Alberto Giacomini
Alberto Giacomini

Costruire ponti giocando a pallone, o dell’immagine del calcio di Alberto Giacomini

Alberto Giacomini è un brianzolo verace. Un pragmatico, meticoloso e allo stesso tempo generoso e ottimista. Quando lo contatto per chiedergli un’intervista si schernisce, non crede di meritare i complimenti. Ma io ho letto dei suoi progetti in giro per il mondo, della sua idea di calcio come ponte di comunicazione fra mondi e come crescita di individui prima che di sportivi; non sono causali i complimenti. Dalle sue parole nascondo immagini di mondi che dovremmo impegnarci a disegnare ogni giorno partendo proprio dai ragazzi. Ma non sono parole lontane, ideali; nascono dalla pratica di ogni giorno del calcio come valore educativo. Le esperienze di Alberto sono state costruite attraversato paesi lontani tra loro, diverse culture: alcune le ha raccontate nelle domande che seguono.

Alberto Giacomini
Alberto Giacomini
Alberto qual è il tuo lavoro?

Beh diciamo che in questo momento faccio più lavori. Lavoro per la FIFA, sono un allenatore freelance, soprattutto coinvolto nel progetto FIFA for School che è un progetto sociale che promuove il gioco del calcio come metodo di sviluppo della crescita delle lifeskill. L’obiettivo è quello di introdurre il calcio nell’ora di educazione fisica nelle scuole sia per dare contenuti tecnici calcistici che contenuti educativi. Sono inoltre responsabile del Liceo sportivo del Colleggio Villoresi, dove seguo tutti i laboratori del liceo e sempre all’interno del collegio ho aperto un’associazione dove mi occupo delle attività sportive di 120 bambini.

Tu hai scritto una tesi dal titolo Il ruolo educativo e formativo del gioco del calcio e ti occupi di portare valori educativi attraverso il calcio. Ma non è un grand periodo per l’immagine del calcio, non gode di grande salute nell’opinione comune.

La mia non è una guerra, perché è una parola brutta, ma è di sicuro una lotta. È sempre più difficile spiegare che il calcio non è solo performance, Ronaldo, Messi, Haaland, ma è un’occasione per noi allenatori di aiutare i bambini, i ragazzi, ma anche gli adulti a crescere e migliorarsi dentro e fuori dal campo. Purtroppo ogni giorno giro i campi della Brianza e di tutta Italia, e noto sempre di più allenatori invasati concentrati solo sul risultato del sabato, che trascurano il bambino che per loro non è adeguato (sentendo anche molte frasi assurde da parte di addetti ai lavori). È sempre più difficile spiegare che lo sport in generale, ma il calcio in particolare, ha un grandissimo potenziale soprattutto educativo.

Quale il peggior nemico della tua immagine di calcio?

(Ride) Eh purtroppo il nemico è il calcio vero: i messaggi che trasmette il calcio dei grandi va contro l’immagine di uno sport educativo. Sono pochi gli esempi positivi che si possono citare e usare come modello. Ma attenzione non parlo solo di Serie A, ma di B e anche più in basso.

Com’è nata invece la tua esperienza invece di portare il calcio in giro per il mondo?

Io alleno da quando ho sedici anni. Dopo la mia laurea mi sono imbattuto sul sito dell’Inter nel bando del corso per giovani allenatori. Ho fatto un anno di corso all’Inter con Gianluca Andrissi e i suoi collaboratori, poi io e altri due ragazzi siamo stati selezionati per proseguire il lavoro all’interno dei progetti Inter. Così sono entrato nell’Inter Campus, che era il mio obiettivo, e da lì ho iniziato a lavorare a diversi progetti.

E da lì hai iniziato a girare il mondo grazie alla tua passione…sei stato in tantissimi posti, ma vuoi farci una breve lista con quelli più significativi?

Li contavo con mia moglie l’altro giorno. Sono stato in 64 Paesi, ma considerato che le federazioni associate alla FIFA sono 211 ne ho ancora da fare (ride). Il primo che mi viene in mente è il Camerun dove ho lasciato un pezzo di cuore, ma anche Uganda, Palestina e Israele, Brasile, Argentina, Paraguay, Cuba splendida, Malawi, Australia, Hong Kong dove sono molto orientanti all’educazione attraverso lo sport. Iran affasciante, ma anche Marocco, Tunisia.

Tu hai fatto dei campus tra Israele e Palestina nel corso degli anni, quando sei andato lì l’ultima volta?

L’ultima volta sono entrato il 7 ottobre 2023 in Israele. Noi siamo entrati il 7 e subito dopo il sopralluogo, dove abbiamo incontrato l’allenatore che coordinava il campus, abbiamo organizzato l’attività. Ma non abbiamo incontrato i bambini perché quella stessa sera la FIFA ci ha avvertito che avremmo dovuto essere imbarcati immediatamente. Siamo stati due giorni chiusi in albergo per sicurezza e poi siamo stati imbarcati verso l’Italia.

