però, è l’accumulo crescente di microplastiche nelle profondità oceaniche. Negli strati superiori dell’oceano, le microplastiche hanno invaso la catena alimentare. In alcune parti del Pacifico, ora c’è più plastica che plancton, il che significa che animali come balene e uccelli stanno consumando microplastiche in grandi quantità, con tutte le devastanti conseguenze del caso. Il volume di plastica negli strati superficiali dell’oceano svanisce in confronto alla quantità nelle acque più profonde. Gli studi suggeriscono che fino al 99,8% delle circa 11 milioni di tonnellate di plastica che entrano nell’oceano ogni anno scompaiono nelle acque più profonde. Ma il problema non è solo la plastica. Nel 2019 scienziati cinesi hanno scoperto il carbonio-14 radioattivo, proveniente dalla detonazione di bombe nucleari negli anni Quaranta e Cinquanta, nei corpi di anfipodi che vivono sul fondo della Fossa delle Marianne. Studi più recenti hanno trovato cesio radioattivo proveniente dal disastro nucleare di Fukushima a più di 7.000 metri di profondità nella Fossa del Giappone.

Molti composti chimici si accumulano in modo simile. Alcuni dei più preoccupanti sono quelli noti come inquinanti organici persistenti, come i policlorobifenili. Questi PCB furono originariamente utilizzati per raffreddamento e isolamento negli anni Venti, ma negli anni Quaranta furono utilizzati anche per vernici, adesivi, rivestimenti in PVC su fili elettrici e una moltitudine di altri prodotti. L’uso diffuso dei PCB significava che grandi quantità venivano rilasciate nell’ambiente, ma l’effetto di ciò divenne evidente solo negli anni Cinquanta, quando lo scienziato danese Sören Jensen trovò tracce di essi in lucci pescati in Svezia. Nei due anni successivi, Jensen rilevò tracce di PCB ovunque: nei pesci, negli uccelli, persino nei corpi di sua moglie e sua figlia. Negli decenni successivi alla scoperta di Jensen, i PCB sono stati vietati o regolamentati in molti Paesi. Ma ciò non significa che siano scomparsi, come dimostra la scoperta di alte concentrazioni di essi nei corpi di anfipodi recuperati dal fondo delle fosse delle Marianne e delle Kermadec; si sono semplicemente spostati in acque più profonde. I PCB sono altamente tossici anche in dosi minime, causando cancro, danni al fegato e deformità in molte specie, oltre a disturbare gli equilibri ormonali. Sono noti per causare un aumento della mortalità in balene e delfini. Peggio ancora, i PCB si decompongono molto lentamente quando sono tenuti al riparo dalla luce solare, il che significa che possono perdurare nell’oceano profondo e nei corpi degli animali per decenni o addirittura più a lungo.

Come il lento decadimento delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti nucleari dispersi sul fondo marino, le eredità tossiche dell’industria umana scritte nei corpi delle creature marine sono un promemoria: le profondità marine sono il luogo più ancestrale della nostra memoria. Sebbene come creature della luce e dell’aria sia facile assumere che la nostra vita sia definita dagli ambienti terrestri, in realtà è vero il contrario. Le profondità marine sono l’ambiente più vasto della Terra, costituendo il 95% della biosfera oceanica e, a seconda di come lo si misura, circa il 90% dello spazio vivibile sul Pianeta. È evidente, dunque, che non è più possibile trattare i fondali oceanici come qualcosa di separato dall’attività umana né considerarlo semplicemente una nuova frontiera da sfruttare. Bisogna  riconoscere che sono intimamente intrecciati con il resto del Pianeta, e per questo è necessario un cambiamento culturale netto: il futuro non solo della vita umana, ma di tutta la vita sulla Terra, è inestricabilmente dipendente da quelle profondità.

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