filippine basket

Le Filippine, una nazione devota al basket

La passione qui è incredibile, per me è come essere a casa senza essere a casa

Kobe Bryant, durante la sua ultima visita nelle Filippine

Nella costante baraonda di clacson, motori dei folkloristici jeepney (vecchi veicoli militari statunitensi riadattati a trasporto pubblico) e urla dalle strade, dagli ostelli e guesthouse, dai ristoranti, dalle discoteche, dai night e pub di Manila si distingue con meticolosa precisione l’irregolare rimbalzare della palla a spicchi nei playgroud incastonati in tutta la città. Perché qui il basket è l’unico vero sport amato e praticato in ogni momento, con la pioggia interminabile o sotto il sole cocente, dai filippini di qualunque età e ceto sociale. E questo non solo nella capitale, ma nel dedalo delle 7641 isole dell’arcipelago filippino, porto di mare multirazziale e multiculturale dove sono state censite 175 lingue, anche nel villaggio più remoto i playground sono un elemento centrale della topografia, presenti anche nei luoghi più improbabili, come nel cimitero Navotas di Manila. In ogni quartiere e villaggio i campetti da basket si accompagnano alle chiese a segnalare che nelle Filippine esistono due religioni; e se le chiese accolgono sono i fedeli cristiani, i campetti sono il cuore pulsante della vita civile: a seconda delle necessità possono ospitare una fiera paesana e i comizi dei politici, e possono anche essere usati per l’asciugatura del riso. Spesso sono campetti improvvisati, soprattutto nelle aree più povere dove basta un cerchio di metallo per allettare le fantasie cestistiche dei bambini, e nei barangay, la più piccola unità amministrativa filippina, dove i canestri vengono fissati sulla cancellate comuni.

filippine basket

USA: United Slums of Asia

Lo sai, noi qui viviamo tutti negli USA – dice uno ragazzino di Manila – Sì, non lo sai? USA: United Slums of Asia.

Le Filippine sono l’unico Paese al mondo, insieme alla Lituania, dove il basket è il primo sport. Su 114 milioni di abitanti si stima che almeno 40 milioni ci giochino o ci abbiano giocato. E anche se il basket è una fede comune, molti non vedranno mai una partita di professionisti dal vivo: sia per la distanza geografica, dato che la maggior parte delle squadre che partecipano alla PBA, la lega filippina, sono di Manila, sia perché per molte famiglie è impensabile potersi permettere il lusso dei biglietti per la partita, senza contare il prezzo del viaggio. Non va dimenticato, infatti, che il 26% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (meno di 1 euro al giorno) e che l’economia è fortemente dipendente dai miliardi di euro inviati in patria ogni anno dai 5 milioni di lavoratori filippini all’estero.

Le squadre non rappresentano una località in particolare, per questo le partite si tengono molto spesso in enormi palasport, come il mitico Araneta Coliseum di Quezon City con il suo grande crocifisso a dominare il corridoio che dagli spogliatoi porta al parquet, e che attira sia prima che dopo la partita una processione di fedeli sportivi ansiosi di toccare i piedi di Gesù. Così, a meno che non si giochi una gara di finale, i vuoti sugli spalti sono preponderanti e il silenzio del pubblico, interrotto solo dalle grida dei tifosi più coloriti, permette di ascoltare persino il cigolio delle scarpe sul parquet e le proteste dei giocatori all’indirizzo degli arbitri.

lebron james filippine
Lebron James in uno dei più famosi campi di basket di Taguig City, chiamato “The Tenement”

Il paradosso dell’altezza

Può sembrare assurdo che uno dei popoli con la statura più bassa in assoluto abbia eletto a sport nazionale una disciplina in cui le dimensioni sono fondamentali. L’altezza media nelle Filippine è 163,5 centimetri per gli uomini e 151,8 per le donne, oltre dieci centimetri in meno rispetto agli Stati Uniti. Eppure, per i filippini questo non importa, anzi ha permesso loro di sviluppare uno stile di gioco focalizzato sulla tecnica e sulla corsa, che ad un occhio occidentale può sembrare buffo se non bizzarro per il modo pervicace con cui il cestista, conquistata la palla, punta dritto a canestro in una corsa solitaria. Oltretutto, c’è un sottotesto romantico in questo paradosso: l’idea che il più piccolo possa battere il più grosso, in una vertigine di riscatto che trova origine nei primi anni del Novecento, quando le Filippine erano una colonia statunitense.

Nella revisione del sistema scolastico lo sport diventò immediatamente un architrave importantissimo. Come ha spiegato Lou Antolihao, sociologo della National University of Singapore, il basket ebbe un ruolo importante anche nell’emancipazione delle donne, che si appassionarono subito e contribuirono alla sua capillare diffusione. E poi come sempre furono i successi ad amplificare la fama e la passione di questo sport: oro nei Giochi dell’estremo oriente del 1913 e un terzo posto nel Mondiale del 1954, otto anni dopo la proclamazione dell’indipendenza. Nel 1976 nacque la Philippine Basketball Association (PBA), la seconda lega professionistica al mondo in ordine di tempo dopo l’NBA, in cui viveva il dualismo tra Toyota Super Corollas, la squadra dei benestanti, e Crispa Redmanizers, la squadra dei ceti più bassi. Ma più che dividere, però, il basket univa, perché la passione abbracciava indistintamente tutte le classi sociali. Una passione che si vede tuttora con le gigantografie delle star PBA sui palazzi, sulle fiancate dei jeepney e nei negozi; ragazzini che palleggiano in strada indossando le canotte NBA, le partite in tv ad ogni ora e riferimenti alla pallacanestro in ogni dove.

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