L’ultima volta in cui invece ho lavorato coi bambini è stata un Inter Campus nel novembre 2018. Lì abbiamo osservato una situazione molto particolare. Tieni conto che io sono stato quasi tutti gli anni in Palestina da quando ho iniziato questa esperienza. I momenti di lavoro erano due all’anno. Quindi magari oltre al corso di allenatore e a fare degli allenamenti con i bambini, riuscivi ad organizzare anche un piccolo torneo coinvolgendo bambini israeliani e palestinesi. Poi tornavi dopo sei mesi e gli stessi allenatori, gli stessi bambini, con cui avevi lavorato non volevano avere nulla a che fare con quegli altri. Quindi era sempre un saliscendi, frustante da un lato ma super stimolante da un altro perché ogni volta ti dicevi: “Oggi abbiamo fatto questo, forse riusciremo a fare altri passi avanti“.

Quindi anche nei bambini notavi il pregiudizio, la paura dell’altro?

Si è un tratto della mentalità forte che percepisci sia da una parte che dall’altra. Abbiamo paura, questi ci possano far male, sono violentiAdesso gli facciamo vedere noi a questi fighetti, gli insegniamo noi a giocare a calcio. Una cosa abbastanza evidente. Però, questa cosa sul campo poi saltava, perché dietro la palla si perdevano queste cose, sia nelle partite che negli allenamenti. Dopo un po’ scemava sul campo insomma il problema è che tornati a casa gli uni tornavano “i figli dei terroristi” e gli altri “i figli dei prevaricatori, dei colonizzatori”. Però per quell’ora e mezzo era tutto sospeso.

Qual è la cosa che contraddistingue il passaggio tra il gioco del calcio e il valore educativo del calcio?

Il problema è che non c’è questa differenza, questo salto! Il calcio è questa capacità educativa, è insita in sé, bisogna solo rendersene conto e sottolinearlo. Quando parli di educazione attraverso il calcio nel 90% dei casi l’interlocutore dice: “Va beh ma quello non è calcio, il calcio un’altra cosa“. È qui l’errore invece! Qualunque allenatore quando entra in campo, che sia al Paris Saint-German, all’Inter o in Serie C. Oltre a insegnare a condurre, tirare, calciare, sta comunque dando dei contenuti, degli stimoli per la costruzione dei valori dell’individuo. Non c’è differenza tra calcio performativo e calcio educativo.

L’esperienza migliore è quella più difficile tra tutte quelle hai vissuto finora?

Nazaret, la più complicata ma anche tra le più stimolanti. Quando ho fatto il corso da allenatori sia dell’una che dell’altra parte cercavo di parlare dei valori del calcio, del suo potenziale educativo, del calcio per fare crescere il bambino sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista tecnico. Sia gli uni che gli altri mi dicevano che “dovevo insegnare il calcio vero, che non ero mica in Uganda“. E gli allenatori di tutte e due le parti mi dicevano che avrei dovuto fare il corso solo a loro, che gli altri non capivano niente di calcio. Quella è stata l’esperienza più complicata, ma anche più stimolante. Mi ha insegnato a comunicare e gestire le cose di fronte ad una platea simile.

Mi pare invece che l’Africa ti sia rimasta nel cuore

Un’esperienza bellissima è stata in Camerun dove abbiamo organizzato un mega torneo con circa 400 bambini, dove ogni giorno c’erano partite e noi in contemporanea facevamo il corso agli allenatori che li accompagnavano. Un’esperienza fantastica perché poi mangiavamo, dormivamo e vivevamo con loro. Un’altra esperienza straordinaria è stato il Malawi. Un posto fantastico dove la gente è meravigliosa, entusiasta di mostrare il proprio valore e di farti conoscere la propria cultura. Insistevano tantissimo per farci visitare i loro villaggi, per farci entrare nella loro vita.

Chiudiamo con una domanda leggera: qual è l’immagine calcio italiano dall’estero?

Ahimè non godiamo proprio di una grande popolarità. Ci sono quelli della mia età che si ricordano i grandi del calcio come Baggio, Vieri, Totti, ma i giovanissimi si può dire che non lo conoscono proprio. Il calcio degli ultimi vent’anni che conoscono è quello inglese e quello spagnolo. Io faccio sempre il gioco di guardare le magliette di calcio quando vado in giro, soprattutto in Africa: tutti i ragazzi indossano le magliette di calcio, da lì capisci quale sono le squadre più in voga tra i ragazzi. Ai tempi del Triplete vedevi parecchie magliette dell’Inter in Camerun, ma anche nel resto dell’Africa, ora è difficilissimo vederne. Vedi Liverpool, Real Madrid, Barcellona, ma noi italiani non ci siamo più.

Secondo te lo spostamento di campioni verso il campionato saudita, più in generale questo spostamento di attenzione, ha cambiato nel resto del mondo l’asse dell’attenzione del calcio?

Non credo perché non si può costruire un modello calcistico solo con i soldi. Gli esempi del resto non mancano dalla Cina in poi. Anche qualche giorno fa osservare in Super Coppa gli stadi mezzi vuoti in Arabia Saudita metteva parecchia tristezza.

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