carmelo anthony

La genialità imperfetta di Carmelo Anthony

Che Carmelo Anthony non abbia mai vinto tutto nella NBA è una delle ragioni per cui ha sempre avuto un fascino decadente. Si amano sempre le storie di sconfitte, e quella di Melo è stata una delle migliori. L’ex giocatore dei Knicks e futuro membro della Hall of Fame si ritira finalmente a 38 anni dopo 19 stagioni nella NBA. La sua autobiografia Where Tomorrows Aren’t Promised è, per coloro che sono scappati dalla povertà e stanno trovando una propria dimensione, la Bibbia. Ha vissuto scavalcando pericoli fin da giovane, nei progetti abitativi di Red Hook e a West Baltimore, nei Murphy Homes, conosciuti anche come Murder Homes. Ha navigato in un sistema educativo che lo ha ignorato, sfruttato ed emarginato. Ha subito le morti premature delle persone a cui era più legato. Ha lottato per sopravvivere fisicamente ed emotivamente. 

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Quando Carmelo si trovò al draft NBA al Madison Square Garden nel 2003, pronto a intraprendere la sua leggendaria carriera, si chiese: “come ha fatto un ragazzo a cui erano stati strappati così tante speranze, sogni e aspettative ad arrivare fin qui?” La sua è una storia di forza e determinazione; di dribbling a giocatori più grandi e più duri di lui tra tappi di bottiglie e siringhe in un campetto in cemento con uno sfondo di spacciatori e tossicodipendenti; dove i canestri non avevano le reti, e dove era meglio non chiamare un fallo, perché il domani non era garantito. I tifosi dei Knicks hanno un mantra, “Uno dei Knicks, sempre un Knick“. Ma con Melo, è stato più di così. Era il giocatore per il quale molti sarebbero andati in guerra. Ha racchiuso tanti di quei fallimenti, che era facile immedesimarsi in lui; rimarrà un giocatore ricordato più per i suoi insuccessi che per quello che ha vinto. E per questo che i suoi tifosi lo amano. C’è chi ha perso il posto di lavoro o mandato in fumo il proprio matrimonio, ed è confortante sapere che non si è gli unici.

Le sue abilità nel gioco off-the-dribble si adattavano perfettamente in una Lega con Tracy McGrady, Allen Iverson, Vince Carter e Kobe Bryant. Ma mentre la Lega si è svoluta e si sono formati superteam a Boston, Miami e Los Angeles, Melo ha scelto la strada solitaria ed è rimasto indietro. Le franchigie non hanno cercato più il grande solista, ma piuttosto qualcuno che poteva integrarsi all’interno di un’identità di squadra. Doveva giocare in difesa e rendere migliori i tuoi compagni di squadra, due abilità che Melo non ha mai avuto nel suo DNA. Aveva vinto il campionato NCAA da matricola a Syracuse e aveva disputato i playoff per tutte e otto le stagioni con i Denver Nuggets con il suo gioco egocentrico.

Ha sempre sofferto della sindrome del protagonista, ed è abbastanza comprensibile. Crescere incurante delle conseguenze, incapace di sfuggire al trauma, alla povertà e alla violenza può generare quel tipo di mentalità egotica; la sua esistenza serviva alle sue esigenze, dandogli un potere che non aveva mai avuto da bambino. Ma l’incanto apparentemente immutabile di Melo, la sua angelica ingenuità era far credere che questo suo modo era garanzia di vittoria. Un credo al limite tra confidenza in sé e arroganza. Per questo, con Melo più di chiunque altro vale il detto “o lo ami o lo odi”. Una percezione binaria che incarna le due eredità che Melo lascia nel basket.

Probabilmente il suo miglior periodo è quello con i Knicks, ai quali ha regalato gli unici sapori di successi in un decennio di sconfortante anonimato: con una media di 24,7 punti, 7 rimbalzi e 2,3 assist per partita, è stato selezionato per l’All-Star team in ogni stagione. Solo altri otto giocatori sono riusciti a segnare più punti di Melo sul parquet della NBA. Solo otto. Questo, insieme ai suoi tre ori olimpici con il Team USA, sono solo due dei motivi per cui è stato inserito nella lista dei migliori 75 cestisti di tutti i tempi. Un altro motivo è che non si è mai sottratto alle sfide: le ha affrontate sempre da solo.

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Ma questo non compensa il modo in cui è stato trattato da allenatori e dirigenti nell’ultimo anno. Trattato come un emarginato, lui The King of New York, costretto al ritiro. Non c’è stata una tournée di addio o un momento magico al Madison Square Garden. Solo una lettera a coloro che amava per annunciare che aveva terminato. Melo è sempre stato lo stesso, in campo e fuori. Non si è mai sottratto ai media, alle domande scomode, alle pressioni, alle responsabilità, al peso di caricarsi la squadra su di sé. E come per molti di noi, anche per lui non è andata come voleva. 

Ricordo i giorni in cui non avevo niente, solo una palla in campo e un sogno con qualcosa in più“. Il suo messaggio di addio. 

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