hong kong 1985
Hong Kong. Estate 1985

L’incidente del 19 maggio: storia di un derby tra Cina e Hong Kong

Questa è una storia di ordinaria follia calcistica, quel genere di situazione che può accadere soltanto su un prato verde, in una partita secca e in barba a tutte le previsioni, le condizioni ambientali e di gioco. Il classico evento buttato lì dal dio del calcio, che più di tutti ama organizzare dei match cuciti su misura ai contesti sociali, economici e politici in un preciso momento storico vissuto dagli uomini e dalle nazioni. Sono le partite della Storia, quelle che contribuiscono a comprenderla, prevenirla oppure segnarla. Sono così importanti da meritarsi un nome proprio che resterà indelebile nella memoria di chi le ha vissute sulla pelle, ma anche di chi verrà dopo e ne parlerà al dettaglio, con fede. Questa è la storia di un derby tra Cina e Hong Kong passato alla storia come L’incidente del 19 maggio, la partita che il mondo conosce come la prima deriva hooligan del tifo cinese; il trauma per eccellenza per la Pechino calcistica, il ricordo più bello di sempre per la piccola Hong Kong. Correva l’anno 1985 e le qualificazioni mondiali per Messico ’86 stavano volgendo al termine.

hong kong 1985
Hong Kong. Estate 1985

Cina e Hong Kong erano finite nel gruppo C e arrivavano all’ultima giornata a pari punti, in piena corsa per la vittoria del girone e la qualificazione agli spareggi contro il Giappone.  La nazionale cinese era forte e fiduciosa di raggiungere la prima storica qualificazione mondiale. I numeri suffragavano le aspirazioni cinesi: nell’ultimo biennio la Cina aveva conquistato un clamoroso secondo posto alla Coppa d’Asia del 1984 ed era ora arrivata al match finale di Pechino, forte delle schiaccianti vittorie su Macao (4-0; 6-0) e Brunei (8-0; 4-0). Tuttavia, i cinesi non avevano fatto i conti con i loro vicini e con la spinta data loro dalla Storia. 

Se lo zero a zero dell’andata ad Hong Kong fu in principio visto come un piccolo incidente di percorso, nessuno aveva però previsto che la colonia di Sua Maestà la Regina Elisabetta avrebbe vinto con autorevolezza i match contro Brunei (8-0; 5:1) e Macao (2-0; 2-0), mettendo a rischio il primato cinese nel girone.  A pari punti e con l’ultima partita da giocare tra le mura amiche, la nazionale cinese poteva contare su due risultati su tre e sul fervore degli 80mila tifosi dello Stadio dei Lavoratori di Pechino. Il Partito Comunista voleva una vittoria capace di mettere un punto definitivo sulle questioni politiche con la colonia e allo stesso tempo rimarcare il tanto agognato sorpasso, la riscossa su quel piccolo territorio che era suo ma che i britannici lo avevano convertito a umiliante avamposto, ricco e capitalista. Erano ancora lontani i tempi della crisi del 2014, quando gruppi di giovani hongkonghesi si riversarono nelle zone dell’Ammiragliato, Mong Kok e i Nuovi Territori occupando per giorni le strade in quello che verrà nomitato Occupy central o Movimento degli ombrelli. Esperienze nate dalla voglia di preservare l’identità hongkonghese e l’effettiva rappresentanza politica e democratica di una società tornata sotto la sovrana Repubblica Popolare Cinese a seguito dell’handover del 1° luglio del 1997. 

Dai fatti del 2014 sono emersi partiti radicali quali Demosisto, Hong Kong Indigenous e Youngspiration con l’obiettivo di perseguire una reale autonomia da Pechino. Quest’ultima, di contro, è oggi intenta a esercitare la propria sovranità evitando con ogni mezzo una possibile deriva che potrebbe avere pesanti ripercussioni in altre periferie della Repubblica. 

Occupy central HONG KONG
17 ottobre 2014. Tensione tra la polizia e i manifestanti a Mong Kok

Ciò che oggi accomuna ambo gli schieramenti è il superamento del modello un paese/due sistemi in vigore fino al 2047, nato dagli accordi sino-britannici sul passaggio di sovranità del territorio, firmati da Margaret Thatcher e Zhao Ziyang nel 1984, sei mesi prima del derby di ritorno tra Cina e Hong Kong. All’epoca degli accordi il Porto profumato era ben altra cosa dal territorio che conosciamo oggi.  In un mondo postcoloniale, Hong Kong era rimasta sola a sventolare con decisione la Union Jack in Asia.  

Nata nel 1842 al termine di una guerra segnata dall’oppio e dal suo commercio che stava mettendo in ginocchio l’intera Cina, in principio fu solo un’isola. A seguito di una nuova guerra e dei successivi trattati regolatori, l’Impero ottenne il diritto a governare permanentemente sulla penisola di Kowloon prima e successivamente sui territori cuscinetto con la Cina che verranno rinominati i New Territories di Hong Kong. Su questi ultimi – che oggi si adagiano lungo la frontiera erosa dalla crescita dell’area urbana di Shenzen – pendeva un leasing di 99 anni al termine dei quali sarebbero tornati sotto il controllo cinese. Termine di questo accordo era il 1° luglio del 1997.

