Guernica

Può l’arte cambiare la società?

L’arte concerne l’estetica, la morale, la nostra fede nell’umanità. Senza questo, l’arte semplicemente non esiste.

Ai Weiwei

Durante la Prima guerra mondiale, in un’Europa sconvolta dai suoi disastri, molti artisti, poeti, attori ed emigrati politici si rifugiarono in Svizzera, rimasta neutrale dal conflitto. Nel 1916 due artisti, Tristan Tzara e Hugo Ball, fondarono a Zurigo il Cabaret Voltaire. Si trattava di un caffè letterario dedicato provocatoriamente al filosofo Voltaire: in esso infatti si organizzavano spettacoli che mettevano in ridicolo proprio la razionalità tanto esaltata dall’illuminista. I dadaisti sentivano che la guerra metteva in discussione ogni aspetto razionale di una società capace di avviarla e poi prolungarla. Il loro scopo era distruggere i valori tradizionali dell’arte e crearne una nuova. Come scrisse più tardi l’artista Hans Arp :

Disgustati dalla carneficina della guerra mondiale del 1914, noi, a Zurigo, ci dedicammo alle arti. Mentre i cannoni tuonavano in lontananza, noi cantavamo, dipingevamo, facevamo collage e scrivevamo poesie con tutte le nostre forze.

Gli artisti Dada sostenevano la stupidità e il comportamento insensato nella vita quotidiana come unica risposta agli orrori della Grande Guerra. Ma ebbero anche il merito di dare l’abbrivio ad altri movimenti il cui obiettivo era quello di provare a cambiare la società in un modo o nell’altro. Primo fra tutti il Surrealismo, che negli drammatici seguiti alla conclusione del Primo conflitto mondiale, si propose come un vero e proprio progetto di liberazione, sia sul piano creativo sia su quello sociale, destinato a rinnovare il rapporto tra mondo e individuo su una base drasticamente opposta alla prospettiva razionale e positivista borghese. Gli strumenti assunti dal surrealismo erano la teoria freudiana dell’inconscio, su cui si basava l’automatismo, e l’analisi marxista, riconosciuta come la prospettiva più coerente per giungere ad una radicale trasformazione della società. A seguire, negli anni Sessanta un gruppo di artisti, noto come Fluxus, cercò di “promuovere un’ondata e una marea rivoluzionarie nell’arte, promuovere l’arte vivente e l’anti-arte” attraverso la sua rete di artisti internazionali. Il movimento proponeva nuove forme espressive, che tendevano a coinvolgere in ugual misura operatori e fruitori, e che nascevano dalla fusione di più codici artistici secondo modalità non dissimili da quelle degli happenings e delle performances. Fluxus fu profondamente influenzato dal cambiamento filosofico nella cultura euro-americana successivo alla Seconda guerra mondiale. Il mondo del dopoguerra era un mondo nuovo e coraggioso che si stava riprendendo dall’Olocausto e stava affrontando l’annientamento imminente a causa della bomba atomica appena inventata. I mass media stavano diventando una vera e propria forza nella società, diffondendo la conoscenza dei movimenti artistici da un continente all’altro. Così ex nemici, artisti tedeschi, giapponesi e americani, divennero amici e collaboratori. In un tale movimento, una donna giapponese che era un’espatriata americana, Yoko Ono, poté trovare accettazione per le sue opere e performance di arte concettuale, così come il musicista afroamericano, Emmett Williams, potè sfuggire al razzismo americano. Nello stesso periodo prendeva vita e vigore l’Internazionale Situazionista, che caratterizzandosi come avanguardia direttamente politica, giocò un ruolo importante negli eventi rivoluzionari di Parigi del 1968, esponendo le divisioni tra artisti, consumatori e mezzi di produzione. 

