Ritratto di Carlo Petrini

Quello che io racconto è la parte malata che non è fatto solo di eroi, ma soprattutto di personaggi meschini.

Tra i secondi c’era anche lui, Carlo Petrini, anche se agli occhi dei tifosi fu spesso un eroe. Senza voler essere blasfemi, Petrini è stato l’alfa e l’omega del calcio. Visse gli anni Settanta da protagonista, passò dalla polenta di castagne a Porsche e Mercedes, dalle siringhe di Genova alla strafottenza di Milano, anche se di fronte a sé aveva un certo Nereo Rocco. Dopo l’esperienza al Milan la retrocessione con il Varese, quindi la resurrezione con il Catanzaro e l’approdo alla Roma. Era il 1976, all’età di 28 anni Petrini aveva appena disputato la sua migliore stagione di sempre. Arrivò poi il block-out, stavolta definitivo. Le prime partite truccate, il ginocchio di un 80enne, il Totonero. Rimasero soltanto le telefonate a luci rosse, scoperte durante il ritiro-clausura ai tempi della Roma. L’amnistia post Mondiale riabilitò Petrini, che si divise tra i campi di Serie C e D, perdendo nel frattempo qualche pezzo per strada: la moglie, un figlio. Diventato ormai una caricatura di se stesso, Petrini appese gli scarpini al chiodo dopo aver disputato la sua ultima stagione tra le fila del Rapallo. All’età di 37 anni si era chiuso il primo tempo. Ancora non sapeva che la vita gli avrebbe riservato anche i tempi supplementari.

petrini calciatore

Le flebo
Genova. Serie B. Il Grifone costruisce una squadra da promozione, ma l’inizio è da incubo. Dai sogni di gloria della Serie A al rischio retrocessione. In quella squadra c’è anche un promettente 20enne, di ruolo attaccante. Fino ad allora la vita per lui non era stata semplice. Rimasto orfano di padre, Petrini perde anche la sorella. Con la madre mangia polenta di castagne tutti i giorni. Le poche volte che c’era la carne la lasciava alla sorella malata. È la fine degli anni Sessanta, il doping si è già insinuato nel mondo del pallone. Le flebo approdano anche in Liguria. Di fronte al primo bivio della sua vita, Petrini sceglie la via più semplice: le iniezioni. D’improvviso il Genoa si rimette in carreggiata. Una vittoria, poi un’altra e un’altra ancora. Con il senno del poi Petrini non aveva grandi scelte di fronte a sé: accettare il doping per guadagnare denaro per sé e la famiglia o annegare insieme a madre, sorella e squadra. A soli 20 anni la sua vita cambia per sempre.

Il faccendiere
Oltre a politici e alti dirigenti d’azienda, a Roma Petrini conosce anche un fruttivendolo di 40 anni. Il suo nome è Massimo Cruciani. L’etichetta di fruttivendolo sta però stretta al Cruciani che in realtà è un moderno faccendiere. Amanti, conti saldati in hotel, partite truccate. La prima è Verona-Genoa, quando Petrini veste la maglia degli scaligeri. La combine va in porto, assicurando al Marcantonio di Monticiano (Siena, dove era nato) e ad altri tre compagni 10 milioni di euro. Qualche anno più tardi si gioca Juventus-Bologna (1980). Petrini indossa ancora una maglia rossoblu, stavolta del Bologna. Ad aver bisogno di ossigeno è invece la Juve, reduce da tre sconfitte consecutive. Il calciatore chiama Cruciani, suggerendogli di puntare 50 milioni. La partita termina in pareggio, come da accordi, ma a marzo la bomba calcio-scommesse era defragata. Due anni dopo la vittoria ai Mondiali dell’82, l’assoluzione di Juventus e Bologna e la condanna a tre mesi per Petrini e altri due giocatori. Le analogie con quanto accaduto solo qualche anno fa si sprecano.

Se Dio c’è, è un gran bastardo: si è preso un ragazzo di 19 anni, e ha lasciato qui un essere come me

Il mostro
Il calcio stavolta non c’entra. Il ragazzo di cui parla Petrini è suo figlio Diego, morto non ancora 20enne per un tumore, che ha abbandonato insieme all’ex moglie quando è fuggito dall’Italia dopo aver contratto debiti per 2 miliardi di lire. Riecheggia più forte che mai l’espressione “personaggi meschini”, impiegata per descrivere gran parte delle persone che hanno popolato, popolano e popoleranno il mondo del pallone di ieri, oggi e domani. Un mondo che Petrini ha voluto raccontare senza ipocrisie, mettendo a nudo doping, combine e festini di ogni tipo, soltanto dopo aver perso la partita più importante: quella della vita. Con la morte di Diego, l’ex calciatore di Genoa, Milan, Roma e Bologna tocca il punto più basso della sua esistenza, da cui prova a risollevarsi mettendo una prima pezza importante: torna in Italia nel ’98, pagando per i suoi errori del passato.

I tempi supplementari
Per Petrini il ritorno in Italia ha rappresentato una seconda vita. I suoi personalissimi tempi supplementari li ha scelti di giocare stavolta senza un pallone, ma con una penna tra le mani. Un viaggio al contrario, ripercorrendo gli errori commessi tra flebo, faccendieri e fughe. In questo viaggio, Petrini ha voluto prendere idealmente per mano quei ragazzi che oggi si affacciano al mondo del calcio, mostrando loro la parte malata e confidando che non commettano i suoi stessi errori. Una lezione di vita estrema nel senso letterale del termine. Petrini muore a 64 anni in un ospedale di Lucca, sconfitto da un male incurabile.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<