La colonia ha sempre esercitato un forte impatto sulla Cina, accogliendo gli esuli, i fuggitivi, gli imprenditori cantonesi, i mercanti e benestanti scampati alla ribellione dei Taiping e ai cataclismi accaduti a seguito della caduta della dinastia Qing, all’instaurazione della Repubblica del 1912, alle guerre e all’avanzata di Mao Tse-tung e della sua Rivoluzione culturale. Anime che andavano a popolare una terra multietnica e connessa con il mondo per mezzo del suo porto e cresciuta negli anni a ritmi esponenziali grazie al boom immobiliare e alla crescita del settore finanziario che faranno della colonia un punto di riferimento per gli interessi di Europa e Stati Uniti. 

Hong Kong è stato a lungo abile nello sfruttare la propria unicità causando diversi imbarazzi a Pechino, specie durante l’epoca in cui la cosmopolita colonia staccava per benessere e ricchezza la più povera e arretrata Cina. Il derby di Pechino arrivava in un momento in cui il Partito Comunista Cinese aveva da tempo lanciato su più fronti la propria riscossa volta alla conquista del mondo e al regolamento dei conti con Hong Kong.

Il derby di Pechino arrivava in un momento in cui il Partito Comunista Cinese aveva da tempo lanciato su più fronti la propria riscossa volta alla conquista del mondo e al regolamento dei conti con Hong Kong.

In principio scattò l’accerchiamento economico alla colonia attraverso la creazione di una zona economica speciale sul delta del Fiume delle Perle, che negli anni porterà all’esplosione economica di Guangzhou, Shenzen, Zhuhai, che assieme a Shanghai spodesteranno Hong Kong dal trono di porto e mercato di riferimento nel sud-est asiatico. La nascita di nuovi concorrenti regionali porterà nel tempo Hong Kong a dover fare i conti con spinose questioni sociali, democratiche e migratorie che stravolgeranno il territorio aprendo la strada alle future richieste della generazione Z hongkonghese. Oltre a questo, da anni Pechino aveva iniettato diversi cavalli di Troia all’interno della colonia: gruppi d’interesse a sostegno della Repubblica Popolare che – a partire dalla disputa sul lavoro del 1967 – fecero breccia nei distretti più marginali a maggioranza cinese. Cuore di questo mondo era la Walled City di Kowloon che con le sue 50 mila persone in 0,026 chilometri quadrati era il luogo più densamente popolato al mondo. La città murata era un mondo a parte dove il sole non riusciva a penetrare nei vicoli abitati da famiglie che condividevano stanze senza bagni, piccoli negozietti e attività informali, fumerie d’oppio e traffici in mano alla Triade. 

Quando Cina e Hong Kong si sedettero al tavolo dei negoziati del 1984, tutto era ormai chiaro. La Cina non voleva soltanto la restituzione delle terre in leasing bensì l’intera colonia e il governo di Londra non avrebbe potuto opporsi. Ciò fu visto come un tradimento per gran parte degli hongkonghesi che, secondo un sondaggio sull’identità somministrato all’epoca dall’università cinese di Hong Kong, per il 59,5 % si consideravano locali e non cinesi. 

La partita di Pechino era carica di tutto questo e di ciò che sarebbe potuto succedere dopo. 

hong kong kowloon
Honk Kong è una delle città più densamente popolate del mondo

Il 19 maggio 1985 la nazionale di Hong Kong scese in campo con il coltello tra i denti e in pochi minuti gelò lo stadio dei lavoratori passando clamorosamente in vantaggio con Leung.  In quel momento la Cina era fuori dai giochi. La veemente reazione dei padroni di casa portò al pareggio cinese siglato da Li Hui, ma gli ospiti erano tutto fuorché domi e, con lo scoccare dell’ora di gioco, colpirono una seconda volta con Ku Kam-Fai. Nonostante l’assedio finale cinese la partita si concluse con la sorprendente vittoria di Hong Kong per 2-1, che passò il turno a scapito dei cinesi, rimasti fuori dalla corsa mondiale. Finita la partita iniziarono gli incidenti, dapprima dentro lo stadio, con la folla inferocita a dar caccia ai giocatori di Hong Kong rimasti sotto assedio per più di un’ora. Ci fu chi tentò anche di assaltare lo spogliatoio cinese, colpevole dell’onta subita dai nemici del popolo.  Fuori lo stadio fu il delirio. 

cina hong kong 1985
A sinistra, il capitano cinese Lin Lefeng, e a destra quello hongkonghese Leung Sui Wing prima del fischio d’inizio

Secondo la stampa locale e i media stranieri presenti in città, centinaia di cinesi presero d’assalto autobus, danneggiato veicoli e avviato scontri con le locali forze dell’ordine, che a fine giornata arresteranno 120 persone. A Hong Kong il clima era ben diverso, con i tifosi giunti al vecchio aeroporto Kai Tak per accogliere i propri eroi. Tra i vari striscioni posti nella hall degli arrivi c’era uno che diceva “Campioni d’Asia”. La nazionale hongkonghese perderà poi la doppia sfida contro il Giappone, mancando così la qualificazione ai mondiali. Tale eliminazione non fu affatto drammatica e mal patita: gli eroi del 19 maggio avevano ottenuto il loro posto nella storia e per una notte erano riusciti a fermare il tempo, il loro e quello di Hong Kong. 

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