Guernica
“Guernica”, ispirata al bombardamento dell’omonima cittadina durante la Guerra Civile spagnola

In tutta l’età contemporanea, oltre ad essere un’istanza di critica sociale, l’arte ha assunto il ruolo di documento storico. L’estetica artistica si fonde con la politica, creando opere che non solo provocano una risposta emotiva ma incitano anche alla riflessione critica. Gli artisti contemporanei assumono sempre più il ruolo di agenti di cambiamento. Attraverso il loro lavoro, cercano di influenzare atteggiamenti, sensibilizzare l’opinione pubblica e ispirare azioni concrete. Ne è un esempio il lavoro dell’artista argentina Judi Werthein, Brinco. Si tratta di un progetto che ha colpito il cuore delle conversazioni contemporanee sulla migrazione, presentando uno sguardo intimo e coinvolgente sulla vita dei lavoratori immigrati. Inspirandosi direttamente alle esperienze di coloro che attraversano il confine tra Messico e Stati Uniti, l’opera si è distinta come un’esplicita dichiarazione contro le rigide politiche migratorie. Nel 2005 Werthein ha creato delle particolari sneakers con motivi di aquile ispirati ai simboli nazionali americani e messicani, e un’immagine di San Toribio Romo, il santo patrono dei migranti messicani. Le scarpe erano inoltre dotate di torcia, bussola e tasche per nascondere soldi e medicine. E sulla soletta era stampata una mappa della zona di confine intorno a Tijuana. Le sneaker, dotate di un microchip, non solo offrivano un mezzo di identificazione, ma hanno consentito all’artista di mappare e documentare il lungo e a volte tragico percorso. Per marcare le diseguaglianze tra mondi diversi, la Werthein ha distribuito gratuitamente le sneaker presso la Casa del Migrante, la Casa de la Madre Asunta e la Casa YMCA de Menores Migrantes-Tijuana, organizzazioni che forniscono supporto e servizi ai migranti che tentano di varcare il confine americano. Di contro, le stesse scarpe sono state vendute come oggetti d’arte in edizione limitata al costo di 200 dollari oltre confine, nello specifico a Blends, una boutique situata nel centro di San Diego.

Werthein fece produrre le sneakers Brinco a buon mercato in Cina. Molte aziende globali producono prodotti in Paesi in cui la manodopera è a basso costo e spesso scarsamente regolamentata. L’artista sperava di attirare l’attenzione sulla dicotomia tra la facilità con cui le merci si spostano tra i Paesi e le rigide normative sulla circolazione delle persone. Gli stessi governi, che consentono l’importazione di beni a basso costo dall’estero, spesso controllano rigorosamente e scoraggiano attivamente i migranti dall’entrare nel Paese in cerca di migliori condizioni di vita. Una critica complessa e sofisticata delle contraddizioni nel cuore del NAFTA (l’Accordo nordamericano per il libero scambio), delle politiche internazionali del lavoro e della globalizzazione aziendale. 

Brinco di Judi Werthein

Sullo stesso piano di critica sociale si è sviluppato il lavoro dell’artista britannica afro-caraibica Sonia Boyce, il cui approccio audace e innovativo ha sfidato le convenzioni artistiche, portando avanti un discorso che va oltre la superficie estetica, esplorando la complessità delle identità marginalizzate. Una delle opere più celebri della Boyce, Devotional, è una serie di ritratti che cattura l’essenza della comunità nera. Questi ritratti, carichi di simbolismo e spiritualità, si ergono come un monumento visivo contro l’omissione delle narrazioni nere nella storia dell’arte. Il lavoro di Boyce non è solo esteticamente stimolante, ma rappresenta anche un impegno sociale radicato nell’arte. Ha utilizzato la sua piattaforma per sfidare le disuguaglianze e per contribuire a una visione più inclusiva della società. La brillantezza del suo lavoro risiede nella sua capacità di sfidare l’isolamento culturale attraverso la creazione di un dialogo universale. La sua eredità è un richiamo alla necessità di superare le barriere culturali attraverso l’arte, e di abbracciare la diversità come forza anziché come divisione. 

Devotional di Sonia Boyce

Ancora più politica è l’opera dell’artista cubana Tania Bruguera, emblematica per capire come un progetto artistico possa essere fonte di cambiamento sociale. Nel 2002 Bruguera ha fondato la Cátedra Arte de Conducta (2002-2009), un progetto pedagogico focalizzato nello sviluppare un’ideologia sociopolitica e un pensiero critico verso la propria realtà. Il progetto consisteva nell’organizzare, tra le varie attività, degli spazi volti alla discussione del ruolo civico dell’arte, a fronte della mancanza di libertà espressiva nel regime autoritario cubano. Tania Bruguera lotta tuttora contro le limitazioni che il suo Paese impone sulla società: attraverso la sua arte promuove un modello sociale che mette pubblicamente in evidenza la mancanza di democrazia, e propone una realtà alternativa dove ogni individuo è garante di diritti ed è libero di esprimere la propria opinione. 

L’arte apre tutto a uno spettro di persone molto più ampio. Ed è per questo che personalmente credo che l’arte sia potente, perché l’arte mi ha salvato la vita.

David Tovey

L’arte dunque si fa portavoce di smuovere le coscienze, apripista di nuovi modi di vivere tra gli altri, sfidando i pregiudizi e ridicolizzando i clichè. Arte come protesta, arte come sfida allo status quo. Spesso gli artisti che creano opere di protesta sono veri attivisti, e per alcuni di loro, è proprio l’atto di protesta a guidare e motivare la loro pratica. Le Guerrilla Girls sono un gruppo anonimo di artiste femministe dedite alla lotta al sessismo e al razzismo nel mondo dell’arte. Il gruppo si è formato a New York City nel 1985 con la missione di mettere a fuoco la disuguaglianza di genere e razziale all’interno della più ampia comunità artistica. Il gruppo utilizza il jamming culturale sotto forma di poster, libri, cartelloni pubblicitari e apparizioni pubbliche per denunciare la discriminazione e la corruzione. Per rimanere anonimi, i membri indossano maschere da gorilla e usano pseudonimi che si riferiscono ad artiste decedute.

Anche la street art si è distinta per le profonde accuse ad un sistema politico e sociale che rinnega se stesso, escludendo i diversi. Le opere di Basquiat, Haring e Banksy vibrano di un diretto attacco a tutte quelle malformazioni sociali che dividono la nostra società in: ricchi e poveri, bianchi e neri, e padroni e schiavi.

Defacement (The Death of Michael Stewart) è una delle opere più apertamente politiche di Basquiat. Si tratta di un omaggio a Michael Stewart, un giovane artista nero picchiato a morte dagli agenti di polizia di New York nel 1983.

Defacement (The Death of Michael Stewart)

Un anno dopo aver scoperto di avere l’AIDS, Keith Haring creò l’opera Ignorance = Fear / Silence = Death, un’accusa contro la discriminazione subita in quegli anni da tutte le vittime, quando la malattia era ancora poco conosciuta.

Ignorance = Fear / Silence = Death

Le convinzioni sovversive di Banksy, che hanno ispirato la sua opera più iconica, Girl With Balloon, nel 2018 lo hanno spinto a creare un dipinto che messo all’asta da Sotheby’s si è autodistrutto pochi istanti dopo l’asta di chiusura. L’opera fu successivamente ribattezzata Love Is In The Bin, i cui resti furono ironicamente venduti a un prezzo ancora maggiore. 

Love Is In The Bin

Ma forse il simbolo oggi dell’arte come condanna sociale è Ai Weiwei, un artista cinese noto per le sue installazioni e sculture politicamente cariche. Il lavoro di Weiwei affronta spesso questioni come i diritti umani, la libertà di parola e la corruzione del governo; tematiche che lo hanno portato addirittura alla detenzione da parte delle autorità cinesi nel 2011. Self-Portrait In Lego (2017) è un esempio lampante dell’attivismo contenuto nell’opera di Ai. Esposto per la prima volta all’Hirshorn, Self-Portrait In Lego faceva parte della monumentale installazione Trace, una raccolta di ritratti di individui provenienti da tutto il mondo considerati attivisti, prigionieri di coscienza e sostenitori della libertà di parola. Ciascuno di questi 176 ritratti è stato realizzato con migliaia di mattoncini LEGO® di plastica, assemblati a mano ed esposti sul pavimento del museo.

Trace

Di esempi ce ne potrebbero essere a centinaia, ma a questo punto possiamo davvero sostenere che l’arte può davvero cambiare il mondo? È difficile dare una risposta netta se ci si aspetta un’immediata ricaduta dell’opera d’arte nei meccanismi sociali, politici ed economici di un Paese. Ma è anche vero che l’arte, allertando le coscienze e amplificando le voci, crea un continuo disturbo, un’interferenza nei nostri pensieri e credenze. Se, come amava dire Diego Rivera: “Le grandi proteste sono grandi opere d’arte“, allo stesso potremmo dire il contrario: le grandi opere d’arte sono grandi proteste.

Altre storie
marco melandri
#OneToOne: Marco Melandri